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La trappola più grande della relazione di coppia

happy couple
By Olena Yakobchuk/Shutterstock
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In una relazione di coppia, desideriamo istintivamente rendere felice il nostro coniuge. Questa nobile inclinazione si gioca la ribalta con un altro istinto, quello di autoconservazione. Quando ciascuno si aspetta dall’altro la risposta alla propria sete di amore, accoglienza, comprensione, si rischia di divorarsi… Come evitare la trappola più grande della vita coniugale e vivere la pienezza di cui l’altro è il segno?

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È il paradosso dell’amore tra l’uomo e la donna: due infiniti trovano due limiti. Due persone che hanno un immenso bisogno di essere amate trovano due capacità di amare fragili e limitate. È solo nell’orizzonte di un amore più grande che possono non divorarsi nella pretesa e non rassegnarsi, ma bensì camminare insieme verso la pienezza di cui l’altro è il segno.

Questa citazione è tratta da una lettera del poeta tedesco Rainer Maria Rilke (1875-1926) a un amico francese svela lucidamente una delle più grandi trappole della relazione di coppia.

Anche se è vero che nel cuore delle coppie troviamo il desiderio di rendere felice l’altro, è anche vero che questa nobile inclinazione si gioca la ribalta con un altro istinto, quello di autoconservazione. Quando è ora di mangiare un bambino non pensa anzitutto al fratellino, di per sé: lo considera anzi un concorrente, quasi una minaccia. Lo stesso nella vita di coppia. Il bisogno di essere amati, compresi e accolti è in noi più forte, per natura, di quello di darsi e di accogliere l’altro.

E siamo franchi fino in fondo: nella donna questa sete di essere amata, accolta e ascoltata è quasi infinita. Le corrisponde, nell’uomo, una capacità indubbiamente meno grande, sicuramente non infinita. Per contro, l’uomo è abitato da una sete quasi infinita di essere rispettato, ammirato e desiderato… Riconosciamo anche che la donna non è capace di estinguere tutta questa sete. E allora, se rinchiudiamo queste due seti in un piccolo appartamento della periferia di una grande città e chiudiamo la porta a chiave, se ciascuno si aspetta dall’altro una risposta alla propria sete… rischia di mettersi male.

Una sete di pienezza, una sete di Dio

È evidente che Rilke non è l’unico ad aver avuto questa intuizione. Troviamo la medesima tematica in più testi della teologia del corpo di Giovanni Paolo II. La ritroviamo anche in Benedetto XVI, in particolare nell’enciclica Deus Caritas est. La si trovava già nelle opere di Pierre Teilhard de Chardin, grande teologo francese del XX secolo. Contemporaneo di Rilke, nel suo piccolo saggio “L’eterno femminino” egli spiegava che quando un uomo si innamora di una donna, in quel giorno si desta in lui una forza sconosciuta. Si tratta di una specie di ebbrezza che l’oltrepassa. È quasi come se la donna fosse una promessa di pienezza di gioia per l’uomo.

Al contempo, però, Teilhard de Chardin aggiunge che la donna è incapace di mantenere questa promessa. Non è lei la fonte che corrisponde a tanta promessa, spiega quello. Ne è piuttosto il segno. Ciò vuol dire che la bellezza della donna risveglia nell’uomo una sete di pienezza che è, in ultima istanza, sete di Dio. Se l’uomo cerca di estinguere quella sete nella donna, sarà per forza di cose deluso. Se si aspetta dalla donna tutta quella felicità allora – sempre secondo Teilhard – l’uomo potrà anche diventare violento dalla frustrazione.

