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Il tennista che non ha chiesto a Dio “Perché proprio io?”

ARTHUR ASHE

Rob Bogaerts - Anefo

Adriana Bello - pubblicato il 09/09/19

Ashe è morto nel 1993, ma quell’anno si è dedicato anche a mobilitare le coscienze e a offrire informazioni su quella malattia e a raccogliere fondi per curarla. Ha anche creato la propria fondazione, l’Arthur Ashe Institute for Urban Health.

C’è un aneddoto famoso passato alla storia perché riassume molto bene il suo carattere e il suo atteggiamento nei confronti della vita. Dopo aver annunciato pubblicamente che aveva l’Hiv/Aids ha ricevuto una lettera da un fan che gli chiedeva: “Perché Dio ha dovuto scegliere proprio te per una malattia così brutta?”

Ashe ha risposto: “Nel mondo, 50.000.000 di ragazzi iniziano a giocare a tennis, 5.000.000 imparano a giocarlo, 500.000 imparano il tennis professionistico, 50.000 entrano nel circuito, 5.000 riescono a giocare un Grande Slam, 50 arrivano a Wimbledon, 4 alle semifinali, 2 alla finale. Quando stavo sollevando la coppa non ho mai chiesto a Dio: ‘Perché proprio io?’, e allora come posso chiedergli il motivo delle cose brutte quando non l’ho fatto per quelle belle? Semplicemente a volte ci sono cose che non si possono spiegare, soprattutto quelle negative”. Una risposta che ricorda il personaggio biblico di Giobbe.

Per questo non stupisce che lo stadio con la più grande capacità al mondo si chiami come lui. Oltre ad essere un grande tennista (ha vinto 33 titoli individuali ed è stato il numero 2 del mondo), Arthur Ashe è stato una grande persona.

ARTHUR ASHE
Shutterstock | lev radin

Ha applicato i valori dello sport alla sua vita quotidiana, ed è sempre stato nelle avversità che ha trovato più forza: “Non voglio essere ricordato per i miei successi tennistici. È qualcosa che non dà alcun contributo alla società. È stata una cosa puramente egoistica; l’ho fatto per me”.

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aidsinfezione da hivsport
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