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Il volto oscuro di FaceApp, tra razzismo, privacy e identità in balia dei filtri

YOUNG, OLD, MIRROR
tommaso lizzul | shutterstock
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È molto simpatico il filtro Nonno, magari tra un po’ ci faranno credere che il selfie invecchia al posto nostro come fu per Dorian Gray. Di sicuro questa applicazione non è trasparente sulla gestione dei dati personali…

«Ecco la generazione che ti cerca, cerca il Tuo volto Dio di Giacobbe», era uno dei miei versetti preferiti quando recitavo le lodi mattutine in università insieme ai miei amici. Lo si recitava il lunedì, a inizio settimana, come per indicare la strada su cui rimettersi in viaggio, cercare il volto di un Padre in mezzo alla folla anonima.

Leggi anche: La #kikichallenge: rischiare la vita per un like in più (VIDEO)

Oggi la generazione che, anche se ignara, ancora cerca il Suo volto è pure affaccendata a cercare il proprio volto. È la prima cosa che mi è venuta in mente quando, aprendo Facebook, ho visto tutti invecchiati di botto. Credevo di aver clamorosamente mancato un qualche anniversario di Dorian Gray, gioivo al pensiero che al mondo interessassero ancora i classici della letteratura, poi ho scoperto che era FaceApp. E forse solo l’ironia acuta di Oscar Wilde riuscirebbe a tirar fuori una riflessione sensata su questo nuovo tormentone sociale. Magari in futuro nascerà proprio DorianGray, l’applicazione con il selfie che invecchia al posto tuo. Per fortuna, no (ma temo la possibilità di possibili surrogati).

Instagram ci ha introdotto alla possibilità di una chirurgia estetica pret a porter, filtri che levigano e illuminano per porgere al mondo la maschera … ehm … la faccia migliore di noi. Le pubblicità delle creme di bellezza ci facevano vedere clamorosi “prima e dopo” in cui un viso rugoso, dopo qualche applicazione, diventava liscio come quello di un neonato. Oggi spopola il filtro Nonno, e siamo tutti stupiti nello scoprire, con stupefacente realismo, le nostre fattezze da anziani.

Se lo fanno i VIP, scatta la challenge

FaceApp è un’applicazione che offre gratuitamente alcuni filtri con cui trasformare i nostri ritratti: ci si può invecchiare, ringiovanire, addirittura cambiare sesso. Sì può fare molto altro, a pagamento; e conoscendo l’ossessione narcisistica moderna c’è da pensare che frutterà molto ai suoi inventori. Per avere libero accesso allo “specchio che ti permettere di essere uno, centomila (e probabilmente nessuno)” basta sottoscrivere un abbonamento di 19,99 euro. Se desideri il bonus del “per sempre” (applicazione sbloccata da qui all’infinito) sono 43,99 euro.

Leggi anche: Cosa ci dice di noi la smania di condividere foto e video sui social?

 

Ma lo fanno tutti i VIP, vuoi non provarci anche tu? Sì, in effetti è scattata la #challenge, ovvero la sfida a colpi di selfie ritoccati nella modalità terza età. Si ride guardando la coppia dei Ferragnez versione agési spera mettendo lo stesso tag di guadagnare qualche visualizzazione in più.

O forse c’è solo la leggerezza di un passatempo, un modo molto blando per prendere alla larga la questione della nostra caducità. Chissà. Di sicuro è l’ennesimo tormentone che specula sul nostro debole per lo specchio. Ma non ci sono solo i nostri mille possibili volti da vedere in questa faccenda, c’è anche il volto poco chiaro di quel che si nasconde dietro FaceApp.

I miei dati sono i tuoi

È ritornata a essere virale in questi giorni, ma l’app del ritocco facciale fu lanciata nel 2017 dalla società russa Wireless Lab, di Yaroslav Goncharov. Ebbe una botta di viralità anche all’epoca grazie alla possibilità di cambiare sesso, o meglio offrire l’immagine di noi del sesso opposto. Qualcuno ricorderà senz’altro quanto spopolavano quelle foto. Se lo ricordano anche i suoi fondatori quel momento, perché fu aperta una causa legale che li incriminava di razzismo. Il filtro “hot”, deputato a rendere più attraente il volto, era guidato da un algoritmo che schiariva i volti: se una persona dalla carnagione scura applicava il filtro si ritrovava un ritratto di sé molto virato sul bianco, con l’implicito messaggio che …

Leggi anche: Ragazzi e smartphone: possiamo trasformare una trappola in un’occasione?

Goncharov si scusò, dando la colpa all’algoritmo, che evidentemente se la prese senza poter replicare. Ci sono altre domande puntuali che non si possono scaricare su entità inanimate.

“Per generare questi filtri, come la faccia che invecchia, si usano reti neurali generative avversarie, che devono girare su computer potenti”, commenta a Wired Luca Sambucci, esperto di Eset, società di sicurezza informatica. La potenza di calcolo di uno smartphone, insomma, non basta. La prova del nove? “Se sei in modalità aereo, la app non funziona e ti segnala di collegarti a internet. Dimostra che l’immagine va sul loro server”, prosegue Sambucci. (da Wired)

Un enorme database di volti – i nostri – in mano alla società russa che gestisce FaceApp. Cosa se ne fa? Per quanto conserva le nostre foto? Che criteri di privacy applica? Ecco aprirsi il vaso di Pandora, o meglio al selva oscura, visto che c’è buio fitto in merito. È ancora Wired a far notare che una clausola della policy sulla privacy di FaceApp viola la legge europea del 2018 sul trattamento dei dati personali; stiamo bene attenti a cosa dice quella clausola:

I dati “potranno essere archiviati e lavorati negli Stati Uniti o in qualsiasi altro paese in cui Faceapp, i suoi affiliati(altre aziende del gruppo, ndr) o i fornitori del servizio possiedono le infrastrutture”, si legge nella privacy policy. (Ibid).

I dati a cui l’applicazione ha accesso non sono solo le fotografie che acconsentiamo di condividere, ma anche dati sensibili contenuti sul nostro cellulare e sulla nostra posizione. Riguardo alle foto, c’è un ulteriore approfondimento da fare, che ha fatto emergere un contributo di Tech Crunch: pur condividendo anche una sola foto con l’applicazione, essa può attingere dalla nostra intera biblioteca immagini. In molti hanno infatti riscontrato che, pur avendo selezionato l’opzione “mai” sulla condivisione della propria memoria immagini, FaceApp ne aveva accesso.

Un’immagine può contenere tantissime informazioni personali a chi sa leggerla a fondo, per questo è cruciale che sia chiaro in quali mani finisce.

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