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Confessa l’omicidio sui social. Ma la visibilità esaspera la colpa e non offre perdono

MAN, PHONE, SELFIE
Dean Drobot | Shutterstock
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Lunedì scorso Alberto Pastore, 23 anni, ha ucciso a coltellate l’amico Yoan Leonardi. Prima dell’arresto ha girato un video e lo ha messo su Facebook e Instagram: è un monologo pubblico, segno dei nostri tempi in cui l’io tenta invano di autoassolversi.

Ero troppo solo, e di conseguenza ero obbligato come unica risorsa a bruciare costantemente al fuoco del mio stesso pensiero. Ora Tom è con me e stiamo molto bene. – John Keats, Lettere

Bruciare al fuoco del proprio pensiero, altrimenti detto: autocombustione da egocentrismo. A volte ci si scotta superficialmente, a volte si diventa cenere, ma siamo tutti dentro questo incendio innescato dalla voglia di essere al centro del discorso, protagonisti e insieme voci narranti. La Chiesa, che è un’istituzione antica da alcuni ritenuta antiquata, la sa lunga in merito: da tempo immemorabile ci propone la Confessione come acqua fresca che spegne il violento ardore dell’ego. La Confessione è un gesto privato per consegnarsi a un altro.

Oggi l’alternativa dominante è la confessione stile Grande Fratello: un monologo pubblico, senza interlocutori e con molti spettatori. Ieri ne abbiamo avuto un’altra declinazione clamorosa a Novara: Alberto Pastore ha registrato un video per raccontare l’omicidio commesso e lo ha diffuso su Facebook e Instagram.

Coltellate al migliore amico

Gelosia, uno dei peccati più vecchi al mondo. Il male è noioso, ronza sempre attorno agli stessi nervi scoperti; solo la forza amante del bene può essere creativa e generare novità. Il nostro male è molto monotono, e quando andiamo a confessarci tiriamo fuori sempre gli stessi peccati. Dovrebbe essere consolante saperlo, perché è da questa ipotesi che si può dare al male il nome di cortocircuito e non di padrone. Quanto accaduto nei pressi di Novara ci mostra tutto lo strazio umano che deriva dal mettere sull’altare solo il proprio io e la giustificazione delle proprie colpe.

Lo scorso lunedì, verso le due di notte, Alberto Pastore, di 23 anni, ha ucciso a coltellate il suo migliore amico Yoan Leonardi. Poi è fuggito e si è messo a vagare in auto; è stata una fuga durata un paio d’ore, conclusa con un incidente e il suo arresto da parte dei Carabinieri alle 4.30 del mattino. Alberto era stato lasciato dalla sua fidanzata Sara e si era convinto che l’amico Yoan stesse corteggiando la sua ex e che la stesse manipolando per impedirle di tornare da lui. Questa è la motivazione all’origine dell’omicidio che sta emergendo dalle indagini; da capire se il gesto sia stato premeditato.

Durante il vagabondaggio in auto, subito dopo l’atto violento, Pastore ha registrato un video che è stato poi postato su Facebook e Instagram. Una specie di confessione, si dice. Un flusso di coscienza di fronte a una telecamera, è meglio definirlo così. Emblematico, poi, che in presenza del Pubblico Ministero incaricato delle indagini lo stesso Pastore si sia avvalso della facoltà di non rispondere. Sta tutto qui l’abbaglio: parlare a ruota libera delle proprie colpe senza voler rispondere di esse. L’esito di questa condotta è l’opposto di un guadagno personale; infatti già all’inizio del video Alberto Pastore parla di suicidarsi. Se la confessione è un monologo celebrativo, pubblico ma senza un volto a cui relazionarsi, l’esito è una vanità che si ritorce contro la persona.

Trascrivo il discorso di Pastore, pronunciato quando ancora i soccorritori del 118 tentavano di salvare la vita a Yoan:

Eh ragazzi, come ben sapete io ho fatto una ca…a. Adesso sto pensando come suicidarmi, perché non potrò mai vivere con questa cosa che mi tormenterà, con tutte queste decisioni che sono state fatte, tutte le cose che sono successe. A me dispiace, più che altro per Yoan, per Sara, per tutte le persone che mi conoscono. Adesso non so se Yoan ci sarà ancora, ma il mio obiettivo era quello di far vedere alla gente che per amore non bisogna mai intromettersi nelle faccende altrui, anzi è meglio pensare a se stessi, non intromettersi nelle relazioni altrui e farsi la propria vita, senza nascondere tutto al proprio migliore amico. Cioè, quello che ha fatto Yoan è tutto sbagliato dalla A alla Z. Allora, adesso è difficile spiegarmi, perché ho talmente tante cose da dire che non so come cominciare. Adesso ho in mente questo pensiero: ho fatto questa ca…a, ammetto di averla fatta, ma non so come spiegarmi.

Notato? Non dice mai che gli dispiace per se stesso. L’orgoglio dell’io, centrato sulla propria versione dei fatti, esclude dalle parole l’evidenza più necessaria di tutte: riconoscersi ferito a morte dal proprio male. Il resto del breve monologo è tutta un’illusione di spiegazione campata per aria, una curva ampia che evita il rettilineo del male commesso. Il dito non è puntato solo contro Alberto Pastore, il suo esempio è conferma di una verità comune a tutto l’umano: il male ci intrappola e la via d’uscita non può essere un monologo.

La confessione è una compagnia

Da soli si brucia al fuoco del proprio egocentrismo e la visibilità portata in dote dai social network non fa che amplificare gli effetti dannosi di questo incendio. Perché si resta comunque soli, affiancati solo dal pensiero di essere guardati.

La Confessione cristiana è l’esatto opposto e perciò è una voce rivoluzionaria: è un gesto intimo ma di vera compagnia. Con una licenza poetica, possiamo concludere la citazione iniziale di Keats così:

Ora Dio è con me e stiamo molto bene.

Non abbiamo affatto bisogno di parlare delle nostre colpe urbi et orbi, sarebbe un’ulteriore sfumatura di vanità. Abbiamo bisogno che qualcuno abiti con noi il nostro male, scenda con noi nelle viscere del buio e abbia la chiave autentica per toglierci dalla gabbia. Confessare le proprie colpe in uno spazio intimo a un altro uomo, che è Dio presente, è un gesto preciso di consegna, che dichiara la nostra incapacità di reggere il peso del male e anche il bisogno di affidarsi. Poi, oltre alla nostra voce, abbiamo anche bisogno di ascolto, perché la parola perdono viene solo da fuori.

Non si può dare il nome di confessione a qualcosa che non rechi traccia di un’autentica umiltà e i liberi flussi di coscienza non ci portano un millimetro più lontani dallo strazio che si sente quando il collare a strozzo del male stringe forte. Avvaliamoci della facoltà di rispondere di tutti i nostri inciampi colpevoli di fronte a Dio: cioè, non fissiamo il nostro viso nello specchio (anche di una telecamera) ma fissiamo dritto negli occhi Chi ha plasmato l’immagine di noi più amabile e può rimetterci in cammino per trovarla.

 

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