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“Il taglio dei parlamentari è una riforma monca”. Parola di costituzionalista

ITALIAN PARLIAMENT
Baris Seckin / ANADOLU AGENCY / AFP
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Secondo il professor Alfonso Celotto, diminuire il numero di deputati e senatori ha senso solo se si ripensa il bicameralismo perfetto o, addirittura, si va verso una repubblica presidenziale

“Mi sembra che non sia possibile mescolare il taglio dei parlamentari con la crisi di governo e il voto, perché sono percorsi autonomi e paralleli”: lo ha detto all’Agi il professor Alfonso Celotto, docente di Diritto costituzionale e Dirittopubblico comparato all’Università Roma Tre, interpellato sulla proposta avanzata da Matteo Salvini di approvare insieme al M5s il disegno di legge che taglia il numero dei deputati e senatori e subito dopo andare al voto. I tempi per la riforma costituzionale, spiega infatti il professore, sono lunghi: “Servono almeno tre mesi per attendere la richiesta del referendum e a quel punto se viene richiesto ne servonoalmeno altri sei-otto per essere votato. Quindi èassolutamente inconciliabile pensare di restare fermi su una riforma costituzionale per un anno e intanto congelare la crisi. Sono percorsi assolutamente paralleli e autonomi”.

L’altra questione è che il 20 agosto Conte andrà in Aula al Senato, mentre per il 22 è calendarizzato alla Camera il voto sulla riforma costituzionale. È una cosa tecnicamente possibile votare una riforma dopo l’avvio formale della crisi? “L’interferenza tra i due procedimenti può essere mantenuta fino a un certo punto” osserva Celotto.

“Una volta che le Camere vengono sciolte decadono tutti i disegni di legge non approvati, quindi se la riforma costituzionale non è approvata in via definitiva da entrambi i rami del parlamento decade. Per cui è piuttosto assurdo votare l’approvazione della riforma costituzionale se c’è la sfiducia. Tuttavia – fa notare il docente – c’è da tener conto che anche l’approvazione di una eventuale mozione di sfiducia al governo Conte non comporta direttamente il voto, ma la formazione di un nuovo governo. L’Italia è una repubblica parlamentare e quindi sfiduciare un governo non comporta assolutamente in maniera automatica andare ad elezioni“.

“Il popolo elegge le camere – ribadisce Celotto – e nella votazione popolare non c’è alcuna indicazione su quale debba essere il governo. Sono le repubbliche presidenziali che scelgono al voto che sarà il presidente del governo, esempio per tutti gli Stati Uniti d’America. Per cui se un governo parlamentare come quello italiano cade si può sempre trovare un governo differente e poi le elezioni sono l’ultima istanza. Ricordate quello che avvenne nel 1994, quando cadde il primo governo Berlusconi, quello con la Lega, e il presidente Berlusconi chiese il voto? Il presidente Scalfaro invece trovò un’altra maggioranza in parlamento e nacque il governo Dini. Questo è tipico delle repubbliche parlamentari, in cui è sempre legittimo un governo votato dal parlamento perché il voto popolare è solo indiretto rispetto alla formazione del governo“.

“Un provvedimento inutile e demagogico”

Entrando nel merito della riforma sul taglio dei parlamentari, cosa si può dire? È una legge prevalentemente demagogica, come denuncia il Pd, o un necessario sfoltimento dei privilegi, come sostiene il M5s che ne è l’autore? “Il taglio dei parlamentari è una riforma abbastanza monca” sottolinea Celotto. “L’assemblea costituente scelse un numero alto di parlamentari in maniera da fornire un’ampia rappresentanza in parlamento del pluralismo italiano. Sicuramente negli anni questo numero si è rivelato eccessivamente alto, forse non servono mille parlamentari e ne bastano la metà, ma a questo punto bisogna interrogarsi veramente sulla forma di governo, e quindi capire se è ancora il tempo di un bicameralismo perfetto o addirittura se andare verso una repubblica presidenziale. Tutto ciò – rileva l’esperto – va fatto con una riforma più organica”.

“Peraltro le riforme più organiche della seconda parte della Costituzione sono un tema di discussione fin dal 1982-85, quindi da quasi 40 anni. A questo punto tagliare solo i parlamentari mi sembra una riforma piuttosto inutile e demagogica. Va anche considerato che il numero dei parlamentari ha interrelazioni importanti con altri punti della Costituzione, per esempio l’elezione del Presidente della Repubblica, dove ci sono i delegati regionali. Diminuire il numero dei parlamentari – conclude Celotto – senza valutare l’incidenza dei delegati regionali nell’elezione del Capo dello Stato fa crescere l’importanza dei delegati regionali senza un quadro coerente. A mio avviso non è una riforma corretta ma è una riforma solo per far vedere che si è fatto qualcosa”.

Qui l’originale di AGI

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