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Jacques Mourad e 6 milioni di rifugiati: non c’è Pasqua senza ultimi!

father Jacques Mourad Aleteia Interview
Rocco Manuel Spiezio | Aleteia
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“Siamo di fronte ad un giudizio molto grande e quelli, i poveri, i profughi, saranno i nostri giudici […] Se non facciamo niente, saremo tutti condannati… e nessuno può dire: «Io non ho responsabilità» […] non è sufficiente andare a filmare la situazione nei campi dei profughi, non è sufficiente. Questa non è una missione, questa è pubblicità! La missione è di salvare questa gente…”

Può un cristiano festeggiare la Pasqua di Nostro Signore Gesù Cristo e non sperimentare nel proprio cuore la gioia per l’evento più lieto di tutta la Storia dell’Umanità che si riattualizza ogni anno? Gesù Cristo vince la morte e un sacerdote che è ministro di questa Pasqua di vittoria non ne sente la gioia… “Perché non mi sento questa resurrezione dal momento che sono risorto?”… si chiede padre Jacques Mourad, lui che a causa della sua fede è un condannato a morte, che sfugge alla prigionia sotto l’ISIS e che, alla prima occasione di festeggiare con Cristo la liberazione dalla morte, non riesce a gioire e a far festa: perché?

Gesù: «Questo mondo avrà bisogno di una rivoluzione»… per la Giustizia

Padre Jacques, la notte della prima Pasqua dopo la sua fuga lo chiede direttamente a Lui che è il Risorto e dice di aver sentito in cuore la voce di Gesù che gli suggeriva: “«Questo mondo avrà bisogno di una rivoluzione»… contro la violenza, contro il Male, contro le armi, contro tutta questa ingiustizia!” – prosegue.
Ed ecco che gli si illumina dentro la risposta alla sua domanda profonda: è a motivo di tutto quello che è accaduto e che tuttora accade ai suoi fratelli e sorelle Siriani dispersi nel mondo come profughi, poveri, prigionieri, senza più casa, né beni, né Patria.

Leggi anche: Padre Mourad: “Isis mi voleva sgozzare perché cristiano. Ero pronto alla morte per Cristo”

La sofferenza altrui diventa inseparabile

“La sofferenza di tutti questi Siriani io la porto nel mio cuore, nel mio corpo, nella mia storia… e da questo non posso separarmi”.
Da qui la scelta radicale di non tornare più in Siria per rimanere in mezzo alla sua gente come pastore tra le pecore perché non vadano perdute.
Un numero elevatissimo, a quanto afferma lo stesso padre Jacques, “non diecimila o ventimila, sono sei milioni”, che ora vivono nei campi profughi in Libano, Giordania, Grecia, Turchia. Tra questi tante donne e bambini, che insieme ai propri uomini hanno subito violenze, hanno assistito a scoppi e distruzioni, hanno visto cadere giorno dopo giorno le proprie case, quelle dei vicini e infine intere città, il proprio Paese dalle tante bellezze… hanno vissuto tanti dolori, hanno visto morire padri, madri, figli, vicini, senza alcuna distinzione di sorta… forse, anche per questo, provano a rischiare la via del mare, attraverso il Mediterraneo, a passare i confini dei Paesi Europei alla ricerca di una nuova vita da ricostruirsi, di un Paese che li faccia sentire accolti e nuovamente a casa.

Leggi anche: «Amate i vostri nemici», la testimonianza del sacerdote sfuggito all’ISIS

