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Abbiamo bisogno di una Chiesa in ascolto

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Intervista a suor Alessandra Smerilli sulla crisi della società italiana e il ruolo della Chiesa

Docente di Economia presso la Pontificia facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxilium” e membro del Comitato scientifico e organizzatore delle settimane sociali dei Cattolici della Conferenza episcopale italiana, Alessandra Smerilli è una religiosa delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Ha partecipato, come uditrice, alla quindicesima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi e il 24 maggio Papa Francesco l’ha nominata tra i consultori della Segreteria generale. Forte di queste esperienze e responsabilità, suor Smerilli affronta il tema della crisi della società attuale e del ruolo che la Chiesa è chiamata a svolgere puntando l’attenzione sulla sinodalità, un’istanza sollecitata dal concilio Vaticano ii che, per prendere corpo, richiede capacità di ascolto e disponibilità a mettersi in discussione.

Giuseppe De Rita su queste pagine ha affermato che per il buon governo c’è bisogno di due autorità: una civile e una spirituale-religiosa. Quella civile garantisce la sicurezza, quella spirituale offre un orizzonte di senso. L’uomo ha bisogno di tutte e due le cose. Se invece si esclude una delle due, la società soffre, diventa schizofrenica. Quale potrebbe essere il ruolo della Chiesa nell’attuale situazione italiana?

Sono d’accordo con quanto afferma De Rita, anche se vedo la situazione italiana in questo momento abbastanza complessa e delicata. C’è sempre stato, e credo ci sarà sempre un bisogno di sicurezza e al tempo stesso di un orizzonte di senso. Ma due autorità sono sufficienti a garantire questo quando la società è un corpo. Oggi avvertiamo disgregazione, mancanza di fiducia nelle istituzioni, disintermediazione e sparizione dei corpi intermedi. In Italia abbiamo tanti microcosmi a volte non comunicanti tra di loro, le appartenenze si fanno più deboli e mutano in continuazione. Di fronte a tutto questo credo che innanzitutto la Chiesa ne debba prendere atto con coraggio e senza nostalgia. In secondo luogo è la trama delle relazioni sociali e spirituali che va ricostruita. E questo lo si fa mettendosi con umiltà accanto alle persone lì dove sono, nella logica di una Chiesa missionaria. Durante i lavori del Sinodo sui giovani di ottobre 2018 è emersa l’icona dei discepoli di Emmaus come chiave di lettura di una Chiesa a misura di giovani. Credo sia anche l’icona di una Chiesa a misura della contemporaneità: Gesù si fa incontro, cammina con i discepoli, suscita domande e ascolta. In Italia abbiamo bisogno di una Chiesa in ascolto, vicina alla gente, che si ferma nei villaggi, e quindi nelle periferie. Tutto questo è già in atto, ma forse va fatto con più decisione, nella comprensione che siamo davanti a un mondo, soprattutto di giovani, che da noi non si aspetta nulla e che non ha le categorie per interpretare parole e segni che per noi sono forse scontati. Saranno le nostre parole a dover cambiare? Lo potremo comprendere solo insieme e mettendoci in ascolto.

La società italiana oggi sembra dominata dal rancore. Da dove nasce questo rancore? De Rita dà una sua lettura, quasi un lutto per quello che non c’è stato, una promessa mancata, un futuro che sembra incrinato, perso.

