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“Anche nella notte più fonda, sono Tua prima di tutto”, Lidia Macchi non è un cold case

LIDIA MACCHI

TG 2000 | Youtube

Annalisa Teggi - pubblicato il 25/07/19

32 anni fa l'efferato delitto, nel 2016 una svolta clamorosa che ieri la Corte d'Appello ha smentito: Stefano Binda è stato assolto. Nel chiaroscuro della giustizia terrena, la voce chiara di Lidia si affidò completamente a Dio.

Ieri il nome di Lidia Macchi ha di nuovo riempito i titoli dei giornali, come li riempiono quelli di certe città che basta solo nominare per capire di cosa si parla: Avetrana, Erba, Cogne.

Perizie calligrafiche e parole uscite dall’anima

Il delitto di Lidia Macchi è, tecnicamente, un cold case, un caso vecchio e irrisolto: fu uccisa, appena ventenne, nel gennaio del 1987. Da allora non si è fatta ancora luce su ciò che accadde, sebbene si sappia che fu violentata e colpita a morte con 29 coltellate in un bosco di Cittiglio, in provincia di Varese. Dopo molti anni di silenzio, il caso di Lidia catturò di nuovo l’attenzione dei riflettori mediatici nel gennaio 2016 per una svolta improvvisa: una lettera recapitata ai genitori della ragazza morta a pochi giorni dell’omicidio e una perizia calligrafica sembravano incastrare Stefano Binda, conoscente della vittima.

In primo grado la giustizia ha dato a Binda l’ergastolo, ieri la Corte d’Appello ha rovesciato la sentenza precedente, assolvendolo. La sorella di Lidia ha dichiarato la costernazione della famiglia e qualche rispettosissima critica alla durata dell’Appello, svoltosi in sole 3 udienze.


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Il male, il dolore, la morte, la giustizia. Da 32 anni una famiglia abita l’irrisolto mistero di queste parole che tormentano l’anima. Dalla notte dei tempi questo mistero s’incarna nell’uomo; tornava anche nelle parole che Lidia scriveva. Allora non trattiamola da cadavere e approfittiamone per ascoltare quanto ci riguarda la sua voce. Ecco cosa scrisse appena 5 mesi prima di morire:

Noi e il nostro misero corpo, noi e il nostro fragile spirito siamo la tua gloria vivente?

Lei, giovane ragazza piena di amici, aveva messo al centro della propria vita ciò che ora tutte le trasmissioni di cronaca nera ignorano, Dio. Pieni di lenti d’ingrandimento, ci scordiamo di alzare gli occhi al cielo.

L’indagine più umana possibile

Pensi sempre che queste cose accadano agli altri, non a te. Così dichiarò in un’intervista il padre di Lidia Macchi, confessando una verità che ci appartiene: il male, quello davvero atroce, esiste ma diamo per scontato che ci schivi di qualche metro; che accada vicino, magari, ma sempre qualche strada più in là. La sera del 5 gennaio 1987 Lidia era andata a trovare un’amica all’ospedale di Cittiglio, nel rientrare a casa con la Panda di famiglia, poco dopo le 20, quel male incrociò la sua strada, diventò una presenza che l’assalì e la uccise. Alla violenza carnale, che lese il suo corpo vergine, seguì la violenza fisica di un accoltellamento furioso.


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Non ha ancora un nome e un volto l’assassino, la giustizia terrena non ha sciolto il nodo di questa tragedia; intanto l’opinione pubblica può lasciarsi intrappolare nella rete delle trasmissioni televisive che ci vogliono far giocare agli investigatori, capaci di destreggiarci tra luminol, tracce ematiche, perizie di parte, incidenti probatori. Che l’uomo possa intravedere nella giustizia terrena un riverbero di una giustizia eterna e complessiva è un desiderio sacrosanto; che la giustizia terrena possa ricucire, curare e sanare definitivamente le fratture inferte del male è un abbaglio.

Lidia Macchi forse l’intuiva già bene, lungo il sentiero di vita su cui camminava: studentessa di legge, scout e poetessa, aveva incontrato l’esperienza della fede nelle parole di Don Giussani, fondatore del movimento di CL. Giustizia sulla terra e un intenso bisogno di risposte eterne, questa l’indagine grande che Lidia conduceva entrando nei suoi vent’anni, messa per iscritto in una lettera che il mensile Tempi ha pubblicato:

E quand’anche io sappia tutto, come funziona l’universo intero, e come faccio a respirare, a camminare, a mangiare, chi si sogna per un attimo di ascoltarti quando ti chiedi chi sei, che cosa ci fai sulla faccia di questa terra? Di queste domande hanno tutti paura e nessuno ne parla… Ma perché oggi ci sei, domani muori, e buonanotte… Buonanotte un corno! Io ci sono, le domande ci sono e voglio sapere, fossi anche l’unica con questo desiderio, in questo mondo superficiale – perché vuole essere tale – urlerò fino a squarciagola, finché morirò, quello che io sento. Un mese fa mi è capitato, quasi per caso, di andare alla Cattolica con dei miei amici di Varese e di ascoltare uno che si chiama don Giussani, che faceva una lezione di teologia o morale, qualcosa del genere, perché questi esami lì sono obbligatori, e al posto di parlare dei santi e tutto il resto, parlava proprio di queste domande, con un entusiasmo ed una forza che mi hanno molto colpito e spiegava tutti i procedimenti tecnici e pratici che gli uomini escogitano per non starle ad ascoltare, per fare come se non ci fossero o non fossero importanti. Mi sembrava che parlasse proprio di me e ritrovavo tutti i nostri comportamenti abituali spiegati così chiaramente. (da Tempi)
© Archivio CL / F.B


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Sì, fa rabbrividire sentirla chiamare per nome, quasi come una profezia, il destino che avrebbe subito nella carne: morire, urlare a squarciagola. Eppure non è l’unico elemento del quadro umano che lei dipinge, c’è – più spiccato nei toni – un desiderio incontenibile di felicità, di sapere chi sei, di avere amici con cui aprire liberamente il cuore alla domanda di un bene eterno. Le discussioni dei criminologi vorrebbero farci sguazzare nelle pozzanghere dei delitti a occhi bassi; la voce ben più chiara di Lidia scarta gli abbagli di chi riduce tutto a cadaveri da vivisezionare e ci spinge tutti nel mare aperto di un’indagine più drammatica – dove le ferite restano esposte – ma anche più liberante: il grido dell’uomo chi lo ascolta?

Fiori recisi sul ciglio in un lago d’ acqua. Uomini uccisi nel mondo in un lago di sangue. È la violenza e il seme dell’ amore, gettato sulla strada secca, nessuno lo raccoglie. Calpestato grida acqua… (Lidia Macchi, aprile 1980)

Ci servono sul tavolo tanti cocktail per tamponare le nostre mille vertigini di fronte al pensiero della morte, di fronte all’angoscia per il dolore innocente e ingiusto.

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cronacafedemorte

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