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ll viaggio di Francesco in Africa: gioia, speranza e responsabilità

AFRICA, MOTHERS, BABIES
Vladislav T. Jirousek | Shutterstock
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Immagini e parole che hanno segnato la visita del Papa in Mozambico, Madagascar e Mauritius

Il viaggio di Papa in Mozambico, Madagascar e Mauritius è ormai concluso e di questi giorni intensi e straordinari rimangono innanzitutto impressi nella mente i volti pieni di gioia dei bambini, delle donne e degli uomini che hanno accompagnato Francesco lungo strade ora fangose ora polverose di Maputo e Antananarivo, e che hanno animato – nel vero senso della parola – le stupende liturgie celebrate nei tre Paesi. La gioia che hanno saputo esprimere, nonostante le difficoltà e le condizioni precarie in cui molti di loro sono costretti a vivere, ha qualcosa da insegnare a tutti noi. Ci insegna che nel calcolare il benessere di un popolo non sono sufficienti i parametri legati al solo dato economico: la fede vissuta, l’amicizia, la capacità di relazione, i legami familiari, la solidarietà, la capacità di godere delle piccole cose, la disponibilità a donarsi, non potranno mai entrare nelle statistiche.

Il momento più commovente di tutto il viaggio è stato senza dubbio l’incontro con gli ottomila bambini di Akamasoa, nel luogo dove prima si trovava un’enorme discarica e dove invece ora sorgono piccole ma dignitose casette in mattoni, scuole, luoghi di ricreazione. L’opera iniziata una trentina di anni fa da padre Pedro Opeka è uno dei tanti tesori nascosti della Chiesa cattolica nel mondo. Un’opera che incarna la speranza cristiana. Grazie alla dedizione di questo missionario, migliaia di famiglie hanno ritrovato lavoro e dignità, e migliaia di bambini hanno trovato un tetto sopra la testa, cibo e possibilità di frequentare la scuola. L’accoglienza rumorosa e festosa che i piccoli di Akamasoa hanno dedicato al Papa è carburante per l’anima. Quanti padre Pedro ci sono in Africa, in Asia, in America Latina, ma anche nelle periferie più problematiche dell’Occidente. Contemplando i volti di quei bambini, felici per aver ospitato in casa loro quel nonno vestito di bianco venuto da Roma, ci si imbatte nell’essenza più profonda della Chiesa e della sua missione: evangelizzare e promuovere l’uomo. Evangelizzare, scegliendo la vicinanza ai più deboli e agli scartati. Evangelizzare testimoniando «la presenza di un Dio che ha deciso di vivere e rimanere sempre in mezzo al suo popolo», come ha detto Francesco ad Akamasoa. Più volte in questi giorni il Papa ha spronato sacerdoti, religiose e religiosi a ravvivare il fuoco dell’autentico spirito missionario che non può prescindere dalla vicinanza a chi soffre.

Francesco ha anche invitato a non considerare la condizione dei poveri come una fatalità: «Non arrendetevi mai davanti agli effetti nefasti della povertà, non cedete mai alle tentazioni della vita facile o del ripiegarvi su voi stessi». E così, l’altro filo rosso che ha legato gli appuntamenti del viaggio è stato un richiamo alla responsabilità dei governi, delle autorità politiche e della società civile, perché si possano intraprendere nuovi cammini sulla via dello sviluppo. Cammini innovativi capaci di mettere in discussione l’attuale modello economico-finanziario, rendendo i popoli protagonisti della costruzione di un futuro più giusto, più solidale, più rispettoso della dignità della vita, delle culture e delle tradizioni, più rispettoso del creato che ci è stato dato perché lo trasmettessimo ai nostri figli senza depredarlo. Messaggi pronunciati in Africa e per l’Africa, ma destinati anche a tutti noi.

 

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