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Sono (veramente) un dono per il mio coniuge?

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Paul Habsburg - pubblicato il 13/08/19

«Non è bene che l’uomo sia solo», si legge nelle prime pagine della Bibbia. E se la coppia rappresenta la più vasta possibilità d’amore per l’uomo ciò non è anzitutto per rompere la sua solitudine originaria, bensì perché essa permette alla nostra identità umana di compiersi. Perché? Creato a immagine di Dio, solo l’uomo ha la capacità di amare, di accogliere e di donarsi liberamente.

Tra le mie letture estive, vorrei condividere con voi fra tutte quella del libro Il sale della terra. Pubblicato nel 1996, esso registra conversazioni del cardinale Ratzinger, futuro Papa Benedetto XVI, con il giornalista tedesco Peter Seewald, e le conversazioni vertono sui temi religiosi più fondamentali. È la risposta all’ultima domanda del libro che mi ha più segnato, quando il cardinale era stato interrogato sul vero senso della vita: «L’uomo è sulla terra per imparare ad amare, imparare a servire», disse Ratzinger.


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È profondamente semplice e vero. Ciò che definisce l’uomo in quanto tale è la sua capacità di amare e di servire. Case… anche le formiche, da parte loro, possono costruirne. Ballare… ci sono orsi celebri in tutto il mondo perché lo fanno. Risparmiare e accumulare… anche gli scoiattoli possono farlo. I fiori possono essere belli e gli elefanti forti. Anche avere dei figli è cosa data a tutti gli animali. Invece solo l’uomo ha la capacità di amare, di accogliere e di donarsi liberamente.




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Per comprendere l’uomo, bisogna anzitutto guardare il suo creatore. Secondo Giovanni Paolo II, l’essenza di Dio non è in primo luogo la sua onnipotenza, e neppure la sua onniscienza. La caratteristica più particolare di Dio è la sua capacità di donarsi e di accogliere. Per il Papa polacco, Dio è precisamente dono-di-sé. Egli non può fare altro che donarsi e accogliere. L’universo intero è come l’esondazione di questo dono-di-sé (non in senso panteistico, si capisce!). L’identità dell’uomo è dunque, analogamente a quella di Dio: «Io ti ricevo e mi do a te». È per questo che Dio dice: «Non è bene che l’uomo sia solo». Ma attenzione! Dio non lo dice perché l’uomo avrebbe bisogno di un altro per rompere la sua solitudine, bensì perché l’uomo ha bisogno di un altro per imparare a donarsi, per imparare ad accogliere, ad essere un dono-di-sé, precisamente perché i bisogni dell’altro sono così spesso differenti dai suoi.

Il coniuge, un dono per imparare ad amare

Se trasponiamo questa identità umana nella vita di coppia, possiamo esprimerla così: in primo luogo, il mio bisogno di te non proviene dalla mia paura di restare solo. Tu sei anzitutto un dono per me, perché grazie a te potrò continuare ad imparare come si ama, come si serve, come posso donarmi e come posso accogliere. Una piccola intuizione dalle grandi conseguenze. Questa verità bisogna dapprima accoglierla, poi digerirla lentamente lasciandola lavorare nel nostro cuore. C’è, nel fondo di noi, una piccola voce che riconosce immediatamente la verità di questa proposizione.


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L’altro giorno, all’aeroporto, ho visto un amico che rientrava da un lungo viaggio. Mi diceva: «Paul, sono così spossato… ho davvero bisogno di tornare a casa mia e di godermi mia moglie e i miei figli». Allora ho osato chiedergli se si sentisse di poter riformulare la frase così: «Paul, sono così spossato… ho davvero bisogno di tornare a casa mia per donarmi a mia moglie e ai miei figli». È rimasto un po’ sorpreso, ma quasi subito mi ha risposto: «Sai una cosa? Vorrei tanto arrivare a dire questo, un giorno, perché è tanto più bello…».

Accogliere l’altro radicalmente

E il mio amico ha ragione da vendere. Gli eroi di film come Braveheart o Il Signore degli Anelli ci toccano in profondità perché si dànno senza riserva. Accolgono l’altro radicalmente. È vero, non sempre noi siamo degli eroi in piena forma. Cerchiamo però comunque di porci questa domanda: «Come potrei oggi essere un dono per il mio coniuge?». «Sono un dono per i miei genitori, per i miei fratelli e le mie sorelle, per i miei colleghi?».


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Quando prendete la mano della vostra fidanzata o di vostra moglie, quando tenete il vostro coniuge tra le braccia, quando lo baciate, cercate ogni tanto di prendere coscienza che non lo fate per voi, ma veramente per l’altro. Vedrete che non ci si perde nulla. Al contrario, ci guadagnate parecchio! Quando rientrate sfatti dall’ufficio, prima di aprire la porta ponetevi la domanda: «Adesso come potrei essere un dono per il mio coniuge?». Invece di lamentarvi di qualcosa, chiedete piuttosto al vostro coniuge: «Come potrei renderti felice?». Invece di essere impaziente con vostra moglie o con vostro marito, perché non porgli la domanda “posso aiutarti in qualcosa?”? Certo, di primo acchito non sembra facile, ma tutto cambia quando prendete coscienza di questa profonda verità: Dio vorrebbe tanto rendere felice il/la vostro/a amato/a attraverso le vostre parole, i vostri sguardi, i vostri gesti, le vostre piccole sorprese… Egli conta sulle vostre formule nuziali, quando gli/le avete promesso «di amarti e di onorarti tutti i giorni della mia vita».

Una check list delle piccole gioie

A proposito, propongo di fare una piccola check list speciale per i fidanzati (o per i giovani sposi), perché imparino ben presto a diventare regolarmente “dono-di-sé” per l’altro. Poiché è molto importante insegnare all’altro quali sono le nostre gioie, questa lista contiene degli obiettivi “molto umani”, quelli che ci rallegrano di più. La si può formulare così: «Se vuoi darmi una vera piccola gioia, allora basta che andiamo a correre insieme, adoro farlo con te… oppure cenare tu e io soltanto di tanto in tanto, per parlare di noi».




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Questa lista può comprendere tutto quello che ci rende felici. Perché non redigerla in due, seguendo un ordine alfabetico? Affetti, amici, cose da evitare, cultura, passatempi, cibo, spiritualità, sport, sessualità, vacanze eccetera… Non dimentichiamolo: non siamo sulla terra per essere ammirati o popolari, ma per imparare ad amare e a servire.


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Una coppia mi ha rivelato un trucchetto. La sera lui torna a casa in bicicletta e la prima cosa che lei gli chiede è: «Allora, quanti minuti hai pedalato?». Subito dopo aver risposto, tocca a lui porre una domanda alla moglie: «Come stai? Com’è andata la tua giornata?». Questa semplice formula offre all’altro una piccola gioia. Non ci vuole molto di più perché ognuno si metta in una disposizione di amore e di servizio all’altro.

[traduzione dal francese e adattamenti a cura di Giovanni Marcotullio]

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