Ricevi Aleteia tutti i giorni
Le notizie che non leggi altrove le trovi qui: inscriviti alla newsletter di Aleteia!
Iscriviti!

Non vuoi fare nessuna donazione?

Ecco 5 modi per aiutare Aleteia

  1. Prega per il nostro team e per il successo della nostra missione
  2. Parla di Aleteia nella tua parrocchia
  3. Condividi i contenuti di Aleteia con amici e familiari
  4. Disattiva il tuo AdBlock quando navighi nel nostro portale
  5. Iscriviti alla nostra Newsletter gratuita e non smettere mai di leggerci

Grazie!
Il team di Aleteia

iscriviti

Aleteia

La “Chiesa Cattolica Ecumenica di Cristo”… e altre storie

CANONIZATION
Antoine Mekary | ALETEIA
Condividi

Siamo stati sollecitati da un pastore d’anime a trattare il delicato e difficile tema di certe comunità ecclesiali che per una certa estetica (nonché per la “simbolica”) suonano familiari ai cattolici, mentre per tutto il resto offrono abbondanti elementi di turbamento. La storia di codeste comunità è molto istruttiva sulle dinamiche ricorrenti nel seno della Chiesa cattolica – della quale ogni cristiano è tenuto a contemplare e custodire ad ogni costo l’unità.

Shirilau aveva legami con l’Italia già per via di Brown, il suo consacrante, e nel 2013 ci fu un momento di vivace accelerazione delle dinamiche italiane. Il Cesnur ne segnala alcune:

Tra questi si contano noti esponenti dell’attivismo omosessuale italiano, fra cui Agostino De Caro – già presidente dell’Arcigay di Agrigento, da cui si è dimesso prima d’intraprendere il cammino vocazionale, consacrato vescovo da Basilio III (al secolo Gilberto Bertoglio, che oggi guida la Chiesa Autonoma Cattolica Ortodossa d’Italia-Romania Sant’Antonio il Grande), e ora arcivescovo metropolitano per l’arcidiocesi italiana della Chiesa  Cattolica Ecumenica di Cristo –, Lorenzo Antonio Canzano – anch’egli consacrato vescovo da Basilio III, e attualmente alla guida di una Chiesa Cattolica Ecumenica d’Italia – e il suo vicario generale Rosario Ferrara, consacrato vescovo da Canzano e che oggi guida una piccola realtà autonoma. In Campania la Chiesa fa capo al Monastero dei Santi Lorenzo e Gennaro Martiri di Nocelleto di Carinola (Caserta).

Dunque l’attuale metropolita per “l’arcidiocesi italiana” della “Chiesa Cattolica Ecumenica di Cristo” è il già presidente dell’Arcigay di Agrigento, quello che nel luglio del 2017 si era guadagnato qualche titolo di giornale per aver benedetto, ad Aversa, il primo “matrimonio religioso” di un trans (che ora si fa chiamare Alessia Cinquegrana e recentemente è stato eletto “Miss Trans Europa 2019”). Ma facciamo un passo indietro: che fine ha fatto il fondatore? Shirilau è morto nel 2014, e proprio in Sicilia: allora Canzano s’è fatto il proprio il proprio franchising locale mentre De Caro ha gestito le piccole realtà italiane che stavano sotto al pomposo nome di “Chiesa Cattolica Ecumenica” e nel 2016 le ha intestate alla “Chiesa Cattolica Ecumenica di Cristo”, chiedendo a Karl Rödig (e ottenendone) l’incardinazione nella sua organizzazione. E finalmente capiamo da dove venga Detroit, perché avevamo visto come Shirilau avesse preso le mosse dalla California, ben distante dal Michigan, laddove proprio lì Rödig ha fondato la propria comunità ecclesiale.

