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Si chiama Monica, il feto abbandonato a New York per cui è stato celebrato un funerale solenne

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6 agenti della Polizia di New York hanno accompagnato la piccola bara durante la funzione presso la chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso. Molti comuni cittadini erano presenti alla cerimonia, segno di un popolo che ancora ha a cuore la difesa della vita.

Lo scorso febbraio sotto un albero vicino alla scuola elementare Nathaniel Greene a Brooklyn è stato rinvenuto un sacco contenente un feto morto, le indagini mediche hanno poi accertato che fosse all’incirca di 20 settimane. Nulla si sa della tragica vicenda che ha portato a un epilogo così tremendo. Si fanno molte ipotesi, come quella di un aborto spontaneo tenuto nascosto; ma altri scenari più cupi si affacciano con altrettanta forza. Una madre e il suo bambino erano soli in un momento difficile delle loro rispettive vite, e hanno vissuto in completa solitudine un dolore straziante che ha portato alla morte di una vita innocente. Non si può neppure escludere che l’epilogo sia il frutto di una violenza perpetrata su una ragazza o donna, forzata a perdere un figlio che magari desiderava. Non si sa nulla, tranne che una vita è stata spezzata e un soccorso è mancato.

Monica, una testimonianza per la città

Il direttore del Life Center di New York (un centro che offre assistenza alle donne che affrontano una gravidanza difficile) Fred Trabulsi non è rimasto indifferrente, leggendo un trafiletto dedicato alla notizia su un giornale; si è mosso per chiedere alle autorità compententi di poter celebrare le esequie a quella piccola creatura. Al termine delle indagini mediche ed investigative necessarie, il corpo è stato affidato al Life Center che ha provveduto a organizzare una cerimonia funebre, ma prima è stato dato un nome alla bambina: è stata chiamata Monica in onore alla madre di Sant’Agostino. Questa scelta è legata alle parole di Santa Monica sul letto di morte, avrebbe chiesto di essere ricordata davanti all’altare del Signore. Così è stato anche per la piccola Monica.

Vogliamo documentare alla città che ci sono persone che hanno a cuore la vita, che la rispettano. Abbiamo dato a Monica la dignità che le spetta nel momento della morte e che non ha ricevuto mentre era in vita.

Questa è la dichiarazione che Fred Trabulsi ha rilasciato all’emittente News 12 Brooklyn che ha documentato alcuni momenti della cerimonia. Molti comuni cittadini hanno partecipato alla messa celebrata nella chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso nel quartiere di Bay Ridge. Alcuni agenti della Polizia di New York si sono offerti per portare la piccola bara e accompagnarla durante il corteo funebre. Il suono delle cornamuse, tipico delle cerimonie più solenni della polizia, è stato il sottofondo per l’ingresso in chiesa del feretro.

La piccola Monica verrà sepolta nel cimitero di Staten Island, dove è presente una zona denominata Guardian Angels (angeli custodi), dedicata ai bimbi nati morti e quelli abbandonati. Un’abitante del quartiere dove si è svolta la messa funebre ha dichiarato:

È molto triste assistere a questa cerimonia – afferma Mercede Jerez – ma è la nostra comunità. Ci sentiamo uniti in questi casi. (da Lifesite)

WHITE, COFFIN, FUNERAL

La legge e il popolo

È un messaggio molto chiaro quello che la voce della comunità di Brooklyn ha mandato all’intera città e allo Stato di New York. Chissà se anche solo un’eco lontana della notizia sarà arrivata alle orecchie del governatore Cuomo, firmatario della famigerata legge che ammette l’aborto fino a termine gravidanza. In occasione di questo aberrante “traguardo” dell’umanità si illuminarono di rosa i grattacieli di New York: si riuscì a far passare il messaggio, ingannevole, che la libertà e la salute delle donne potevano dirsi finalmente garantite.

Il caso della piccola Monica è un richiamo ulteriore a quanto una legge che abbia come premura la tutela dell’aborto non sia affatto sinonimo di tutela della donna. Che non sia sinonimo di tutela della vita va da sé. L’ideologia è sempre pesantemente scollata dal reale, vive in una bolla fuori dalle stringenti necessità del quotidiano. Non sappiamo quale tragica storia abbia portato alla nascita prematura e morte della piccola Monica; sappiamo che certamente c’è stato un vuoto di soccorso che ha ferito la sensibilità della gente comune, e ha spinto a tirare fuori una voce di cura anziché di soppressione. Una giovane madre che doveva tenere nascosta un gravidanza che poi si è complicata? Una donna su cui qualcuno ha usato violenza per farle perdere il bambino? Un maldestro aborto fai da te?

Qualunque sia la trama alle spalle del fatto, resta evidente che parte del popolo di New York e delle forze dell’ordine ha voluto testimoniare che la comunità dei cittadini deve stare all’erta su questi bisogni: sulla violenza che si esercita a danno della vita, sul soccorso della maternità in crisi, o abusata. Attorno alla vita, dovrebbe ruotare il perno del consorzio civile.

Solitamente il cavallo di battaglia dei movimenti femministi è quello di parlare di “rivoluzione”, quando vengono ostentati i progressi (?!?!) in tema di aborto: sì, una rivoluzione benedetta da milioni di dollari alle cliniche abortiste, dall‘endorsment dei divi di Hollywood e di grandi nomi del commercio globale. Ma quando mai la storia ha documentato rivoluzioni nate dall’alto e da un interesse economico così rilevante? La propaganda di una dittatura si muove, tendenzialmente, così.

La rivoluzione è sempre contro il pensiero che s’impone come dominante. E anche solo l’evidenza che i movimenti pro vita americani siano banditi dai social networks ci suggerisce che faccia ha l’imperatore di turno. Le grandi e vere rivoluzioni sono sempre partite dal basso, dalla voce sincera di un popolo insoddisfatto, tradito … senza sponsor, senza organi di informazioni globali. La rivoluzione nasce dal popolo, e può – certo – degenerare in una violenza indiscriminata; oppure può essere l’atto eroico e silenzioso di chi mette un seme nuovo in una terra arida. E, in questo senso, il funerale di Monica è un atto di ribellione chiarissimo alla cultura di morte che rende sempre più asfissiante l’aria in questa stanza, chiamata mondo.

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