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Il cardinale Etchegaray e la politica dell’incontro

Roger Etchegaray

VINCENZO PINTO | AFP

Andrea Riccardi - L'Osservatore Romano - pubblicato il 25/09/19

Oggi avrebbe compiuto 97 anni

Il 25 settembre il cardinale Roger Etchegaray avrebbe compiuto 97 anni. Si è spento venti giorni prima a Cambo-les-Bains in terra basca francese. Era tornato nel suo paese, che amava con fierezza, per stare vicino alla sorella Maité, donna forte, insegnante generosa. Aveva un fratello, morto da tempo, prete operaio: “il santo della famiglia” — diceva il cardinale, mettendo a confronto la sua vita di grand commis della Chiesa con quella umile del fratello.

La sua storia, al di là delle parole d’occasione alla sua scomparsa, va letta con attenzione: aiuta a comprendere la “biografia” del cattolicesimo contemporaneo. Etchegaray è stato uno dei grandi “montiniani” al servizio di Giovanni Paolo II, come Casaroli, Gantin, Poupard, Silvestrini e altri. Questi hanno formato una classe dirigente della Chiesa, che ha messo in pratica il dialogo proposto dall’Ecclesiam suam.

Etchegaray ha espresso quel cattolicesimo francese, estroverso e non provinciale, che si è misurato con le dimensioni universali, molto amato da Paolo VI e Giovanni Paolo II. Lontano dai porporati “principi della Chiesa”, che ancora popolavano gli anni di Pio XII e Giovanni XXIII, rifiutò lo stemma prelatizio o il motto, per evitare ogni tono aristocratico. Voleva essere “servitore”, animato com’era da cordiale apertura al mondo e semplicità, ma anche da una grandeur manifestata in ambiziosi disegni di riforma e di ricollocazione della Chiesa sugli scenari contemporanei.

Si era formato nel crogiuolo dell’inquietudine cattolica francese della guerra e del dopoguerra. Prete nel 1946, quando era sbocciata l’esperienza dei preti operai voluta dal cardinale Suhard, il giovane Roger, pur figlio di una diocesi provinciale, aveva sete di vie nuove. Era lo spirito della folta generazione dei giovani preti francesi di allora, che raccoglieva la sfida della lettera pastorale del cardinale Suhard, Essor ou déclin de l’Eglise. Era una generazione che sognava l’Essor (la crescita) della Chiesa. Etchegaray aveva letto con passione France, pays de mission?, convinto che il futuro della Chiesa e la sua vita s’identificassero con la missione. Allora, il Sant’Offizio faceva notare che era impensabile parlare di “terra di missione” per paesi cristiani come la Francia, la cui identità sarebbe stata così indebolita.

Non si vuole ricostruire la vita di Etchegaray. Lui stesso l’ha ripercorsa in un libro-intervista con Bernard Lecomte. Dopo essere stato vicario generale della sua diocesi basca, non ancora quarantenne, arrivò a Parigi, prima vicesegretario e poi segretario della conferenza episcopale. Ha ricordato: «mi sentivo piccolissimo nella grande Parigi, ma senza indugio mi sono messo a percorrerla in lungo e in largo per incontrare…». Incontrò una “fioritura” di personalità, iniziative e idee, tessendo una rete di amicizie. Il carisma del cardinale è stato sempre l’amicizia, tanto che alla sua tavola romana, in un clima cordiale e semplice, si ritrovavano vescovi del mondo, presidenti e politici, intellettuali, gente comune, testimoni della vita della Chiesa. I discorsi non erano formali, ma seri e appassionati, anche critici.