Nel documento preparatorio alla quarantaseiesima settimana sociale dei Cattolici italiani, tenutasi a Reggio Calabria nel 2010, come Comitato scientifico ci riferivamo all’Italia come media potenza declinante, destando un po’ di scalpore tra i cattolici italiani. All’epoca avevamo tentato un’agenda di speranza con tanti spunti concreti per invertire la rotta. Ed eravamo ancora in tempo. Evidentemente le cose sono andate diversamente. La situazione economica e sociale in Italia è preoccupante, ma la narrazione che ne viene fatta è avvilente e preoccupa ancora di più: sembra che non abbiamo scampo, e questo ci indigna, ci fa sentire rassegnati e aumenta il rancore. E il rancore porta anche ad una colpevolizzazione di chi non ce la fa. Se una persona è povera, se disoccupata, se rimane indietro, è colpa sua. Una non bene intesa cultura del merito porta a legare il successo e la realizzazione nella vita ai propri sforzi. Ma sappiamo bene che non è così. Recenti ricerche citano il cosiddetto paradosso della meritocrazia: processi di selezione meritocratica che enfatizzano il valore del merito, finiscono per generare “vincitori” che tendono ad escludere altri. Basta solo l’idea dell’essere più abili di altri a rendere le persone più favorevoli a esiti non equi. Quando il successo è determinato dal merito, ogni vittoria può essere vista come il riflesso delle virtù e del valore di una persona. A tal proposito l’economista Robert Frank nel suo libro Success and Luck (2016) analizza i casi fortuiti e le coincidenze che si leggono dietro a tanti casi di successo. Tra gli imprenditori di successo ci sono molte persone premiate solo dal caso, e tra i falliti ci sono molti che hanno semplicemente trovato il vento sfavorevole. Questo non vuol dire che le persone di successo non abbiano meriti, ma che il legame tra merito e risultato è solo debole e indiretto. Sentirsi persone di successo perché meritevoli crea meccanismi di esclusione.

Il clima attuale inoltre, è favorevole ad una grande confusione in termini di lettura della situazione, ma anche di soluzioni. Come economisti ci troviamo ogni giorno davanti a soluzioni fantasiose di breve periodo, che nel lungo andrebbero ad incrinare ancora di più la situazione. L’economista John Maynard Keynes così scriveva nel 1933: «Siamo in una situazione simile a quella di due camionisti che si incrociano nel mezzo della strada stretta, e sono bloccati l’uno di fronte all’altro perché nessuno conosce in quel caso le regole della precedenza. I loro muscoli non servono; un ingegnere non potrebbe aiutarli; ipotizzare una strada più larga non servirebbe a nulla per uscire da quella empasse. Servirebbe soltanto una piccola, piccolissima, chiarezza nel pensare. Allo stesso modo, oggi il nostro problema non è un problema di muscoli e di forza. Non è neanche un problema di ingegneria. Non possiamo neanche parlare di un problema di business e di imprese. Non è neanche un problema di banche. Al contrario, il nostro è strictu sensu un problema economico, o, per dirlo meglio, un problema di Economia Politica». Abbiamo bisogno di chiarezza di pensiero, di unire le forze migliori, di mettere mano da una parte ai problemi più gravi, come quello della povertà giovanile e della conseguente emigrazione, accompagnata dal costante calo delle nascite. Dall’altra parte è necessario comprendere che le soluzioni non possono essere di breve, brevissimo periodo, per poter invertire la rotta.

In questa situazione emerge un dato che ha una sua ambiguità, anche inquietante, cioè il dato dell’identità come risposta alla globalizzazione ma una risposta che si colora di chiusura e violenza.

Se la globalizzazione e la delocalizzazione vengono associate, soprattutto nei piccoli centri, a sparizione progressiva dei servizi, disoccupazione, futuro incerto, è chiaro che la globalizzazione venga vista come un mostro. E davanti ai mostri ci si chiude, si scappa o si combatte. Il punto è che i malesseri italiani hanno soprattutto radici interne, quali per esempio corruzione, evasione fiscale, lentezze burocratiche e difficoltà a fare rete. Cercare il nemico fuori di noi da combattere è più facile, ma non risolverà i nostri problemi più gravi. E paradossalmente il dare risalto all’identità non sta diventando un collante sociale. Anzi, ci mette gli uni contro gli altri, in una guerra tra poveri, perché le identità sono tante e come a cerchi concentrici: superata una soglia ci sarà sempre qualcuno che può essere escluso dal cerchio.

Il Papa propone ormai da anni il tema anzi il metodo della sinodalità, cioè il camminare insieme, il conoscersi, il fare qualcosa insieme, alto e basso che si intrecciano armoniosamente. Si avverte però un po’ di fatica a capire bene come realizzare questa sinodalità all’interno della Chiesa e della società, come mai?

La sinodalità è un’istanza del Concilio Vaticano II che ancora stenta a prendere corpo. Camminare insieme richiede una grande capacità di ascolto, quell’ascolto vero che cambia tutti coloro che partecipano al dialogo. Richiede anche disponibilità a mettersi in discussione, di dar vita a percorsi che possono nascere in maniera inattesa. Una condizione necessaria per dar vita a processi sinodali è quella di un grande distacco da se stessi, di apertura e disponibilità ad ascoltare insieme la voce dello Spirito. E nella Bibbia l’ascolto è obbedienza in atto: ascoltare è fare (“Tu ci riferirai tutto ciò che il Signore, nostro Dio, ti avrà detto: noi lo ascolteremo e lo faremo” Dt. 5,27).

Senza questi elementi ed atteggiamenti di fondo si può anche celebrare un sinodo, ma non vivere un processo sinodale. Perché la sinodalità non diventi una moda, una parola nuova per cambiare l’involucro, ma non la sostanza del nostro agire, ritengo che sia molto importante ricordarci che essa è per la vita e la missione della Chiesa, in vista dell’annuncio e della trasmissione della fede: è nelle relazioni, sentendoci membra gli uni degli altri, che la fede diventa contagiosa.

La fatica e le resistenze derivano forse dalla sicurezza che strutture e prassi consolidate ci offrono, dal timore di lasciare il certo per l’incerto. E mentre si preparano gli animi a processi sinodali, è importante anche cercare di comprendere se le strutture attuali sono adatte a nuovi cammini, altrimenti il rischio è quello di versare vino nuovo in otri vecchi, con conseguenze destabilizzanti. Inoltre, durante il Sinodo sui giovani l’assemblea ha riflettuto su quanto sia importante formarsi alla sinodalità, perché cammini di discernimento comunitario non si possono improvvisare. Diventa importante soprattutto tra i più giovani, iniziare a formarci insieme laici, religiosi e seminaristi (cf. df 124)

Quando si dice “chiesa italiana” può scattare l’automatismo per cui si pensa alla Cei o al Vaticano, ma la Chiesa non è né l’una né l’altro, la Chiesa è il popolo di Dio. E allora quale può essere il ruolo del popolo cattolico in questa situazione critica dell’Italia?

I ragazzi oggi molto attivi sul fronte ambientale ci stanno insegnando qualcosa: si può essere minorenni, senza diritto di voto e non avere voce in capitolo. Ma se si è in tanti e si riesce a fare rete, allora si rischia anche di cambiare il mondo. Sono spesso in giro per l’Italia e osservo che le esperienze più significative di cambiamento, di cura per le città, di innovazioni sociali ed economiche nascono laddove si riesce a lavorare insieme, senza badare alle etichette, ai ruoli e al prestigio. Mi sono recata di recente a Cefalù, dove è nato il laboratorio speranza, una fondazione di partecipazione con lo scopo di aiutare i giovani a non essere costretti a partire per trovare lavoro. L’idea è nata dal Vescovo, ma a realizzarla sono in tanti: sindaci, interi consigli comunali, associazioni, movimenti, sindacati, imprenditori. Così si apre un processo, un sogno diventa segno. I risultati non saranno immediati, ma la costanza permetterà ai sogni di prendere pian piano corpo. La tentazione più grande che vedo all’orizzonte per il popolo di Dio è quella dello scoraggiamento. È una grande tentazione perché ci fa sentire impotenti, impossibilitati ad agire. Credo che invece questo sia il tempo di aprire processi, di continuare a seminare, di innaffiare, di aver cura delle pianticelle: le foreste nascono così. Ma i frutti li avremo solo se saremo capaci di far fronte comune. Di fronte a una grande richiesta di “identità”, noi dobbiamo essere in grado di mostrare che la nostra identità è una convivialità delle differenze, dove tutti si possono sentire a casa, soprattutto chi ora è più ai margini.

 

Qui l’originale de L’Osservatore Romano

 

 

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