È importante che la donna e l’uomo sappiano che la bellezza della donna non è la fonte. Essa è il segno che indica l’esistenza di quella Sorgente. Quando la donna prende la mano dell’uomo per andare verso la fonte e per riposarvi insieme, se tutti e due si avvicinano a Dio nell’unità della loro coppia e attendono che la loro felicità venga anzitutto e in buona parte da Lui, allora troveranno pace per le loro anime. Dio non scherza, con noi: ci prende sul serio. Credo che si ritrovi questa medesima realtà nel desiderio della donna di trovare nell’uomo il rifugio, sicuro e stabile, la roccia sulla quale potrà sempre contare e riposarsi. È ugualmente importante per i due sapere che l’uomo non è la roccia, ma che è il segno dell’esistenza della Roccia… Per costruire la loro casa, l’uomo e la donna potranno dunque andare insieme verso quella roccia che è la Parola di Gesù (Mt 7, 24-27).

Richiamiamo sant’Agostino: è noto perché da principio cercò la felicità nelle creature. Si può dire che ci si sia in qualche modo scottato le dita. Nella sua carne, questo grande Padre della Chiesa aveva finito per comprendere che la vera felicità non è nelle creature ma nel Creatore. Le creature – a cominciare dal coniuge – possono aiutarci ad andare nella giusta direzione, ma non sono la fonte della nostra felicità:

Ho domandato alla terra se fosse il mio Dio, e mi ha risposto di no. L’ho chiesto al mare, ai suoi abissi, a tutti gli esseri che contengono, e tutto mi ha risposto di no: «Cerca sopra di noi!»

Agostino, Confessioni X

Per me è proprio una buona notizia! Perché la relazione col coniuge è un vero e reciproco dono, un luogo di grandi gioie! Ma al contempo essa contiene delle piccole imperfezioni. Quelle che, conseguentemente, ci causano talvolta inevitabili frustrazioni. Non dimentichiamo che siamo in questo luogo di passaggio che è la terra: non siamo ancora in paradiso. Invece di lasciare che queste imperfezioni diventino causa di amarezza, lasciamoci ricordare che il nostro coniuge non è la fonte della nostra gioia. Non sarebbe sensato che lo fosse: egli non è che il segno dell’esistenza di una tale sorgente.

Segno visibile di un’invisibile azione di Dio

I sacramenti sono il segno visibile di una invisibile presenza e azione di Dio. Un pezzetto di pane non può renderci felici, un segno di croce non può darci la pace del perdono… ma rendono visibile un Dio che nell’Eucaristia ci nutre col segno del pane; il medesimo che nella Confessione ci perdona col segno della croce. In tale senso, l’uomo è egli stesso un sacramento che rende visibile il suo invisibile Creatore. Così il vostro coniuge, in tutta la sua bellezza e nella sua imperfezione, potrà essere per voi un segno che ricorda semplicemente che la vera sorgente della pace esiste, ma che si trova in Dio. Come spiega Papa Francesco: «Dal coniuge non si esige che sia perfetto. Bisogna lasciare da parte le illusioni e accettarlo così com’è: incompleto, chiamato a crescere, in evoluzione» (Amoris lætitia 218).

Quante persone vanno via di casa con l’illusione di trovare in un’altra persona la felicità che il coniuge non ha potuto dare loro? Forse nessuno ha mai detto loro che la persona umana non funziona così! La felicità è il frutto dell’aver amato, dell’essersi donati con fedeltà, pur sapendo che la fonte della gioia non è nell’altro bensì in Dio.

Una fonte donde apprendere ad amare

Due grandi esperti nella vita di coppia, il pastore evangelico John Eldredge e sua moglie Stasi, offrono alle coppie nel loro agile saggio “Love and War” (da leggere assolutamente!):

Cari uomini, care donne, che la coppia non sia per voi il luogo in cui cercate la felicità ma piuttosto quello in cui imparate ad amare.

E se questo non bastasse, ricordiamoci la parola di Gesù stesso quando ci dice:

Se qualcuno viene a me e non odia suo padre, sua madre, sua moglie, i suoi figli, i suoi fratelli e sorelle e perfino la propria vita, egli non può essere mio discepolo.

Lc 14, 25-33

Chi cerca anzitutto Gesù potrà poi amare gli altri molto meglio: è una dottrina sicura, comprovata da venti secoli. Vi auguro con tutto il cuore di diventare testimoni di questa bella e grande verità.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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