Ognuno è responsabile anche per la sofferenza altrui

“Nessuno sa veramente quello che vivono questi profughi” dentro i campi… “Chi può sopportare di vivere un solo giorno senza acqua? Un giorno senza elettricità… Un giorno senza cibo… chi può accettare di vivere così, senza casa, senza tetto? Come mai questo mondo accetta questa situazione per più di 6 milioni di persone?”
Padre Jacques lascia intendere che stiamo parlando solo della Siria, ma che ci sarebbero tante altre tragedie simili altrove nel mondo, come in Yemen, in vari Paesi dell’Africa, Il suo pensiero giunge fino al Venezuela. Non è uno sguardo parziale il suo, non pensa solo “a se stesso”, ma ha l’anima aperta a chiunque soffra e si trovi a vivere condizioni simili.
Sono in ogni caso parole dure, quelle che il prete siro-cattolico usa verso tutti coloro che se ne stanno comodi nelle proprie case, al caldo sotto i tetti, garantiti con ogni sorta di bene di conforto e senso di agiatezza. “Siamo di fronte ad un giudizio molto grande e quelli, i poveri, i profughi, saranno i nostri giudici”. E ancora: “Se non facciamo niente, saremo tutti condannati… e nessuno può dire: «Io non ho responsabilità»”. Ma non finisce qui. Padre Jacques prosegue sostenendo con forza che “non è sufficiente andare a filmare la situazione nei campi dei profughi, non è sufficiente. Questa non è una missione, questa è pubblicità! La missione è di salvare questa gente…”

Leggi anche: Padre Jacques Mourad, voce di uno che grida “dal” deserto

Cosa dice a me? Come mi parla questa voce?

Ecco, qui mi fermo… prendo respiro. Faccio un attimo di silenzio…
Un discorso che può suonare vecchio, superato, ci sono ben altre urgenze a cui prestar ascolto e su cui concentrare il nostro interesse e il nostro sguardo… il Clima impazzito, le foreste che bruciano, nuovi Governi nascono e catalizzano le attenzioni di tutti, il campionato di calcio appena ricominciato, l’anno scolastico alle porte.
Di fondo, però, io continuo a sentire questa voce che parla e penso: questo discorso dà molto fastidio alle mie orecchie tappate, ai miei occhi bendati, al mio cuore al riparo dalla paura sotto una patina di polvere che va accumulandosi sempre più, portandosi via il coraggio di cambiare, quella sveglia e scossa di vita che urge attivare ogni giorno.
Soprattutto, stare ora, di fronte a quest’uomo che mi guarda con occhi profondi e seri, ma anche luminosi e accesi di speranza, ecco, continuare a tenere lo sguardo mentre lo intervisto, rimanere lucido mentre mi racconta la storia del suo Popolo martoriato, con tutta questa vita che passa tra lui e me è davvero molto difficile.
Mi chiedo allora il perché di questo sentimento in me. Forse perché io ce le ho tutte? Ho un tetto sotto cui dormire, ogni giorno ho qualcosa da mangiare, da bere, calore se c’è freddo e frescura se c’è caldo, sole, vento, mare, vado in Chiesa, prendo la Comunione e mi professo Cristiano. In ultimo, ma non da meno, ho una videocamera accesa davanti a lui che mi parla e il pensiero corre a come poter evitare che tutto questo diventi un’occasione di far pubblicità a me, alla Società per cui sto realizzando questa intervista. Come in una scarica le domande si precipitano dentro di me: «Tu che fai per questa situazione? Come ti poni di fronte al male che affligge il tuo fratello? Quali azioni pensi e compi per contrastare le ingiustizie che dilagano in questo mondo? Davvero non c’è nulla che tu possa fare?». In definitiva una voce corre in mio aiuto e porge anche a me una via di fuga da questa pioggia di proiettili sulla mia coscienza. «Se pure non puoi far nulla di grande, di visibile, puoi certamente far bene il tuo lavoro, stando innanzitutto davanti a quest’uomo con estrema sincerità, offrendogli un sacro ascolto perché sia lui a parlare in te, non il tuo io, sia la sua voce attraverso la tua intervista ad elevarsi come grido di dolore e richiesta di aiuto per il suo Popolo. Questa è la realtà che oggi Dio ti pone davanti, questo il Bene che ti chiama a compiere. Fallo!»

E come una luce che sorge, s’illumina anche dentro di me una consapevolezza nuova, che risponde alla stessa domanda iniziale di padre Jacques e apre ad un senso nuovo: perché non ci può essere vera Pasqua se gli ultimi che mi circondano non siedono al mio stesso banchetto!

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