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Quando suore e preti “appendono la veste al chiodo”: ragioni di alcune novità da un “Rescritto”

Jeffrey Bruno
Una religiosa bacia il Crocifisso.
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Negli ultimi giorni si sta parlando di “novità sostanziali” che sarebbero state introdotte nella disciplina cattolica relativa ai preti che lasciano lo stato clericale e ai religiosi che ottengono la dispensa dai voti. Al netto delle solite enfatizzazioni partigiane, le innovazioni sono importanti e degne di una riflessione più ampia.

Da qualche giorno si parla in rete di un rescritto pontificio, mediato dalla Congregazione per il Clero, che sembra “cambiare le cose” per quanto riguarda la vita dei “preti spretati” (non sempre ma spesso sposati), cioè soprattutto per quanto riguarda il loro rapporto con la Chiesa e più concretamente il loro ruolo all’interno della comunità cristiana.

L’argomento è tanto importante quanto delicato, dunque anzitutto è necessaria chiarezza. Il documento a cui recentemente si fa riferimento quando si parla de “il rescritto” (o de “il nuovo rescritto”, in opposizione a “il vecchio rescritto”) è la risposta scritta (in latino “rescriptus”) alla richiesta di dispensa dalla promessa di celibato e dagli obblighi interventi l’ordinazione sacerdotale di un presbitero ispanico. Del “supplicante” nient’altro che questo si sa, visto che il rescritto è stato redatto in lingua spagnola: è stato cancellato il suo nome, quello della sua diocesi, perfino il numero di protocollo dell’atto e la data esatta all’interno dello scorso giugno. Il documento non è rintracciabile sul sito della Santa Sede né su quello della Congregazione per il Clero: a divulgarne i contenuti (e una foto quasi integrale, in miniatura e disturbata, soprattutto a scopo probatorio) è stato José Manuel Vidal, che lo scorso 23 settembre (sul sito “Religión Digitál”, di cui è direttore) ha parlato di «modifiche sostanziali nel rescritto per l’ottenimento della dispensa sacerdotale».

Quali modifiche?

Religión Digitál è un portale la cui linea editoriale è apertamente schierata a favore del mantenimento della disciplina ecclesiastica del celibato sacerdotale in forma facoltativa: trattandosi di una norma di diritto ecclesiastico positivo, ed essendo dunque pienamente riformabile, non deve destare stupore che una tale posizione abbia “diritto di cittadinanza” nella Chiesa cattolica. Neppure bisogna però dimenticare che nulla, al momento, lascia presagire che qualcosa di sostanziale si appresti a cambiare anche in tal senso: «Darò la vita – disse buon ultimo proprio Papa Francesco – piuttosto che abolire il celibato». «La mia decisione è: no al celibato opzionale prima del diaconato».

Il testo di Vidal è stato tradotto in italiano e rilanciato su alcuni portali, i principali dei quali accomunati a quello ispanico da una comunione di vedute sulle modifiche auspicate. Riprendiamo da uno di questi blog un ampio stralcio della traduzione del testo di Vidal.

[…] Se al prete che lasciava il ministero prima non era permesso neanche continuare ad essere in contatto con la sua parrocchia, ora si chiede che gli si faciliti lo svolgimento di «servizi utili» alla comunità. In particolare, il numero 5 del rescritto recita come segue: «L’Autorità ecclesiastica si adopererà per facilitare che il chierico dispensato svolga servizi utili alla comunità cristiana, mettendo al suo servizio i propri doni e i talenti ricevuti da Dio» (n. 5).

Inoltre, il numero 6 aggiunge che «il chierico dispensato sia accolto dalla comunità ecclesiale in cui risiede, per continuare il suo cammino, fedele ai doveri della vocazione battesimale» (n. 6). Si elimina quindi alla radice il riferimento precedente all’«esilio» del prete, che recitava come segue: «Il prete dispensato dal celibato e a maggior ragione il prete che si è sposato deve stare lontano dal luogo o territorio in cui è conosciuto il suo stato precedente» (n. 5f).