Da Parigi passò a Roma, esperto al Concilio. Qui lanciò l’idea di un collegamento tra gli episcopati europei dell’Est e dell’Ovest, divisi dalla cortina di ferro. Lo chiamava (con il suo gusto per le formule) l’“Europa viola”, poi ufficializzata da Paolo VI. Sentiva con forza l’unità del continente, con spirito simile a Wojtyła e de Gaulle. Visitò le Chiese dell’Est. Conobbe Wojtyła durante gli studi romani e lo rincontrò al Vaticano II. Fu lui, da papa, a chiamarlo a Roma nel 1984 per guidare il consiglio Iustitia et Pax, un dicastero-simbolo postconciliare che, sotto la sua guida, divenne luogo di ascolto dei dolori del mondo, ma anche segno della presenza umanitaria e pacificatrice della Chiesa e del papa. Uno storico francese, Emile Poulat, amico del cardinale, lo chiamò la “Segreteria di Stato bis”. Legato del papa, Etchegaray toccò i paesi più diversi a contatto con guerre e crisi umanitarie.

Non va dimenticato che quest’uomo dal respiro universale, dal 1970 al 1983 fu vescovo di Marsiglia, città così plurale. Restò un pastore, anche senza diocesi, ma sulle dimensioni del mondo. Anzi ha mostrato che, per servire in Curia, occorre pastoralità e umanità, apertura ai volti dell’universale e cultura (penso alla sua vasta biblioteca). Durante il periodo marsigliese, Etchegaray aveva stretto forti legami con l’ebraismo, mentre aveva visitato la Russia (era considerato un amico del patriarcato di Mosca). Ma, soprattutto, fece la sua prima visita in Cina nel 1980. L’ho incontrato, per la prima volta, di ritorno da quel viaggio: pulsava in lui una grande passione per la Cina. Ha tanto lavorato per appianare le difficoltà con il governo cinese, smussare le reticenze vaticane, sostenere il cattolicesimo cinese ferito. Da anziano e malato, sognava ancora di ritornarvi.

Infatti, sentiva come sua missione realizzare una politica dell’incontro oltre i muri. Lo si è visto in paesi difficili: dal Centro America, a Cuba, al Medio Oriente, all’Iraq di Saddam Hussein, alla Bosnia lacerata, all’Unione Sovietica, al Vietnam o al Ruanda del genocidio. La cronologia dei suoi viaggi, dal 1984 al 1998, è impressionante: fa ripensare al titolo della sua autobiografia: Ho sentito battere il cuore del mondo. Me la regalò con una dedica espressiva del suo spirito: «Ci sono sempre cammini nuovi da scoprire, per scoprire i poveri e vivere con loro». La sua preoccupazione, dopo ogni missione, era il seguito e lamentava le pastoie burocratiche e la poca audacia. Per lui, un seguito c’era sempre: l’amicizia personale con il paese e con chi aveva incontrato. Ogni giorno, oltre alla vasta corrispondenza, dedicava molto tempo a raccogliere e ritagliare personalmente notizie sui paesi che aveva a cuore, per custodirle nell’archivio. L’ho visto continuare quest’attività anche novantaseienne nell’istituto di Cambo, dove s’era ritirato.

Alla sua azione, almeno in parte, vanno iscritti due eventi maggiori del pontificato di Wojtyła: la grande preghiera interreligiosa per la pace ad Assisi nel 1986, di cui fu convinto assertore nonostante le perplessità di taluni settori curiali, realizzata con la collaborazione dei monsignori Duprey e Zago; la preparazione e la celebrazione del Grande Giubileo del 2000, concretizzata con l’aiuto di mons. Crescenzio Sepe.

Viveva, con passione e senza paura, i cambiamenti della storia, con curiosità d’incontrare e conoscere: «… lungi dall’affaticarsi a individuare le proprie frontiere visibili — diceva — lo sguardo materno della Chiesa si meraviglia vedendo che il regno di Dio la oltrepassa da tutte le parti, e che essa è soltanto il luogo in cui il Vangelo è… celebrato nell’attesa della sua piena fioritura». Etchegaray sentiva di dover gettare lo sguardo oltre le frontiere della Chiesa, anzi di andare al di là — senza bagaglio pesante — persuaso che sarebbe riuscito a trovare interlocutori e amici. Sì, era fermamente convinto della forza dell’incontro.cardinale Roger Etchegaray.

Qui l’originale

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