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Cosa sappiamo del caso di Bibbiano?

BABY
Shutterstock | Andrej Maculskij
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Presto per dire come è andata, ma se è l’occasione per aprire un dibattito pubblico sui diritti dei bambini e il ruolo prezioso delle famiglie, ben venga.

Si continua – giustamente – a chiedere che si parli con forza della questione degli abusi psicologici subiti dai bambini a Bibbiano, nella Val d’Enza, una notizia che ha fatto tremare l’Italia per molti motivi, il principale dei quali probabilmente è il timore che una cosa del genere, cioè i figli sottratti ai genitori senza motivo, per una decisione arbitraria dei servizi sociali, possa accadere ovunque. Una preoccupazione legittima e che merita di essere presa sul serio da parte della politica, che al di là di qualche dichiarazione velenosa non ha fatto altro al momento.

Cosa sappiamo?

In realtà sappiamo relativamente poco, questo perché le indagini sono in corso e il processo è di là da venire per questo motivo, quindi legalmente parlando non ci sono “prove”, tuttavia la magistratura ha ritenuto di dover aprire una indagine su 29 persone e attuare misure cautelari per 17 di esse. Tra loro ci sono assistenti sociali e psicologi del servizio sociale della Val d’Enza tra cui la responsabile Federica Anghinolfi, il sindaco di Bibbiano Andrea Carletti e gli ex sindaci di Montecchio Emilia e Cavriago, direttore e operatori dell’Ausl di Reggio Emilia, psicoterapeuti della onlus Hansel e Gretel di Moncalieri (tra cui inizialmente il direttore scientifico della onlus, Claudio Foti, oggi scarcerato dal tribunale), in provincia di Torino, una coppia affidataria (conosciuta e favorita dalla responsabile servizio sociale). Le accuse – come ricorda Valigia Blu – vanno dalla frode processuale, depistaggio, all’abuso d’ufficio, peculato d’uso, lesioni personali ai minori in relazione ai traumi loro provocati.

In particolare il sindaco Andrea Carletti, che ha la delega alle politiche sociali, è indagato per concorso in abuso d’ufficio con Anghinolfi, Monopoli, Campani, Canei, Foti, Bolognini e Testa. Secondo la procura avrebbero “omesso di effettuare una procedura ad evidenza pubblica per l’affidamento del servizio di psicoterapia che aveva un importo superiore a 40mila euro” e “intenzionalmente” avrebbero procurato “un ingiusto vantaggio patrimoniale al centro studi Hansel e Gretel, i cui membri Claudio Foti, Nadia Bolognino e Sarah Testa, esercitavano sistematicamente, a nessun titolo, l’attività di psicoterapia a titolo oneroso con minori asseritamente vittime di abusi sessuali o maltrattamenti, consentendo ai medesimi l’utilizzo gratuito dei locali della struttura pubblica “La Cura” di Bibbiano messo a loro disposizione dall’Unione Comune della Val d’Enza”.

Si sarebbero aggiudicati, in qualità di concorrenti “estranei” al reato di abuso d’ufficio (viene definito così chi non è pubblico ufficiale e partecipa al reato di abuso d’ufficio, ndr) “l’ingiusto profitto, di 135 euro l’ora per ogni minore (a fronte del prezzo medio di mercato della medesima terapia di 60-70 euro l’ora), nonostante l’Asl di Reggio potesse farsi carico mediante i propri professionisti e gratuitamente di questo servizio pubblico”. Questo, si legge nell’ordinanza firmata dal Gip Luca Ramponi, “con pari danno per la pubblica amministrazione (Unione Comuni Val d’Enza e Asl Reggio Emilia, che compartecipava al 50% delle spese) ad oggi stimato in 200mila euro” (Reggio Sera).

I precedenti in Italia

Un elemento importante che è uscito dopo gli arresti è che la cooperative Hansel e Gretel era in qualche misura coinvolta anche in un altro scandalo che coinvolgeva minori e presunti abusi da parte dei genitori nella Bassa modenese (secondo le accuse c’erano abusi, riti satanici, per cui 16 bambini furono allontanati dai genitori) e che l’inchiesta Veleno del giornalista Pablo Trincia e Alessia Raffanelli ha rianalizzato fornendo nuove interpretazioni e facendo riaprire il caso: Il centro torinese è infatti lo stesso da cui provenivano le psicologhe accusate di aver manipolato i bambini dei comuni della Bassa modenese. L’inchiesta ricorda anche come il direttore del centro, Claudio Foti, si fosse schierato contro la ricostruzione giornalistica di Veleno. Trincia sintetizza così il suo lavoro:

“Ho scoperto subito che questa non era solo una storia di pedofilia o satanismo,” mi spiega al telefono, “ma era molto più ampia e riguardava la psicosi collettiva, il falso ricordo, la giustizia, il sistema dell’affido dei minori, e molto altro. Era come un palazzo con tante stanze. Da lì mi è venuta l’idea di farci una serie.”