Si è anche totalmente eliminato l’obbligo prescritto dal precedente rescritto di imporre una penitenza al prete dispensato, perché si presupponeva che avesse commesso un peccato e avesse violato i suoi obblighi. Per questo stabiliva: «Verrà imposto all’interessato una qualche opera di carità o di pietà».

D’altra parte, se il prete che chiedeva la dispensa voleva sposarsi (cosa abituale nella maggior parte dei casi), il precedente rescritto prescriveva che «l’ordinario deve prestare la massima attenzione affinché la sua celebrazione venga effettuata con discrezione, senza pompa o sfarzo» (n. 4). Cioè, nascondendo il sacramento del matrimonio del prete alla comunità. Come se ricevere un simile sacramento fosse, in questo caso e solo in questo, una vergogna o, peggio ancora, uno scandalo per i fedeli. Ora invece si dice solo che si celebri il matrimonio «rispettando la sensibilità dei fedeli del luogo» (n. 4).

Oltre ai cambiamenti di linguaggio, di tono e di normativa, il nuovo decreto scende ancora di più nel pratico e consente ai preti dispensati di poter continuare ad essere pastoralmente attivi. Infatti, il precedente rescritto prevedeva quanto segue: «Il prete dispensato è escluso dall’esercizio dell’ordine sacro… e non può fare omelie o ricoprire alcun incarico di direzione nell’ambito pastorale, né gli si potrà conferire alcuna responsabilità nell’amministrazione parrocchiale» (n. 5b) e «non può esercitare in nessun luogo la funzione di lettore, di accolito, o distribuire o essere ministro straordinario dell’eucaristia» (n. 5f). Sebbene contemplasse la possibilità che l’Ordinario della diocesi potesse derogare ad alcune o anche a tutte queste clausole (n. 6).

Il nuovo rescritto proclama: «Il chierico dispensato può esercitare gli uffici ecclesiastici che non richiedono l’ordine sacro, con il permesso del vescovo competente» (n. 5a).

C’è anche un cambiamento sostanziale nelle funzioni che un prete secolarizzato può svolgere in istituti dipendenti o meno dall’autorità ecclesiastica. Il rescritto precedente diceva che «non può svolgere l’incarico di direttore in istituti di studi superiori che in qualche modo dipendano dall’autorità ecclesiastica» (n. 5c), senza eccezioni. Ora, «tale proibizione può essere rimessa dalla Congregazione del clero, su richiesta del vescovo competente e dopo aver consultato la Congregazione per l’educazione cattolica» (n. 8).

Inoltre, il rescritto precedente diceva che «negli istituti di studi superiori, dipendenti o meno dall’autorità ecclesiastica, non può insegnare nessuna disciplina teologica o con essa strettamente connessa» (n. 5d), senza eccezioni. Ora «tale divieto potrà essere rimosso dalla Congregazione per il clero, su richiesta del vescovo competente e dopo aver consultato la Congregazione per l’educazione cattolica».

Il rescritto precedente diceva che «negli istituti di studi inferiori dipendenti dall’autorità ecclesiastica non può esercitare un compito direttivo o di insegnamento di discipline teologiche. Il prete dispensato è tenuto dalla stessa norma per quanto riguarda l’insegnamento della religione negli istituti similari non dipendenti dall’autorità ecclesiastica» (n. 5e), sebbene contemplava il fatto che l’Ordinario della diocesi potesse derogare a questa specifica clausola (n. 6).

Nell’attuale rescritto si dice semplicemente che può farlo, «considerando le circostanze concrete, secondo la prudente valutazione del Vescovo competente» (n. 7).

Il rescritto precedente diceva che «non può svolgere alcuna funzione in seminari o istituti equivalenti» (n. 5c); ora si parla solo del fatto che «non può svolgere funzioni formative» (n. 10).

Inoltre, se di questo essere dispensato da alcuni dei punti prima si diceva che «dovrà essere concesso e comunicato per iscritto» (n. 7), ora nulla viene esplicitamente detto al riguardo, sebbene si faccia capire che dovrebbe essere così. Inoltre, è stato espressamente aggiunto l’obbligo del prete dispensato di confessare il penitente in pericolo di morte (5b).

