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Più si conosce Gesù e più si riesce a conoscere anche se stessi!

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Liderina | Shutterstock
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È il miracolo dell’incontro con il Cristo!

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». (Matteo 16,13-23)

“Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli”. Nessuno di noi può fare davvero la professione di fede se non è lo Spirito che la suscita dentro di noi. La fede rimane un dono, e la beatitudine che ne deriva non è frutto di meriti ma è anch’essa dono di Dio. È il dono di poter dare un nome e un volto a ciò che ogni uomo cerca per tutta la vita anche senza saperlo. Ma va detto anche che la fede non è solo sapere il nome proprio di ciò che si cerca, ma anche imparare il proprio nome, quello vero, quello della parte più intima e autentica di ciascuno di noi. Ecco perché Gesù prosegue dicendo: “E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Più si conosce Gesù e più si riesce a conoscere anche se stessi. È il miracolo dell’incontro con il Cristo. Ma a questo miracolo va aggiunto il dono delle chiavi del regno dei cieli. Esse hanno sempre una funzione positiva: legare e sciogliere. Legare a un significato ciò che non ha più significato, e sciogliere da ciò che trattiene la vita da tutto quello che non le permette di vivere fino in fondo. È la grazia di vivere in una Chiesa che non è un girotondo ma una gerarchia, cioè un corpo ben ordinato che non funziona come una caserma ma come una famiglia dove la pace regna finché il padre fa il padre, la madre fa la madre e il figlio fa il figlio. Il Vangelo di oggi non dice solo qualcosa di personale a ognuno di noi, ma ci ricorda che tutti noi siamo fondati sulla roccia di Pietro, e che l’amore al papa è il prolungamento di quello che Gesù dichiara oggi in questa pagina di Matteo. È Pietro che ha le chiavi di casa, e se le ha date a lui un motivo ci sarà.
Matteo 16,13-23
#dalvangelodioggi

QUI IL LINK AL POST ORIGINALE DI DON LUIGI MARIA EPICOCO

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