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Davide è in carrozzina: voglio giocare a calcio! Va bene, lo farai, dice mamma Carmela

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Davide, con la maglia numero 9, dell'assciazione Supereattivi che gioca in campo con il deambulatore

Paola Belletti - pubblicato il 15/07/19

Davide è affetto da tetraparesi distonica e deficit comunicativo a causa di una grave sofferenza durante il parto.

La storia di questo bambino e della sua famiglia è già salita agli onori della cronaca per una sentenza del 20 giugno scorso del tribunale di Roma che ha riconosciuto a Davide, ai genitori e ai fratelli un risarcimento considerevole per compensare i danni subiti al momento della nascita con effetti gravi e permanenti.

La grave disabilità dovuta a sofferenza perinatale, causa errore medico. Il tribunale risarcisce Davide, i suoi genitori e i fratelli

Era il 5 agosto del 2007 quando la sua mamma era nella fase finale del travaglio e la nascita imminente. Per malpractice medica, riporta Il Messaggero, mamma e bambino non hanno beneficiato del taglio cesareo che avrebbe evitato a Davide la grave sofferenza perinatale, causa della sua attuale diagnosi: tetraparesi distonica con deficit comunicativo.

Il bambino ha diritto a essere risarcito nell’importo di 1.943.891 euro per il danno patrimoniale e non patrimoniale patito, con una personalizzazione del danno per tutto quello che non può fare, per il dolore, la vergogna, la mancanza della possibilità di socializzare nelle stesse modalità degli altri bambini, mai riconosciuto prima dal tribunale di Roma.

si legge nella sentenza a firma del giudice Vittoria Amirante. Una sentenza, spiega la pagina online del quotidiano romano riportando le parole dell’avvocato della famiglia, che ha umanizzato il danno, uscendo dal rigore pure necessario ma spesso ottuso dei tabellari e cucendo sentenza e risarcimento sulla storia personale e familiare di Davide. Non condivido nell’elenco dei “costi”che Davide deve e dovrà pagare quello della vergogna. Di quella, forse, se dovesse mai sperimentarla, andrebbe chiesto conto a noi, alla società a volte troppo disabituata al diverso e al debole.

Mi colpisce invece, senza scivolare negli stereotipi più triti, che questa sentenza sia stata redatta da una donna. E’ tipicamente femminile l’attenzione alla persona concreta e non a generiche categorie; una persona con un volto e un corredo di desideri suo tipico e distintivo, con i suoi gusti, le sue preferenze, per natura non intercambiabili con quelli di nessun altro. Ma il focus dell’articolo non è questa parte della storia, bensì quella successiva. Quella innestata nel tessuto profondo delle relazioni e della storia di ogni famiglia.


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“Mamma, voglio giocare a calcio”

Davide è figlio di Emilio e Carmela e con i suoi genitori, naturalmente, pur con le difficoltà che implica la sua disabilità derivata dalla sofferenza alla nascita, comunica. Ogni famiglia è un libro fitto di metafore, episodi memorabili, modi di dire e di ridere che conosce lei sola; è un’opera articolata e ricca, segnata da momenti decisivi, da svolte epocali, da tanti “quella volta che mi hai detto, ti ricordi..?”

“La svolta” di Davide comincia così, con la richiesta più tipica, almeno statisticamente parlando, che un figlio maschio può inoltrare ai propri genitori:mi fai giocare a calcio?

Le obiezioni potevano sorgere con facilità e non sarebbero state tra le più classiche “non abbiamo tempo, non ci sono i soldi, il campo è lontano, perché non fai basket?”; Davide ha l’impiccio non da poco che si trova menomato proprio nella capacità motoria.

La riposta di mamma Carmela: ti prometto che giocherai

Eppure la mamma, dopo forse un iniziale momento di smarrimento o non appena finito di ingoiare il magone che spesso le si stringerà in gola per la sofferenza innocente di suo figlio, risponde nel modo più naturale ed eroico che possa scegliere:

«Va bene, giocherai a calcio», la promessa di mamma Carmela era una sfida. Anche se Davide non cammina, riuscirò a farlo giocare. (Ib)

Non c’è bisogno di idealizzare “il materno”, sono le madri ad essere incredibili, dotate quasi sempre di una fibra sensibilissima, sottile, apparentemente sempre pronta a spezzarsi e invece dura e sonora come l’acciaio.

