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Sola nella stanza dell’anima mi sono chiesta: “Chi sono?”

KOBIETA W ŚWIETLE
diego Authentic/Unsplash | CC0
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Non è facile mettere da parte le parole e scegliere un momento di raccoglimento, che è anche accoglimento: qualche momento per abitare in silenzio l'intimo della nostra anima ci fa scoprire chi siamo, prima di diventare chi siamo.

Quanto bisogno del silenzio che ho. Solo ora che ho accettato di farlo entrare nella mia vita mi rendo conto di questa necessità. Ho sempre parlato tanto e mi piace tutto ciò che possa trasformarsi in parole. Ma non c’è parola senza silenzio. Non c’è discernimento, né accoglimento. Un tempo avrei avuto paura del silenzio, il non scrivere, il non saper che cosa dire, stare in silenzio di fronte a qualcuno mi spaventava. Ma te hai curato questa mia paura. Guardandoci spesso le parole sono di troppo e nulla dei nostri dettagli che ora noto sarebbero diventati così importanti.

Saranno due mesi forse, anzi, sicuramente tre, che rifletto e cerco di trovare le parole per il silenzio. Avevo accantonato l’argomento ma è risbucato tanto prepotentemente da non poterlo più ignorare.
Un grande spazio della mia giornata è dedicato a te e io non sapevo se questo fosse spaventoso o meraviglioso. Forse perché è stato entrambe le cose in momenti differenti.

Nulla avrebbe potuto farmi intuire che quella stanza tutta per me, che poi era anche la mia casa, sarebbe stata in grado di far risuonare il silenzio nella mia anima. Chi avrebbe potuto immaginare mai il rumore del silenzio?
Dapprima piccolo, poi sempre più grande, fino a poter occupare tutto lo spazio a disposizione.
Il rumore del silenzio prende la forma del suo contenitore, proprio come l’acqua. Non è però insapore, né incolore, né tanto meno inodore. Ha il potere di far riaffiorare alle menti sapori, odori e colori che si estendono virtualmente dall’esterno all’interno.
Solitamente non chiede il permesso, il silenzio, e cerca di trovare accoglienza negli spazi e nelle anime almeno una volta al dì.
Virginia Woolf aveva dato molta importanza a quella stanza tutta per sé, senza la quale non sarebbe potuta divenire una scrittrice, a detta sua. In quello spazio aveva infatti accolto il silenzio, misurando la forma della sua anima, il contenitore. Forse lì incontrò il turbamento, l’amore, la passione, la fantasia, affrontò i suoi demoni, perdendo o vincendo, chi può saperlo.

Trovai quel libro in un mercatino al mare, di quelli che vendono libri usati la cui etichetta spesso non corrisponde al prezzo che il libraio ti chiederà alla cassa. Poca importanza all’apparenza, molta alla sostanza, se volessimo trovare uno slogan per questo tipo di mercatini, sarebbe questo. Le pagine di quei libri hanno sempre l’odore di qualcuno e di qualcosa, portano con sé la storia di un luogo e non conoscono il loro destino.

WOMAN,READING,BOOK
Shutterstock

Si affacciano ad un nuovo mondo ogni volta che qualcuno casualmente sfoglia le loro pagine e vivono ansiosi di conoscere una nuova vita aspettandosi di finire in qualche borsa o su qualche comodino.
In alcuni casi, sono i libri a chiamarci. Sono loro a conoscerci e a indicarci una strada. Sono sapienti conoscitori del silenzio e non ne hanno mai paura. Quella volta, sinceramente, non sentivo di essere chiamata da un libro. Si tratta di circa sette anni fa. Non ricordavo esattamente le sensazioni che aveva provato mentre mi dirigevo verso la cassa. Tuttavia, ricordo che la professoressa di inglese, una tipa strana che sembrava avere dentro una sorta di ribellione perenne, aveva parlato a lungo della Woolf e la sua vita un po’ malinconica era rimasta dentro il mio cuore. E poi To the Lighthouse mi era piaciuto così tanto. Forse Una stanza tutta per sé attendeva di farmi conoscere le sue parole e molto altro ancora.

Ad ogni modo, consapevole o meno, quel libro mi chiamò con le sue cento pagine e con una copertina davvero poco accattivante. Immagini di specchi su sfondo rosa acceso. Forse lo pagai un euro. Anzi, sì, sicuramente un euro (0,99 centesimi, per la precisione), perché si trovava nella sezione della svendita dei grandi classici, messi lì ad attendere la loro prossima destinazione.
Hanno diverse possibilità quei libri là. Avendo bazzicato nelle librerie a lungo, sia dalla parte del bancone che girovagando tra gli scaffali, avevo notato che solitamente il loro destino, nel migliore dei casi, era quello di finire tra le mani di qualche ragazzo. Mi riferisco a quel tipo di ragazzo impavido che affronta la decisione di acquistare il libro indicato dalla professoressa anziché leggere qualche trama al volo su Internet prima dell’interrogazione al rientro dalle vacanze. “Nel migliore dei casi” perché troppo spesso sono le madri, la cui ansia trasuda dal foglietto stropicciato staccato dal diario del figlio, che si imbarcano alla ricerca dei libri richiesti dalle insegnanti, impazienti di mettere una trionfante “x” accanto al titolo del libro acquistato.

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