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L’eutanasia è solo inganno: nessuno è libero, né all’inizio né alla fine, fino a che non è liberato

eutanásia
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Domani scadono i termini concessi dalla Consulta per legiferare sul cosiddetto fine vita. Ma aprire all’eutanasia significa chiudere alla vita non solo dei soppressi ma anche di chi resta, finché resta. Non c’è vera libertà nell’esigere la morte, poiché nessuno di noi ha potuto pretendere di nascere.

Il 27 settembre è qui ormai. Per questo i giornali affollano le pagine delle storie più dolenti che si riescano a rubare a genitori eroici di figli malati da decenni. La Consulta aveva dato mesi di tempo al parlamento per legiferare sul cosiddetto fine vita, ora ne sono passati quasi undici. Il parlamento non ha legiferato, in merito alla incostituzionalità eventuale dell’art. 580 del codice penale che definisce il reato di aiuto o istigazione al suicidio. Uccidere e aiutare ad uccidersi mantengono inalterato il loro significato e il loro effetto. Ed ora eccoci qua, a ridosso della sentenza che la corte costituzionale emetterà. Gli scenari possibili prevedono che si arrivi alla depenalizzazione dell’aiuto al suicidio per via di giurisprudenza.

In ogni caso bisogna anche preparare il terreno e conquistare l’opinione pubblica. L’eutanasia deve finire per sembrarci necessaria.
Per questo, c’è da crederlo, La Repubblica ha appena messo in vetrina una storia intensa di sofferenza, quella di “mamma Sabrina (che poi cos’è questo modo? “Mamma Sabrina”…parlano come le infermiere nel reparto maternità, o le maestre d’asilo, chè lì ha anche un suo senso, ma da un giornale no) da anni ad occuparsi insieme con il marito dei loro due figli entrambi affetti da Sla2. Si dice disposta, sebbene con il cuore straziato, ad accompagnarli a morire quando loro lo riterranno.

È terribile usare il dolore altrui, impugnare vite già strozzate da prove strette come cappi per convincere loro che stiano facendo bene e tutti noi che, trovandoci in casi simili, potremo fare così. Anzi, mettendoci in scia all’Olanda per esempio, saremo invitati a suicidarci o uccisi contro la nostra stessa volontà.

Loro sono Marco e Carlo Gentili e hanno ormai 35 e 30 anni e sono affetti da una patologia ancora incurabile trasmessa loro dai genitori ignari di esserne portatori sani. Li hanno amati, accuditi, educati e c’è da essere certi che lo facciano anche ora con l’amore di cui sono capaci. Ma la signora racconta che, andando contro se stessa, li accompagnerà a morire quando loro avranno deciso che è arrivata l’ora. Hanno messo per iscritto che quando i polmoni collasseranno allora sarà il momento.

La difficoltà di argomentare è che le storie di una sofferenza così grande tolgono il fiato e dovrebbero toglierci anche le parole, se non quelle dell’umana pietà. Ma pensare che vengano usate come casi limite per corrodere sempre di più la comune percezione del valore della vita umana ci deve indignare.

Cosa possiamo dire a questa famiglia? Tutta la nostra impotenza e umana compassione certo, ma soprattutto non dobbiamo mai e poi mai tacere la sola cosa nuova che esista nella storia dell’uomo da 2019 anni a questa parte: a questo serve la Chiesa, a portare al mondo una speranza indistruttibile e inimitabile, come “unico fornitore accreditato”. Sapere che il dolore è stato attraversato da Cristo che con quello ci ha redenti e in esso anche oggi ci salva cambia decisamente faccia alle giornate, pure quelle che restano tremende perché ho Qualcuno che mi ama a cui gridare.

Non siamo cristiani? Non serve per dire che la vita è un bene indisponibile, che la medicina non si deve piegare a volontà di morte di pazienti o parenti o Stato. Ippocrate non era cristiano.

Prima di anzi senza questa volta fermarci a considerare il dolore enorme e la fatica affrontate da questi due genitori e dai loro figli in questi lunghi anni in cui immagino non avranno avuto chissaché di servizi domiciliari, voglio farmi una domanda:

Se Marco e Carlo non cambieranno idea e daranno seguito alle loro intenzioni finora dichiarate, chi sarà più libero quando quei due giovani uomini saranno morti?

