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Ami davvero i tuoi figli? Non accontentarli, li aiuterai ad essere felici

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Di sirtravelalot - Shutterstock

Sei di tutto più uno - pubblicato il 12/08/19

La vera felicità non è essere soddisfatti in tutti i nostri desideri, ma trovare risposta al nostro vero bisogno. Per questo Dio, come ogni buon genitore, non ci "accontenta".

Dove si trova la felicità?

Quando ero piccola io, pensavo che la felicità fosse una città: cresciuta con le favole di Richard Scarry, anelavo, un giorno, di abitare a Felicittà. Solo da più grande fui costretta a capire che il famoso luogo della felicità non era una meta raggiungibile nella pratica camminando verso un luogo materiale, ma andando in profondità nel mio cuore. Erano già in fase di separazione, i miei genitori, e mia madre si lamentò con mio padre di non averla resa felice: lei ha creduto tutta la vita nel fatto che altri avrebbero dovuto pensare a farla sentire bene poiché – vissuta nel boom economico – i suoi genitori la  crebbero accontentandola in tutti i bisogni materiali tangibili.




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Per le ultime generazioni è possesso di beni tangibili e intangibili: oggetti ed emozioni

Certo: loro, cresciuti durante la guerra, erano portati a pensare che un figlio, con pancia piena e giochi di ogni sorta, non poteva abbisognare d’altro. Non credo fosse un errore voluto e intenzionale e che l’obiettivo, comune a tutti i genitori, non sia da condannare nel presupposto. Tuttavia il danno è stato ingente poiché alcune persone appartenenti alla generazione di mia madre (e successive, ovviamente) si sono avvezzate a credere di trovare la felicità nel materiale tangibile (oggettistica) e non tangibile (sentimenti ed emozioni). Il risultato è che sono nati: il terrore verso la sofferenza fisica e morale con l’auspicio di una dipartita prossima (la Nobis sono decenni che vorrebbe “togliere il disturbo” con una pasticchina -come dice lei-, e si arrabbia con Nostro Signore che non la prende con sé), il diritto alla felicità rapida e sollecita da pretendere costantemente e verso cui correre usando spesso il prossimo (pensiamo ai vari diritti di ogni genere che sorgono come funghi), e tutti quei piccoli grandi errori che noi genitori moderni compiamo costantemente (l’acquisto di cellulari a età inutili, l’incapacità a sgridare i figli e il terrore verso ogni evento che possa anche solo rattristarli)… e chissà quante cose che dimentico.

Accontentare non c’entra con il rendere felici

Quando lavoravo, cosa che mi piaceva moltissimo, notavo che il mio modo di approcciare i miei figli era spesso legato al fatto che tendevo a compiacerli senza riflettere. Sapevo che avevano patito la mia lontananza e mi dispiaceva. Tentavo di accontentarli e spesso non desideravo sgridarli. Per tutta una serie di motivi, mi ritrovai a non poter più lavorare e quando – nonostante l’immenso dispiacere – ho cominciato ad adattarmi all’idea, ho iniziato a notare – con mio stupore e tenendo tutte queste scoperte in cuor mio – che ero meno incline a soddisfare necessità inutili, intervenivo nei capricci “irricevibili” (quelli che ogni genitore non può proprio accontentare perché per età del figlio e per l’oggetto del contendere, sono del tutto non necessari alla sopravvivenza: ogni genitore possiede i propri) e ponevo più regole e limiti. Sono molto ammirata e tento infatti di imparare molto dalle mamme che, lavorando, sanno come equilibrare bene le cose e ho diverse amiche che mi hanno insegnato moltissimo (la Dottoressalucy, la Tata e tante altre).

Dio è Padre e ci vuole felici, infatti non ci accontenta in tutto

Torniamo alla felicità. C’è una scena di un famoso film (di quelli che uno sa a memoria ma continua a vedere perché son troppo ganzi: noi abbiamo i Blues Brothers e Operazione Sottoveste, ad esempio) che per me è emblematica:

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Il Tenente Dan è rimasto senza gambe e accusa Forrest Gump di averlo salvato dal suo destino glorioso di morto in guerra (come tutti i suoi avi). Beve, va con prostitute, si lascia vivere dalla vita… poi accetta di diventare marinaio proprio sulla barca di Forrest Gump, ma con grande sfortuna non riescono a sbarcare il lunario pescando gamberi. Forrest, consigliato in modo sarcastico dal Tenente Dan, va a pregare il Signore di aiutarli nella pesca.
Dio è misterioso – afferma con saggezza e semplicità infantile lo stesso Forrest Gump (la semplicità dei “piccoli”) – perché fa affrontare a Forrest Gump, ma soprattutto al Tenente Dan, una grande tempesta fatta di pioggia e vento e fulmini e onde, ma soprattutto una tempesta nel loro cuore. Forrest la vive spaventato ma ne ricava la sua pesca, il Tenente Dan “impazzisce” e si trova di fronte alla mareggiata che c’è nel suo animo.

La strada per la felicità passa dalla Sua volontà

Dio è misterioso perché è un Padre buono. I genitori buoni non accontentano e non accolgono tutti i desideri dei figli (il Tenente Dan avrebbe voluto morire con onore), ma conducono loro verso il loro vero Bene ascoltandone i bisogni, non cancellando frustrazioni e “tempeste”. Con difficoltà ho capito (e sto ancora cercando di comprenderlo al meglio poiché con ogni figlio vi è una relazione speciale) che il bene -chiamiamola felicità- delle persone che amiamo di più al mondo, non dipende da noi perché noi non siamo déi, dipende dalla costante ricerca del Bene che ognuno di loro fa nella propria vita.
E il Bene sta nel cuore, non nel materiale tangibile o meno (anche se un mitra spaziale che emette un BRRZABZ quando si preme il grilletto, è realmente una gioia). È una ricerca che si può fare solo se, impegnandosi sempre per fare il Bene ed essere dalla sua parte (sbagliando costantemente, ovvio, ma comprendendo come migliorarsi), ci si affida a Dio che non ci abbandona mai – soprattutto quando combiniamo guai o rimaniamo delusi da aspettative che non si realizzano – e che ci porta verso la nostra vera felicità.
Ecco perché aver bisogno degli altri per stare bene, per essere felici, non è un nostro diritto. Ecco perché usare gli oggetti per trovare la soddisfazione che dà il possesso – il cosiddetto shopping, ad esempio – è effimero e brevissimo, e ci rende, purtroppo, dipendenti dal materiale e sfuggenti dallo spirituale (d’altronde un ulteriore peluche fatto a coniglio morbidoso è necessario per non dormire soli: lo comprendo).
Il Tenente Dan lo scopre, cos’è la felicità quando – affrontata la sua personale tempesta – rinasce a nuova vita “facendo la pace” non tanto con Dio, come dice Forrest Gump, ma con tutto quello che avrebbe volentieri voluto e la vita non gli ha concesso. “Facendo la pace” con se stesso e i suoi umani limiti, comprendendo che quando diciamo «Sia fatta la Tua volontà» è la miglior cosa che possiamo fare se cerchiamo Felicittà, il luogo ideale della nostra serenità.
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educazione
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