Quel che il documento non dice

Una volta che si sia estrapolato il contenuto del rescritto dalla cornice del blog di Vidal e da quella degli omologhi italiani appare evidente come nulla di eversivo sia effettivamente contenuto nel nudo testo. Nel redazionale di un altro sito leggevamo:

Questo cambiamento sostanziale o svolta totale nella procedura per ottenere la dispensa dal celibato e dall’esercizio del ministero sembra essere parte di un movimento più ampio, che contempla l’ordinazione di uomini sposati e la possibilità che i preti dispensati possano riprendere l’esercizio del ministero e, naturalmente, insegnare religione e teologia nei collegi e nelle facoltà ecclesiastiche.

Nulla nel testo indica quanto l’anonimo estensore di fai.informazione.it scrive: si parla di attività ecclesiali e incarichi pastorali di chierici dimessi, cioè l’esatto opposto di “ordinazione di uomini sposati” (cosa neppure impossibile, in punta di diritto); quanto alla possibilità «che i preti dispensati possano riprendere l’esercizio del ministero», a quanto ho potuto vedere attorno a me non si tratta affatto di una novità (posto che il prete in questione non abbia operato scelte che rendano impraticabile la via di un esercizio del sacerdozio ministeriale da parte sua).

Un panorama assai complesso e variopinto

Nel nostro tempo, (mal)educato dallo zapping in televisione e nel web, molti amano formarsi opinioni forti sulla base di informazioni semplificate: tale malcostume gonfia una parvenza di conoscenza, per parafrasare san Paolo (1Cor 8, 2), senza però edificare molto. Vorrei richiamare intanto alcuni dati preliminari:

  1. Anzitutto, esiste attualmente un contesto ecclesiastico cattolico e latino nel quale il sacerdozio uxorato è già una realtà: tale contesto è la prelatura personale voluta e costituita da Benedetto XVI col motu proprio Anglicanorum cœtibus”.
  2. Dal 2009 a oggi, l’esperienza di preti cattolici con famiglia ha già qualche giorno alle spalle (e il compianto Jean Mercier ha reso un grande servizio alla Chiesa con la sua inchiesta – non tradotta in italiano – svolta in seno a quelle comunità).

Poiché tale argomento non emerge in alcun modo dal rescritto, però, ma sembra anzi il pallino di alcuni circoli (Marianne Schlosser ha recentemente parlato di “ossessioni esagerate”), cerchiamo di restare aderenti alla materia e precisiamo. Dalla mia sola esperienza personale posso raccogliere davanti agli occhi della mente:

  • il prete che si è spretato per amore di una donna;
  • il prete che ha trovato la propria santificazione nel sacrificare a Dio l’amore che provava per una donna;
  • il prete che ha vissuto un’avventura con una donna (diciamo “fornicazione”, per essere meno equivoci) e ne ha avuto un figlio ma non ha chiesto la dispensa perché vuole restare prete e non vuole sposare la madre di suo figlio;
  • il diacono transeunte che, avendo deciso in cuor suo di voler sposare una donna, non arriva all’ordinazione sacerdotale ma deve ugualmente chiedere dispensa dalla promessa di celibato;
  • il prete che ha attraversato un grande trauma e, non trovando il sostegno del presbiterio e del Vescovo, ha cercato rifugio tra le braccia di una vecchia fiamma;
  • il prete che ha passato molti momenti difficili e, nella rarefazione dell’affetto dei confratelli, si è rifugiato in una relazione omoerotica;
  • il prete che vive una o più relazioni affettive disordinate ma non vuole chiedere la dispensa (qualche volta anche perché non saprebbe recitare altra parte, sul palcoscenico sociale, che quella del prete);
  • il prete che inanella relazioni omoerotiche con altri preti (talvolta della medesima diocesi) o con religiosi/monaci, e che si avvita in una strana spirale di mondanità e tristezza.

