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Il giorno in cui ho incontrato una santa

Irmã Dulce
Obras Sociais Irmã Dulce / Divulgação
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Nonostante la salute fragile, la sua forza e la sua determinazione si percepivano benissimo

di Isabeli Cristini de Oliveira, missionaria della comunità Canção Nova e giornalista

Era l’autunno del 1988. Già all’epoca il mio gruppo giovanile andava spesso all’ospedale di suor Dulce, a Salvador (Bahia), a suonare alla Messa domenicale. Era sempre così: una volta al mese, la domenica, di mattina, uscivamo presto per animare la Messa dei malati in ospedale, non senza aver prima realizzato una piccola colletta di prodotti igienici nella parrocchia di Santo Antônio além do Carmo, da portare a malati e anziani.

Era il gruppo São Tarcísio, e l’azione, in qualche modo, rendeva giustizia al nome del santo che ha donato la vita portando la Comunione ai cristiani prigionieri. Noi portavamo la musica e l’allegria di una gioventù disposta a fare qualcosa per chi non aveva quasi niente ed era anche privato della salute, e che in quell’ospedale trovava non solo sollievo per le sue malattie, ma anche consolazione per i dolori dell’anima.

Non riesco a dire quante volte sia andata in quell’ospedale nel corso di cinque o sei anni, ma ricordo bene che alla fine della Messa andavamo sempre a far visita ai malati allettati, parlavamo, pregavamo per loro, alcuni ragazzi aiutavano anche le infermiere a tagliere le unghie, pettinare, recitare il Rosario o consolare chi piangeva.

Leggi anche: Suor Dulce ha dormito per 30 anni su una sedia di legno

Il mio sogno era quello di incontrare suor Dulce. La immaginavo alta, determinata e coraggiosa, perché tenere in piedi un ospedale come quello con tanti malati, senza nessuna risorsa, non era un compito facile. Spesso entravo nelle sale e in altri locali per vedere se era lì, ma senza successo. A volte entravo da una porta dalla quale lei era uscita solo qualche minuto prima.

Mi chiedevo da dove venisse quella suora che fin dalla giovinezza amava profondamente i poveri, al punto da trasformare la casa dei suoi genitori in un centro di assistenza ai bisognosi, noto come “a portaria de São Francisco”. A 22 anni, già religiosa, aveva creato il primo movimento cristiano operaio di Bahia, e negli anni successivi il Collegio Santo Antônio, volto all’istruzione dei figli degli operai. Era poi arrivata a compiere un atto di estremo amore nei confronti dei malati, occupando cinque case abbandonate per accoglierli.

Quando le veniva chiesto perché accogliesse tante persone diceva: “Se Dio arrivasse alla nostra porta, come verrebbe accolto? Chi bussa alla nostra porta in cerca di conforto per la sua sofferenza, è un altro Cristo che ci cerca”. Dopo 10 anni, trasformò il pollaio del convento Santo Antônio in ospizio per i poveri e i malati che la cercavano là dove attualmente c’è l’ospedale Santo Antônio, chiamato affettuosamente dagli abitanti di Bahia “ospedale di suor Dulce”, “l’angelo buono di Bahia”. L’ospedale, come amava dire lei, era una porta aperta ai più bisognosi: “Quando nessun ospedale vuole accettare un paziente, noi lo accetteremo. Questa è l’ultima porta, e per questo non posso chiuderla”.

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