Si guarda in giro, chiede, si informa. No, in zona non ci sono ancora associazioni e società sportive che permettano a bambini con difficoltà motorie di giocare a calcio. Ci pensa lei, insieme con l’educatrice che segue il figlio a scuola, un’amica psicologa e una fisioterapista.

Nascono i Supereattivi, associazione a favore di bimbi con deficit motori

Non ho trovato nulla, non c’erano associazioni che facevano giocare in maniera inclusiva bambini con deficit motori. Così ho fondato la nostra associazione “Supereattivi” con l’assistente educativa che seguiva Davide a scuola, una mia amica psicologa e una fisioterapista. Ci siamo autofinanziati. Ho trovato un centro sportivo disposto ad accoglierci gratuitamente, Casalotti Calcio, e un allenatore. L’idea era quella di fare giocare insieme bambini normali e con deficit. Adesso in squadra sono 20, ci sono tra gli altri due gemelli non vedenti di 13 anni e uno con disabilità cognitiva. Si è venuto a creare uno spirito di squadra annullando le differenze. Davide si muove nel campo con il deambulatore. (Ib)

Come spesso capita, lo spirito umano quando il corpo è mortificato si leva e gagliardeggia come non avrebbe fatto altrimenti. Ama giocare, muoversi come può nel campo, cercare i compagni, sperare nel gol. Che l’importante sia “solo” partecipare non è vero, perché non c’è autentica partecipazione se nessuna vittoria possibile è all’orizzonte. Per questo Davide gioca sul serio, indossa la sua maglia gialla numero 9 e corre; non lo fa tanto per fare e anche se a volte sfiora appena la palla si spende senza ritegno fino alla fine della partita.

I danni che il bimbo ha riportato sono incancellabili, è vero, occorre realismo; ma lo è di più la sua dignità di essere umano, di creatura chiamata alla pienezza, concepita prima che dai suoi genitori da Dio stesso per essere felice pienamente e in eterno. Spero che lo sappiano, mamma, papà, fratelli, Davide stesso o che in caso qualcuno si affretti a ricordarlo loro. Davide è integro, nella sua fisionomia più profonda e vera.


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Lui è tifoso della Juventus e ama il calcio, con la sua squadra si allena ogni venerdì. «Per Davide è gioia immensa andare a comprare scarpini e magliette e dire ai compagni che gioca a calcio. Quando entriamo in negozio con la carrozzina all’inizio i commessi sono un poco spaesati ma poi capiscono. Abbiamo ridato il sorriso a tanti bambini e aiutiamo anche le famiglie a superare le barriere mentali: lo sport è vita e devono poterlo praticare anche bambini con problemi. Davide alla fine di ogni partita è sfinito, non importa quante volte ha toccato la palla, l’importante è essere lì insieme agli altri e pensare che insieme devono fare gol. Cerchiamo di fargli vivere più esperienze possibili in modo che gli altri si abituino a guardarlo con occhi diversi. Poi lui è un ragazzino attivo e vispo, non se ne sta fermo nell’angolino». Ogni partita per Davide è una vittoria. (Ib)

La storia drammatica e carica di speranza di Davide e della sua famiglia è un’altra bandierina che sventola sulla mappa del mondo per far presente ai potenti e a tutti noi che dal bene nasce altro bene, che esso si diffonde e moltiplica, seppure impastato spesso con le peggiori bassezze di cui noi uomini siamo capaci.

Davide dimostra che le persone con una grave menomazione fisica o psichica non sono solo “il costo” delle loro cure, terapie, assistenza. Sono soprattutto snodo di lunghi, convogli di bene,  di occasioni che agganciano altre persone, di famiglie che “obbedendo” alla malattia di un figlio si riscoprono più umane.


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E’ una serissima e stupefacente possibilità, questa, di ridiventare umani, di ritornare all’essenziale, di concentrarsi sul positivo nella traversata di simili tempeste. Ma questo accade se le famiglie toccate da tali prove non soccombono sotto il peso della solitudine e per la mancanza di risorse economiche; per questo sono sinceramente sollevata pensando che il risarcimento a Davide e ai suoi possa significare maggiore serenità (questa vicenda fa pensare anche alle possibili degenerazioni di situazioni simili che portano i medici ad un approccio iper prudente e difensivo e possono incentivare, per esempio, pratiche di interruzione di gravidanza al solo sospetto di malformazione. Ma questa è un’altra storia).

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