Senza dubbio l’elenco non è esaustivo. Naturalmente tutti i casi che ho elencato si spalmano su una casistica che va dal sacerdote novello (anzi, ancora da prima, da quello che una volta si chiamava “il novello levita”) al prete di mezza età: l’uomo in età matura ha solitamente molte ragioni che lo tengono lontano dalla prospettiva di “ricominciare daccapo”, e si sbaglierebbe a pensare che sia ormai abituato a ripiegare con cura i propri scheletri nell’armadio – il più delle volte si tratta semplicemente di buoni e bravi preti, sicuramente imperfetti come ogni figlio di Adamo ma seriamente in cammino come i migliori discepoli di Cristo.

Perché ho compilato questo elenco (relativo ai “casi problematici” e quindi non allusivo a presunte statistiche o cose del genere)? Perché vorrei aiutare i lettori a cancellarsi dalla mente la colonna sonora di Uccelli di Rovo, che facilmente torna a ronzare nelle orecchie quando si prende l’argomento: non mancano i casi (e quanto sono più dolorosi degli altri!) di preti dispensati che dopo aver fallito la vita sacerdotale falliscono anche quella matrimoniale. Ché la verità di fondo in tutta la questione vocazionale è che le qualità necessarie per essere un buon prete sono praticamente le medesime indispensabili per essere un buon marito e un buon padre. Due degli errori più comuni che si fanno su questo assunto sono:

  1. da un lato si rivendica che il prete abbia moglie e figli proprio per poter essere un buon prete;
  2. dall’altro si estetizzano i concetti di “sponsalità”, “virilità”, “paternità”, in modo che ne restino di fatto “nomina nuda” che vanno a comporre un habitus clericale (spesso con apparenze ingannevoli per chi non sia ben allenato nel discernimento).

Ovvio che per essere bravi mariti di una donna si debbono avere le qualità necessarie ad essere bravi mariti di altre donne, ma chiunque vede che sarebbe arbitrario e ideologico inferire da ciò l’opportunità di sdoganare la poligamia; allo stesso modo, essere sposi di una comunità e padri di cristiani non è “un modo di dire” ma richiede doti che debbono essere presenti in misura assai concreta. Dimensione umana, intellettuale, spirituale e pastorale: la Pastores dabo vobis e la Ratio fundamentalis non cessano di ripetere questo mantra, che però è molto difficile portare a un punto di ricaduta concreto nella vita di un giovane prete. Il quale – spezziamo una lancia parafrasando De André – potrà non essere un giglio di ogni virtù, ma è pur sempre «figlio e vittima di questo mondo»: un ragazzo che entra in seminario, una ragazza che bussa alla porta di un convento, non sono vissuti sotto una campana di vetro ma non sono ancora persone strutturate e sufficientemente solide da risultare realmente affidabili. Per sé stessi, per le comunità… e per un’altra fragilità che a quelle chieda almeno di potersi appoggiare.

Le difficoltà e gli aiuti concreti

Devo ora riconoscere – e lo faccio con gioia – che nel corso di quest’estate don Mauro Leonardi ha detto sull’argomento parole molto intelligenti e sapienti:

Quando un prete lascia dopo un anno è una cosa, se accade dopo dieci anni o dopo venti, o pure di più, è un’altra. Sia chiaro che io non voglio gettare la croce addosso alle istituzioni, che rispetto a tanti anni fa sono, a riguardo, molto cambiate in positivo. Un tempo chi lasciava era solo visto come “un traditore” o “una traditrice”, adesso, spesso, non è più così anche se, a onor del vero, qua e là questa mentalità esiste ancora. Però neppure si può tacere che i problemi esistono eccome, anche dal punto di vista psicologico.