I genitori? Forse saranno sollevati dalla fatica estenuante dell’accudimento (noi popolo di caregivers – che poi saremmo soprattutto genitori – sappiamo cosa significa, un giorno in fila all’altro, un orizzonte che non si schiarisce mai, una burocrazia che stringe come le spire di un anaconda, l’angoscia dell’abbandono in un tragico scambio di ruoli madre-figlio) e apparentemente paghi di avere assecondato le volontà di quei figli dipendenti in tutto, ma non saranno liberati dall’amore oggettivo, dall’appartenenza reciproca e dalla verità di essere padre e madre di quei due figli, Marco e Carlo.

Allora saranno loro due, i malati, ad essere finalmente liberi, accompagnati non si sa dove? Perché è proprio il dove che fa la differenza.

No, i più liberi dopo la loro morte saranno i fondi destinati ai disabili e agli incurabili, a quei terminali che ci mettono troppo a venire al dunque. Fondi che saranno allocati diversamente. Quando dicono che non ci sono soldi è perché in realtà li vogliono mettere in un altro rigo del budget, ad un’altra voce di spesa.

Più libero non sarà nessuno, meno liberi lo saremo tutti e tutti più soli. Senza tante manfrine sui figli speciali, le persone che hanno qualcosa nello sguardo, la resilienza cacciata in tutte le salse a impiastricciare ogni insalata, il fatto è che siamo uomini e nasciamo così, di botto, senza aver potuto patteggiare un bel niente prima e ci troviamo inchiodati alla nostra stessa fame di vita e di eternità e intrecciati con tanti fili a volte spinati agli altri: mamma, papà, fratelli, nonni, cognate, suocere, nipoti acquisiti, di grado in grado fino ai “migrantes” e gli altri. Gli altri che siamo noi, senza stare a scomodare un Tozzi d’annata. Noi e gli altri siamo legati, indiscutibilmente e a volte assai molestamente.

Che caspita di amore è “lasciar andare?” Con una spinta per giunta, e dove, accidenti?

Lasciar andare è semmai far nascere, lasciare venire a vivere in questo mondo così com’è anche se ce lo raccontiamo sempre più orribile e poi, quando si soffre e la morte si avvicina, andarle incontro col vestito buono (quello dell’anima) e possibilmente non da soli, prima dell’ultimo passo, e poi chi si è visto si è visto e ci si rivede di là, con calma, senza nel frattempo disfare il ricamo di relazioni e legami. Si finisce dalla parte del dritto, casomai.

Ci stanno come annebbiando la mente con continui suffumigi di storie, camere a gas di concetti astrusi, serie di casi tragici, di madri che amano figli che vogliono morire, di mariti che se ne vanno per non pesare più.

Come se la vita, secondo gli standard che ci si aspetta tutti, dovesse essere un viaggio in treno in una tratta pianeggiante, senza frenate, senza finestrini rotti, senza aria condizionata partita, un viaggio tutto comfort, piccoli sollazzi e qualche sonnellino. La vita è un casino e soffrire si deve, ci tocca, tocca a tutti, anche ai nostri figli che al solo pensarci ci si accappona la pelle.

La pelle d’oca poi passa.

Facciamo scudo noi adulti, accidenti, continuiamo a ripetere a disco rotto che non si uccide, che la vita è un dono, che la vita vale sempre, che esserci è una cosa pazzesca che la morte è vero fa paura ma se stiamo un attimo zitti sentiremo di nuovo quel sussurro: siamo nati, viviamo, sapremo morire, e non sarà per sempre.

Permettiamo agli altri di non morire di indegnità, lasciando i più deboli in un letto con la flebo nel braccio a togliersi dai piedi. Permettiamo a noi uomini di superare noi stessi, di scavalcare l’egoismo che ci chiude come un muro di cinta dentro le nostre stanze di desideri tutti intorno a noi, dalle quali si esce solo con il braccio che striscia la carta di credito.

Lasciamo che gli altri, che noi, non moriamo di inumanità e ci eleviamo sopra noi stessi amando davvero l’altro, tenendolo lontano da finestre troppo alte, da farmaci a rischio sovradosaggio, da banchine della stazione, da corde appese ai soffitti.

Eutanasia non diventerà mai niente di eu nemmeno se la ripeterete miliardi di volte.

Lasciamoci andare, lasciamoci vivere e prenderci cura a turno gli uni degli altri ché la morte il suo mestiere continua a saperlo fare da sola.

Nessuno di noi sarà mai libero fino a che non sarà liberato dalla sola schiavitù che ci soggioga tutti, il peccato.

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