Con l’aiuto della giornalista Alessia Rafanelli, Trincia per tre anni scava a fondo nella vicenda recuperando le carte processuali, facendo sopralluoghi nei posti, intervistando protagonisti ed esperti. La netta impressione, spiega, “era che le indagini fossero a senso unico, tutte volte a trovare degli elementi di riscontro anche quando non c’erano.” Il risultato finale è il podcast in sette puntate Veleno, pubblicato nel 2017 sul sito di Repubblica, e il saggio dal titolo omonimo uscito il 12 aprile del 2019 (Vice)

Ma c’è un altro caso molto importante che non è collegato direttamente ai due precedenti da protagonisti, ma certamente da una analoga faciloneria da parte del tribunale a non tenere in giusta considerazione la salute e i diritti dei bambini. Ci riferiamo al caso del “Forteto”, alle porte di Firenze. Solo oggi è stato possibile istituire una Commissione d’Inchiesta parlamentare (Fatto Quotidiano).

Sergio Pietracito, una delle vittime, oggi adulto e Presidente dell’Associazione vittime Forteto, a Non è la Radio (una web radio romana) ha spiegato quale fosse il funzionamento del Forteto:

La tragedia del Forteto gira proprio intorno a questo, la scientifica demolizione della famiglia naturale. La famiglia era il male del mondo. Con estrema facilità venivano affidati minori non ad una struttura certificata, ma ad una cooperativa agricola, perché così nasce il Forteto. Senza verificare o valutare che le coppie a cui affidavano i bimbi erano vere solo sulla carta. Al Forteto Uomini e Donne vivevano separati. I rapporti eterosessuali erano scoraggiati a favore dei rapporti omosessuali. Si celebravano matrimonio solo sulla carta per far sì che le nuove coppie potessero essere idonee a ricevere affidi di altri bambiniI contatti con l’esterno erano limitatissimi, la scolarizzazione inesistente. Venivano scoraggiate le persone ad andare a scuola dopo le medie. La famiglia era solo quella Funzionale, studiata e descritta in moltissimi libri. Un aberrazione. Un bambino poteva affezionarsi a chiunque avesse preso il posto della madre o del padre.

e di come, in maniera inspiegabile, nonostante il “Profeta” Rodolfo Fiesoli, capo indiscusso del Forteto, nonostante le condanne di abusi su minori, continuasse ad avere la fiducia del Tribunale che proseguiva nell’inviare minori in affido alle famiglie formalmente presenti nella cooperativa agricola. E trova analogie con la situazione di Bibbiano:

Le analogie sono evidenti. Il sistema dell’affido dei minori in Italia non funziona. La logica è sempre quella, demonizzare la famiglia naturale, in favore di quella “funzionale”, falsificare la certificazione degli abusi per strappare i bimbi dalle famiglie e darli in affido a strutture che sono opache o teatro di orrori come il Forteto. Il giudice minorile mette solo una firma sulla base di dichiarazione di esperti.

Attenzione a dare giudizi troppo rapidi, ma anche a voler minimizzare

E’ importante ribadire che le indagini sono ancora lungi dall’essere concluse e che la stampa ha ingigantito o frainteso alcuni elementi, in primis quello dell’elettroshock, che non c’è mai stato.

Gli stessi giornali che avevano parlato di elettroshock si sono poi corretti nei giorni seguenti, spiegando che la funzione dell’apparecchio trovato dai carabinieri era stata fraintesa. Non era un apparecchio per l’elettroshock – una terapia ormai molto rara e che si può eseguire solo in pochi casi – e non poteva essere usato per trasmettere scariche elettriche ai pazienti: era invece di un apparecchio usato nell’ambito della psicoterapia EMDR, una tecnica utilizzata e rispettata dalla comunità scientifica, che permette di mandare ai pazienti stimoli acustici e tattili (Aleteia)

Ma è evidente che è un bene che si apra un dibattito pubblico sulla protezione dell’infanzia e che i provvedimenti di allontanamento dei minori dalle famiglie siano sempre circostanziati da prove e circoscritti il più possibile nel tempo e nel numero. Togliere un figlio ai genitori è un atto gravissimo che si giustifica solo di fronte a gravi fatti di abusi, abbandono o incapacità, ci si chiede se la singola perizia degli assistenti sociali sia sufficiente, e nascono dubbi sui possibili conflitti di interesse dei giudici onorari su cui la magistratura deve vigilare con severità.