[…]

È la fiera dei non detti. Noi ti aiutiamo a fare l’insegnate di religione, o quest’altro lavoro, ma tu, ovviamente, non c’è bisogno che faccia sapere che eri suora… capisce? Si usano questi eufemismi, questi giri di parole. In tal modo si getta un giudizio pesante come il piombo su un pezzo di vita importante, magari, tra una cosa e l’altra, durato vent’anni: perché dovrei vergognarmi di aver provato a fare la suora e di non esserci riuscita? Oppure il prete? Oltretutto, magari la colpa di quello che viene visto come fallimento non è poi solo del singolo…

Nel corso dell’estate, sì, perché l’intervista citata è del 30 agosto e proprio il giorno prima lo stesso don Leonardi mi aveva segnalato questo articolo del suo blog. Vi si legge, fra l’altro:

[…] Spesso queste persone si trovano in grandissima difficoltà perché vengono emarginate sia dalla comunità civile che da quella ecclesiale. Quando uno pensa a un ex-prete pensa subito al sacerdote pedofilo e così via, e invece non è così. Ci sono uomini e donne che magari da molto giovani hanno iniziato un cammino vocazionale in un seminario, in una scuola religiosa, hanno preso i voti, hanno ricevuto il sacramento dell’ordine e poi, magari a quaranta, cinquant’anni, si trovano fuori da quel cammino. Per malattia, per difficoltà personali, per ripensamenti, perché non era stato fatto con loro un retto lavoro di discernimento, i motivi possono essere moltissimi e in ogni caso portano e un unico esito: la disoccupazione. Perché spesso a un prete o a una suora viene solo insegnato, come “lavoro”, di fare quello: e quindi, quando se ne trovano esclusi, veramente “non sanno dove posare il capo”. Spesso poi dobbiamo aggiungere che la loro scelta vocazionale aveva fatto loro interrompere i legami familiari, e si trovano così senza nessuno: senza nessuno “in Chiesa” e senza nessuno “in casa”. […]

«Una bella iniziativa», commentai io ringraziandolo. Conosco da vicino, toccandone il tremito in diverse amicizie, la sofferenza di chi – dalla sera alla mattina – si ritrova a poter “solo” insegnare religione cattolica nelle scuole: per farlo ha il titolo accademico ma, dato che in base al sistema IRC italiano ad esso deve aggiungersi l’indicazione di idoneità, gli serve ugualmente un lasciapassare. Così chi vuole lasciare lo stato ecclesiastico è “costretto” a varcare quasi subito la porta dalla quale era uscito: «Mi permette di andare via?», «Mi permette di sposarmi?», «Mi permette di lavorare?»… e così via, con un’indefinita variabilità di domande che rendono ancora più ardua l’impresa – già di per sé formidabile – di reinventarsi una vita mentre tutto e tutti, all’intorno, ti proiettano addosso (o forse sembra solo a te che lo facciano, ma tanto basta) un abito che ti sei tolto.

Conosco diverse suore che si sono tolte il velo, me ne vengono in mente due – una contemplativa e una conventuale –: sono entrambe donne molto belle, e nessuna delle due ha “lasciato” per un uomo, bensì perché la propria ricerca esistenziale sembrava loro inchiodata in un vicolo cieco. Le ho incontrate in diversi contesti, apprezzandone lo sforzo nel tornare ai “costumi secolari”, eppure percepivo un “residuo di stile religioso” che – pur non ponendo alcun problema a me – mi sembrava interferire nelle “nuove relazioni”, e da entrambe le parti: una che per anni o decenni si è vista ed è stata descritta come “sposa di Cristo” da che uomo si lascerà avvicinare? E quale uomo non troverà un ostacolo in più da affrontare nella “turris eburnea” di cui ancora intravede l’ologramma attorno alle loro persone?

“Uscire”, “lasciare”, “ricominciare”: locuzioni semplicistiche per dire il ritrovarsi il vuoto attorno da ogni parte, e quella veste invisibile che talvolta brucia addosso come la tunica di Ercole intinta nel sangue di Nesso. Bisogna pensare a questo, quando si vuole capire cosa significhi per queste persone la riammissione a un qualche ministero ecclesiale particolare. Vanità? Difficile trovare nell’universo un angolo che ne sia sgombro, a quanto ci dicono l’esperienza e le Scritture, ma prima di tutto c’è la richiesta di un abbraccio incondizionato, quindi il riconoscimento di carismi spirituali che in nessun caso Dio ritira da quanti li hanno ricevuti e accolti.