Vescovi vaganti e “chiese effimere”: per capire certe dinamiche

A questo punto assume un significato anche il motto “instaurare omnia in Christo” presente sullo stemma araldico della “chiesa”: è nientemeno che il motto personale scelto da Rödig per il proprio personale stemma episcopale. E chi è Karl Rödig? La risposta è complessa e affascinante, per quanto si possa essere tentati di ridurla a “un prete cattolico austriaco che ha voluto fondare una chiesa tutta sua”. Karl è un brillante e inquieto rampollo di famiglia cattolica mitteleuropea, vissuto e formatosi tra Francia, Stati Uniti, Austria, Italia, Grecia, Svizzera, Spagna e numerosi altri luoghi (ove si recava in viaggio o più stabilmente). Nel 1979 incontrò Giovanni Paolo II e nel 1982 visitò Medjugorie. Nel 1986 fu ordinato presbitero nella Congregazione del Santissimo Redentore (così sembra dalla foggia dell’abito religioso) per l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria di mons. Karl Berg, arcivescovo di Salzburg. Tutt’altro riserbo la “chiesa” tiene sui vescovi che hanno presieduto la sua consacrazione episcopale, la cui data dichiarata risulta però essere il 29 maggio 1999 (si capisce che questo ha rilievo – e nella fattispecie getta un’ombra – sul tema canonico della validità della consacrazione, che pure resta certamente illecita): in seguito a ricerche più approfondite (per le quali ringrazio il sempre solerte Marco Rapetti Arrigoni) pare che il consacrante sarebbe stato un certo Orlando Hyppolitus Lima Y Aguirre, vescovo vetero-cattolico della linea di Vilatte, insieme con David Dolence e Joseph Gouthro in qualità di con-consacranti. Non sarà privo d’interesse sottolineare che Gouthro (capo della “Chiesa Cattolica Apostolica Internazionale”) è stato consacrato vescovo dal famigerato mons. Milingo nel 2006, quando aderì alla sua “Married Priest Now! Catholic Prelature” (salvo poi uscirne tre anni dopo fondando “Married Priest Usa” e giustificando la scissione – qui viene da sorridere – per via di “differenze teologiche e filosofiche”!).

Nel 1989 Rödig lasciò la Chiesa cattolica, convinto che il celibato non dovesse essere imposto a tutti i chierici, ma che dovesse invece restare opzionale. Il movimento di riforma fu avviato nel 1998 dopo anni di pastorale “alle periferie”, si direbbe con linguaggio odierno: malati di Aids, cattolici scontenti e “inascoltati”. Ci si può sensatamente chiedere perché un clericus vagans come Rödig avrebbe dovuto fondare a Detroit la sua “chiesa”. La risposta è interessante perché, al netto di una sensibilità comunicativa affine a quella di Shirilau, la scelta dell’Austriaco è molto più segnata da un retroterra culturale ed ecclesiale europeo e cattolico. Detroit era dalla fine del XIX secolo uno dei capoluoghi del “movimento nazionalista-autonomista” di diverse etnie mitteleuropee emigrate negli Stati Uniti, delle quali evidentemente le gerarchie cattoliche non riuscirono a intercettare i bisogni e i malcontenti. Così il Cesnur compendia il quadro:

Il movimento nazionalista-autonomista si sviluppa in campo ecclesiale dopo il 1873 e si diffonde contemporaneamente in diverse città del Midwest – Chicago, Baltimora, Buffalo, Scranton, Cleveland, Detroit e Toledo –; i suoi leader iniziali sono i sacerdoti Anthony Stephen Kozlowski (1855-1907), Anton Francis Kolaszewski (1852-1910), Dominik Kolasinski (1836-1898) e il laico Stanislas Kaminski (1859-1911). Costoro conducono progressivamente le rispettive congregazioni all’indipendenza da Roma: loro scopo precipuo è fornire agli emigrati polacchi un’alternativa alla Chiesa cattolica, che essi giudicano eccessivamente appiattita sulle posizioni delle gerarchie irlandesi e tedesche. Nella vicenda interviene anche Joseph-René Vilatte (1854-1929), il controverso personaggio assai noto nel mondo degli episcopi vagantes, a cui alcune comunità polacche si rivolgono per ricevere protezione: Vilatte tra l’altro ordina sacerdote il già citato Kaminski e procede alla dedicazione di numerose parrocchie polacche, nel tentativo poi fallito di organizzare un’unione nazionale di Chiese etniche sul suolo americano.