Ad esempio è notizia di oggi la scarcerazione di Claudio Foti, come accennavamo all’inizio, segno che la sua posizione si è alleggerita secondo il Tribunale:

Il tribunale delle libertà di Bologna ha accolto l’istanza del legale di Foti, l’avvocato Girolamo Andrea Goffari, e ha revocato la misura dei domiciliari, stabilendo l’obbligo di firma a Pinerolo per l’indagato. «Non ci sono gravi indizi di colpevolezza”, per il Riesame, riguardo al reato di frode processuale: Foti non avrebbe convinto la sua paziente minorenne a ricordarsi un finto abuso subito. Le motivazioni usciranno tra 45 giorni. “Foti adesso è un uomo libero e può continuare ad esercitare l’attività”, dichiara l’avvocato Goffari, che precisa: “Mi spiace che un uomo che ha difeso per 30 anni persone maltrattate e bambine e bambini vittima di violenza, possa avere avuto un’immagine lesa, quando ha ricevuto attestati di stima da tutta Italia per tutta la sua carriera. Non può essere accusato di aver manipolato i pazienti, lo abbiamo dimostrato e ora punteremo all’archiviazione” (Corriere della Sera).

I fondi pubblici e la privatizzazione della cura

Tra i reati che rientrano nell’indagine c’è anche il tema dell’affidamento dei servizi di psicoterapia. È in questa parte dell’inchiesta che rientrano le accuse a carico del sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti del Partito democratico, tra i destinatari della misura cautelare degli arresti domiciliari e ora sospeso dal suo incarico per ordine del prefetto.

Carletti non ha una responsabilità diretta nella gestione degli affidi ma ha brigato perché alla Hansel e Gretel venissero erogati 40mila euro per l’affidamento dei servizi di psicoterapia senza passare da un bando pubblico per cui i membri dell’associazione: “esercitavano sistematicamente, a nessun titolo, l’attività di psicoterapia a titolo oneroso con minori asseritamente vittime di abusi sessuali o maltrattamenti, consentendo ai medesimi l’utilizzo gratuito dei locali della struttura pubblica ‘La Cura’ di Bibbiano messo a loro disposizione dall’Unione Comune della Val d’Enza”. Gli accusati si sarebbero così garantiti “l’ingiusto profitto di 135 euro l’ora per ogni minore (a fronte del prezzo medio di mercato della medesima terapia di 60-70 euro l’ora), nonostante l’Asl di Reggio potesse farsi carico mediante i propri professionisti e gratuitamente di questo servizio pubblico”. Questo è un tema importante in una fase della vita del Paese in cui sempre più spesso la sanità pubblica viene depredata o svilita dal privato. Se l’Asl era in grado di occuparsene, dovrebbe essere impensabile la sua esclusione. Se è possibile monetizzare un servizio pubblico, ecco che – come appare – terapisti senza scrupoli e amministratori locali disonesti possono inventarsi un problema, e accaparrarsi le risorse per “risolverlo”. Se la Asl fosse stata chiamata in causa si sarebbe accorta molto rapidamente che i ricordi dei bambini erano falsati, garantendo sia la protezione dei bambini, che gli abusi giudiziari. Di questo stesso parere, Gessica Allegni, assessore al welfare del Comune di Bertinoro:

“C’è da aprire una dialettica con tutti i soggetti coinvolti e anche da non temere un’autocritica vera, non di facciata, sul calo di attenzione, o meglio di “cultura” dello stato sociale, sempre più ritenuto non essenziale” e sottoponibile a tagli ragioneristici per far fede alle esigenze di spesa corrente.Ci sono voluti anni, di battaglie e di scelte difficili e lungimiranti, per uscire dalla concezione dei servizi  come misure meramente assistenziali. Non si retroceda su questo. Quello che abbiamo bisogno di fare oggi è ricollocare le risorse per la formazione degli operatori, per sostenere i nuclei familiari che presentano carenze educative, ma che se aiutati possono farcela, c’è da aprire un confronto con le case famiglia, che non possono sottrarsi ai controlli, alla formazione permanente, alla rendicontazione costante dei percorsi intrapresi per i bambini coinvolti e che non vanno solo controllate, bensì accompagnate nella loro progettualità” (Forli Today)

 

Aggiornamento ore 22 del 18/07/2019

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