Dunque gli ex-preti e le ex-suore devono ricevere ministeri in vista per curare il loro ego sbatacchiato? No, nessuno dice questo (tantomeno il Rescritto), il quale piuttosto chiede che non si escluda di considerare l’utilità individuale e comune di tale scelta, la quale sarebbe comunque improvvida se non venisse inserita all’interno di un percorso di discernimento e di crescita. Ma – vorrei tornare a ripetere – sono cose che già esistono, e non da ieri: conosco, tra gli altri, un sacerdote dimesso ormai diventato canuto nella propria casa e con la propria moglie. Vive dei frutti della terra e dell’insegnamento dei corsi di esegesi biblica in un Istituto Superiore di Scienze Religiose. In parrocchia si occupa di catechesi, come anche la moglie. Ha un figlio ormai adulto a sua volta, eccellente nello sport, nella musica e nello studio, che nessun problema ha nel raccontare la storia di suo padre e/o nell’avvicinarsi a una ragazza a cui si interessi. Qual è allora il problema? È sempre il medesimo: che questi esiti felici non si producono per decreto, ma nel corso di processi il cui avvio è spesso lento, faticoso e non di rado doloroso. E poi ci sono gli esiti infelici, come vedevamo! Le disposizioni ecclesiastiche – come quelle di qualunque legge – non possono certo “creare la felicità” nelle persone: è già molto quando riescono ad agevolarne la ricerca e il conseguimento.

Un traguardo possibile

Ripenso ad alcune parole di don Leonardi nell’intervista citata sopra:

Io non ho la bacchetta magica e non voglio gettare la croce addosso a nessuno. Ripeto, rispetto a qualche decennio fa, si sono fatti tanti passi in avanti, però il problema è lontano dall’essere risolto: e sto pensando solo al reinserimento nella società civile, figurarsi se penso a quello nella vita ecclesiale.

La bacchetta magica non ce l’ha nessuno, ma una chiosa vorrei giustapporla a quanto diceva don Mauro, e proprio relativamente alle suore e ai sacerdoti dimessi che restano a lavorare in àmbiti para-clericali: per la mia piccola esperienza, benché soprattutto indiretta, gli attriti in quei contesti di lavoro sono mediamente più alti che in quelli meramente secolari. Me lo sono spiegato con questa considerazione di marca ecclesiologica: la Chiesa esiste per la salvezza degli uomini, la quale si ottiene mediante la propagazione della fede, e questa avviene tramite l’annuncio dell’Evangelo, il quale infine consta di poche cose veramente essenziali (la predicazione, i sacramenti, la catechesi, il servizio); nella sua struttura fondamentale, la Chiesa non ha bisogno di altri operai all’infuori del suo clero, ma questi e quelli sono impegnati in lavori qualitativamente tanto diversi che già dai primi giorni della sua vita Essa ricevette l’ispirazione di istituire il diaconato (At 6, 1-7) – un ministero distinto dall’Ordine sacro.

Insomma, nella Chiesa c’è tanto da fare… Essa però non può e non deve venire intesa come un datore di lavoro: non lo sa fare, lo fa generalmente male. Ho visto però che le sue ossa tornano «rigogliose come erba fresca» (Is 66, 14) quando i rapporti fra enti ecclesiastici e dipendenti vengono affidati in appalto a ditte “esterne”, naturalmente gestite da laici. Ognuno torna al proprio posto e si occupa della propria missione: i laici smettono allora di sentirsi tiranneggiati da «gente che non sa cosa sia il lavoro» (ipsissima verba!) e gli ecclesiastici/religiosi smettono di clericalizzare i laici (il più delle volte neppure lo fanno di proposito).

Vaste programme !, dirà qualcuno. Concedo volentieri, ma quanto ci è chiesto oggi è di avviare e proseguire un’opera, non di ultimarla. E del resto si tratta di un’azione che, costituendo un segmento della stessa evangelizzazione, dev’essere incessantemente ripetuta, generazione dopo generazione. Tutti infatti fatichiamo a comprendere che per essere grandi nel Regno dei Cieli serve fondamentalmente farsi piccoli: la Chiesa serve proprio a rendere possibile e agevole tale fatica. Serva dunque a questo, la Chiesa.

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