Come si è visto, il consacrante di Rödig era nella linea episcopale di Vilatte, il che porterebbe la “chiesa” fondata dall’Austriaco ad essere una riedizione storica del variegato movimento scismatico noto sotto il nome di “veterocattolicesimo” (o “Unione di Utrecht”). Ricordo che un mio compagno di studi abbia così sintetizzato (non senza qualche approssimazione, benché efficacemente) la loro posizione: «Più che “vetero-cattolici” mi sembrano “neo-protestanti”». Eppure questo pedigree e questa ascendenza permettono a comunità come la “Chiesa Cattolica Ecumenica di Cristo” di richiamarsi – esclusivamente nell’estetica e nella simbolica – al patrimonio “cattolico romano”. Simboli araldici, altari, chiese, riti, giurisdizioni e quant’altro, e cosa c’è al di là di questo? La risposta è ancipite e paradossale:

  1. una grande libertà su moltissime questioni dottrinali e dogmatiche (chi vuole ammettere l’infallibilità pontificia la ammette, chi non vuole non la ammette – tanto in concreto nulla cambia per nessuno);
  2. un onnipresente superdogma libertario in materia disciplinare e morale, per cui non si può dissentire circa la massima flessibilità in temi morali (ma pure di sacramentaria, quali sacerdozio uxorato o femminile) e al contempo restare nella “chiesa”.

Paradosso minore, a ben vedere, perché il maggiore riguarda la stessa esistenza di queste “chiese”, i cui fondatori si fanno chiamare “vescovi” e “primati” – nomenclature d’ordine e di giurisdizione tardo-antiche e medievali – ma di fatto si comportano come degli “episcopi” di età subapostolica – a cominciare dal carattere itinerante della loro pastorale. Tale paradosso maggiore consiste precisamente in questo, e la vicenda da cui siamo partiti ne offre una riprova di più: codeste “chiese” sono (nella migliore delle ipotesi) esperienze ecclesiali così strettamente vincolate alla persona del fondatore che tendono a dissolversi una volta che quello sia scomparso. Così la “chiesa” di Shirilau vide le fisiologiche lotte di successione dopo la morte del fondatore e De Caro – avvertendosi geopoliticamente irrilevante in esse – cercò in Rödig un nuovo superiore.

Se fino a questo punto ho scritto cose talvolta aspre (e me ne scuso), ne scriverò adesso una un po’ più dura: le dinamiche che ho descritto per rispondere all’appello del sacerdote siciliano che ci ha scritto in Redazione sono presenti anche nella Chiesa Cattolica – sarebbe ingiusto e insensato negarlo. Partiti e correnti alimentano e (talvolta) inquinano la vita della Grande Chiesa fin dal cosiddetto “Concilio di Gerusalemme”, e in ogni secolo grandi santi hanno (quasi sempre in buona fede) operato sensibili colpi di mano per perseguire i fini che si prefiggevano – nei quali sovente la gloria di Dio andava perlomeno a braccetto con la propria. La differenza è che sempre quegli innumerevoli “scenari locali” confluivano in un dramma enormemente più vasto, che precedeva e seguiva – pur senza dissolverle – le piccole gesta dei cristiani. Quello scenario è la Chiesa – una, santa, cattolica e apostolica – l’unica Chiesa che Cristo ha dato come sacramento di unità e di salvezza per l’intero genere umano. Ed essa va ben al di là dei propri limiti visibili, trasversalmente alle confessioni e alle denominazioni, ovunque lo Spirito soffi. Non si tratta (solamente) di cose come prendersi la libertà di “ordinare prete” una donna (nella scorsa primavera De Caro ha “ordinato” la signora Raffaella Possidente, moglie e madre di famiglia), ma più fondamentalmente di concepirsi come “la vera Chiesa”, la quale incredibilmente verrebbe a galla una ventina di secoli dopo Cristo.

Al di là dei rumori della cronaca, in realtà non c’è molto di nuovo – anche per questo ho voluto descrivere genealogie episcopali che risalgono all’inizio del XX e alla fine del XIX secolo –: fin dalle origini la Chiesa è stata soggetta a queste frizioni (più o meno interne). Non a caso già Paolo, a metà del I secolo, ammoniva:

Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno.

1Cor 3, 10-13

Pagine: 1 2

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni