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Monica Mondo dialoga con Arnoldo Mosca Mondadori: Eucaristia, «il miracolo continuo che sembra non interessarci affatto»

fot. Courtesy Everett Collection

Giovanni Marcotullio - Breviarium - pubblicato il 05/09/19

Grazia e libertà, mistero di relazione

I due interpreti del dialogo affermano, qua e là, di non volersi addentrare in campi come quello tecnico-teologico, per i quali (pur essendo entrambi persone assai colte) non dispongono di strumentario teoretico adeguato; a ben vedere, però, i campi sono attigui e lo sconfinamento quasi inevitabile. Alcune tematiche affiorano carsicamente, qua e là, come un Leitmotiv: il male e la sofferenza, la grazia e la libertà, la visione beatifica e il paradiso (senza che si perdano di vista l’aborto, l’eutanasia, i tagliagole e gli sfruttatori dei poveri). Su una tematica teologica piuttosto complessa, ma pure semplice nel suo enunciato, la Mondo propone un’audace e suggestiva analogia: si tratta della questione dell’oggettività ontologica del sacramento, che la teologia cattolica ha il compito di preservare nella sua aseità pur senza nuocere al carattere ordinato – cioè destinato a – dell’Eucaristia.

L’esempio posto è questo: io guardo la tv, quel che vi avviene mi fa partecipare realmente a quel che vedo, ma io non sono fisicamente lì. C’è un tramite, le onde elettromagnetiche. Così il pane e il vino sono tali a tutti gli effetti. È la mia relazione che li rende corpo e sangue. Affascinante: ma non può essere la mia relazione, non sono io a far esistere quel che Cristo ha detto.

Ivi, 27

Il merito dell’analogia è di preservare la dottrina eucaristica da ogni fisicismo: come guardo veramente, realmente e sostanzialmente la partita senza essere fisicamente allo stadio, così mi nutro veramente, realmente e sostanzialmente del corpo e del sangue di Cristo (della sua anima e della sua divinità) anche se «la vista, il tatto e il gusto» giudicano (correttamente) la loro assenza fisica, ma non quella mistica (in senso forte, cioè appunto sostanziale). Il punto debole – ogni analogia ne ha almeno uno – è che la tv neanche si accenderebbe, se qualcuno non volesse guardarla, né si potrebbe più dire in senso compiuto che un apparecchio televisivo trasmetta davvero qualcosa, se fosse acceso in una stanza vuota, senza qualcuno nei paraggi che possa almeno ascoltare l’audio. Monica difatti avverte il cul-de-sac dell’immagine e, pur non rinunciando a scriverla (chi avrebbe resistito, da quanto è parlante?) muove qualche passo indietro: mi piace ora offrire a lei e ai lettori un riscontro, visto che il passo mi ha fatto balenare in mente una considerazione.


EUCHARIST ADORATION

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È vero che il sacramento dell’Eucaristia esiste in una relazione, perché è così che Cristo l’ha voluto: era seduto a tavola con i suoi; ha spezzato il pane e ha versato il vino per loro; l’effetto dichiarato del “farmaco d’immortalità” è dimorare in loro (e loro in Lui) – insomma il racconto dell’istituzione è semplicemente impensabile al di fuori di questo quadro. Il fatto è che la relazione comincia prima che noi ce ne accorgiamo. Ci sono più avanti nel testo due frasette di Mosca Mondadori – «Dipende da me solo l’aprirmi. Il resto lo fa Dio» (43) – che un lettore malevolo potrebbe qualificare di semipelagianesimo, se non tenesse conto di tutto il discorso: anche l’aprirsi, infatti, dipende da noi ma non solo da noi. A cosa ci apriremmo, per capirci, se non fossimo già da sempre preceduti da un’offerta di grazia?

Lo illustra con plastica chiarezza la fiaba della Bella Addormentata (una di quelle che più trasparentemente di tutte riflette il portato gnostico originario del genere, cioè la struttura narrativa volta a divulgare il mistero cristiano): quando il Principe7 bacia la Bella, il suo è un vero bacio o no? E come potrebbe non essere un vero bacio se anzi è detto “il bacio del vero amore”? Eppure quel Bacio – che è proprio l’immagine dell’Eucaristia – viene dato unilateralmente da un soggetto senziente e agente a uno inerte e incosciente. Nell’epoca caotica e ciarliera del #metoo si è perfino giunti a invocare la soppressione di quel Bacio, qualificato di molestia (sic!) senza realizzare che esso è il compimento escatologico di un protovangelo arcaico (secondo la maledizione originaria la Bella sarebbe dovuta morire per la puntura) – come si legge in Gen 3. La verità è che il nostro tempo, sazio e disperato, intuisce l’importanza della relazione ma ripudia l’idea che sia un Altro a suscitarci, fin da sempre, a tale relazione. Le fiabe stanno lì a ricordarcelo, perché il Bacio del Principe della Pace (Is 9,5) è bacio vero, reale e sostanziale anche se lo disconosciamo o se protestiamo di non volerlo, illudendoci di poter volere solo quanto conosciamo (cioè nulla), laddove la nostra sete si placa unicamente nel Tutto per cui siamo fatti e che resta per noi infinitamente Altro.




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E c’è poi molto altro ancora, nel libro, prima di un finale bellissimo: breve come la chiusa di una canzone provenzale, struggente come un pugno di esametri omerici al punto giusto. Ma non ve lo riporto.


1: Diffuse soprattutto da TV2000 nella trasmissione “Soul”. 2: 1Sam 17,42 e 16,7. 3: Rispettivamente, il 23% conosce poco o per niente il contenuto del dogma mentre il 14% sa enunciarlo: dunque i cattolici che rigettano la dottrina sono 2/3 di quanti la ignorano, e questo – quantunque ridimensioni ulteriormente il numero degli “increduli” stricto sensu – pone seri interrogativi sull’efficacia del ministero catechistico e didattico della/nella Chiesa. 4: . 5: E qualcuno sarà stupito (o forse no) nell’apprendere che anche il noto James Martin s.J. riportava l’aneddoto, in un bell’articolo di apologetica sull’eucaristia. Era il 2 giugno. Del 2010… 6: «È nato in Mozambico, a Maputo, nella Casa della Misericordia di padre Antonio Perretta, il primo laboratorio di ostie “figlio” del laboratorio del carcere di Opera. […] Anche in Sri Lanka sta nascendo, sempre grazie ai detenuti formatori del carcere di Opera, un laboratorio dove lavoreranno ragazze che altrimenti rischierebbero di entrare nel | mercato della prostituzione. Nascerà presto anche un laboratorio a Buenos Aires, dove lavoreranno ex ragazzi di strada» (Ivi, 92-93). 7: Il quale è detto “azzurro” solo in quanto “Celeste”, cioè proveniente dal Cielo, ma è canonicamente avvolto del cristico mantello rosso di cui in Apoc 19,13.

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