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Perché sento che Dio mi abbandona nei momenti in cui ho più bisogno di Lui?

Catholic Link - pubblicato il 02/07/19

di Andrés D’Angelo

Una domanda frequente in tempi di angoscia e necessità è “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. È una domanda così umana che perfino Nostro Signore l’ha formulata sulla Croce. Ci sono volte in cui Dio sembra “nascondersi”, lasciarci in balia delle nostre forze, e vediamo quell’abbandono come una crudeltà. Sentiamo che a Dio non importano i nostri problemi, o che non ascolta le nostre preghiere.

Il video che condivido oggi ruota intorno a questo tema: una ragazza molto vicina a suo padre scopre di avere un tumore agli occhi e che perderà completamente la vista. Il giorno in cui la perde suo padre “scompare” e la lascia apparentemente abbandonata. Da quel momento la ragazza deve imparare a fare da sé, fino a mettersi in pericolo, e allora il padre ricompare per salvarle la vita.

Il video offre due spunti di riflessione importanti. Avendo un’intenzione catechetica, il primo è quello che riguarda il nostro rapporto filiale con Dio Padre, ma è il secondo che commenterò in modo più approfondito: la missione del padre nella vita dei figli.

Il nostro rapporto con Dio

Il video mostra un’allegoria dell’amore di Dio, che spesso “gioca a nascondino”, non per mettere alla prova i suoi figli, ma per forgiarli e mostare loro quello di cui sono capaci. Ovviamente nessun padre umano smetterebbe di comunicare con i suoi figli in una situazione di necessità così urgente, ma serve a dimostrare che spesso ci lamentiamo del fatto che Dio non ascolti le nostre preghiere quando in realtà ci sta lasciando crescere.

L’amore di Dio, quando sembra distante, in fondo ci sta dicendo che possiamo superare la situazione. Basta che Gli rivolgiamo le preghiere più semplici perché, come il padre del video, ci eviti i pericoli piccoli e grandi. Spesso la nostra preghiera si riduce a un “Dio, aiutami”, anziché dire “Dio, dimmi cosa devo fare”. Una porta all’immobilità, l’altra all’azione, e c’è una differenza enorme tra le due.

L’amore di entrambi i genitori

Amiamo i nostri figli in modo diverso, e da questa distinzione nasce la ricchezza dell’umanità. I nostri figli sono frutto di un atto d’amore, e il nostro amore è quello che li tiene in vita. L’amore paterno ha alcuni aspetti peculiari che affermano certe caratteristiche psicoaffettive di bambini e bambine in modi diversi. Allo stesso modo, l’amore materno ne afferma altre.

L’amore dei genitori nei confronti dei figli è fondamentale nella formazione psicoaffettiva dei bambini, ma c’è un amore essenziale nell’educazione dei più piccoli, ed è quello che i genitori hanno tra loro. L’amore tra i genitori forma il substrato in cui crescono tutte le virtù dei bambini. Anche i genitori single, separati non risposati o vedovi possono formare questo substrato, ma si verifica in modo più naturale tra i genitori sposati.

L’amore materno

L’amore materno ha una forte componente biologico-istintiva. Fin dalla fecondazione, l’embrione avvia un “dialogo ormonale” con la madre che proseguirà per tutta la gravidanza, il parto e l’allattamento. È un legame fortissimo, e determina il tipo di relazione che la madre ha col figlio. È come la sete o la fame: una volta che la madre vede che suo figlio ha una necessità, quest’ultima diventa un imperativo per lei, e non è tranquilla finché il figlio non soddisfa questa necessità.

L’amore materno è un amore che protegge e nutre, un amore incondizionato e che accetta il figlio com’è e lo ama solo per il fatto di essere suo figlio. È un amore spirituale e fisico, in cui l’affetto e l’affettività hanno un notevole peso. I giochi della mamma sono dolci ed educativi, e il suo amore è basato sulla ricettività e sulla necessità di curare. Naturalmente questo tipo di amore genera dipendenza e può diventare iperprotettivo.

L’amore paterno

A differenza dell’amore materno, l’amore paterno dipende più da una decisione volontaria del padre, e per questo avrà caratteristiche molto diverse dall’amore della madre. Diverse non vuol dire necessariamente opposte. Potrebbe avvicinarsi alla nozione di complementarietà: l’amore di papà e l’amore di mamma sono entrambi necessari per la salute psicoaffettiva del bambino.

Scegliere e incoraggiare

L’amore paterno è un amore esigente. Non vuole dire che dev’essere legato esclusivamente ai risultati che ottiene il bambino, ma una parte importante dell’amore del padre si vede retroalimentato dai successi del figlio. L’amore paterno esorta il bambino a superare se stesso e a regolare i propri comportamenti per fare una cosa gradita al padre.

È un amore che ha uno sguardo vigilante sul bambino, ma questo sguardo è sempre caratterizzato dalla fiducia. Affina il bambino nella sua sicurezza, nella capacità di superare se stesso per dare il meglio di sé – come il padre del video, che è vicino ma lascia che la figlia sviluppi da sola le sue capacità.

Giochi bruschi ed esigenti

Quelli che propone il padre sono giochi in cui si sviluppa una competenza. Il bambino è portato mediante la competizione al limite delle sue capacità. In genere il padre regola la sua forza e permette che il bambino vinca, ma quasi sempre con margine ristretto, come per far capire che può ancora migliorare la sua performance.

Il gioco paterno è brusco, di modo che il bambino è sempre sull’orlo del dolore o della frustrazione. Questo tipo di gioco è estremamente importante al momento di porre limiti ad altri bambini nei giochi e di imparare a difendersi da un’aggressione ingiusta. Promuove anche il fatto che i bambini abbiano meno problemi di socializzazione e comportamento.

Più spirituale che fisico

Visto che dipende da una decisione volontaria e che l’uomo non genera ossitocina e non ha tanti recettori cerebrali come la donna, per lei l’affetto del padre è molto più spirituale che fisico. Al padre costa di più esprimere il proprio amore in modo affettivo, a livello fisico, e in genere lo fa con parole di incoraggiamento e regali. Non vuol dire ovviamente che il padre sia incapace di fare una carezza o dare un bacio, ma in genere cercherà di affermare suo figlio con altri strumenti, diversi dall’affetto fisico.

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