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Costruiva giocattoli sotto le bombe, ora lo fa con il legno dei rifiuti di Roma

SAIT, DURSUN, CARPENTER
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Sait Dursun si costruiva giocattoli da bambino in Kurdistan, arrivato in Italia continua a farlo in un piccolo laboratorio: “Già quando vedo questi pezzi buttati, insomma ho un’idea nella testa, vedo i miei giocattoli”

Incontrare le parole “giocattoli” , “falegname” e “rifiuti” in un contesto reale che le unisce, manda in fibrillazione i pensieri, che lievitano entusiasti. Il gioco come dimensione necessaria alla scoperta di sé e del mondo; la manualità di un lavoratore che crea; vedere il valore di uno scarto. Sarei capacissima di perdermi nella foresta di questi spunti. Ma forse il navigatore giusto per orientarsi è sempre partire dai fatti, cioè da uomini in carne e ossa nelle cui storie si riverbera qualcosa di eterno.

Giochi sotto le bombe, sotto lo sguardo di Noé

Sait Dursun vive a Roma dal 2002 e la giornalista di Repubblica Matilde Cardaciotto lo ha incontrato per documentare la sua vita. In tre minuti appena si spalanca un mondo, fatto di assoluta precarietà e grande tempra. Tutto comincia in tempo di guerra, lì dove l’evidenza del pericolo è in grado di generare vincoli forti, solidarietà e amicizia:

Da bambino mi facevo con un coltello i giocattoli che volevo, perché quando trovavo una tavola o una stecca di legno riuscivo a trasformarle. Io vivevo nel Kurdistan turco, esattamente vicino al monte Ararat, ogni giorno volavano sopra la nostra testa le bombe. […] Non avere i giocattoli mi ha permesso di costruirli da me, ma non solo per me; costruivo per tutti i bambini del villaggio.

Karl-Ludwig Poggemann-cc

L’immagine è potente: un bambino che costruisce in mezzo alla distruzione. Il monte Ararat sullo sfondo sembra incorniciare il senso di una verità che si ripete da epoche immemorabili, da quando Noé con la sua arca approdò a quella montagna: in mezzo a diluvi dalle proporzioni eccedenti, l’uomo ha per le mani i suoi piccoli pezzi di legno con cui salvare qualcosa, opporsi al nulla.

Se è vero che Dio punì l’umanità, è anche vero che educò Noé come un bravo genitore: la salvezza passa dalla creazione, dalla stessa modalità con cui il Padre ha messo mano all’opera del mondo. Fare è un verbo bellissimo e, se compreso nel senso giusto, tutt’altro che materialista, lo disse il cardinal Biffi parlando proprio di quel “giocattolo” di legno per eccellenza che è Pinocchio:

I materialisti non mancano di logica, mancano di immaginazione; più che dal ragionamento, sono sconfitti dalla fantasia: la storia effettiva del mondo è più grande di loro. (da Contro mastro ciliegia, p. 26)

Un bambino che costruisce giocattoli sotto le bombe è un vero realista – non un materialista – perché confida nel vero della fantasia: mentre la guerra vuole imporre l’idea che le sorti dell’essere sono in mano alla volontà umana, l‘immaginazione ci ricorda che viviamo in un mondo che ospita cose più grandi, sorprendenti di ciò che la nostra sola testa può contenere.

Un clandestino e lo splendore dei rifiuti

Oggi comprare giocattoli di legno è molto chic; e poi è anche parte della nostra battaglia in difesa dell’ambiente. Ce lo hanno detto anche alla scuola dell’infanzia: l’obbiettivo regionale, almeno da noi in Romagna, è liberarsi della plastica entro due anni nelle aule scolastiche. Ma non è questo il background dell’idea di Sait Dursun.

È arrivato in Italia da clandestino, passando dalla Bosnia dove i trafficanti di uomini lo facevano marciare come gli schiavi dell’antichità. Nel nostro paese oggi lavora come traduttore nei tribunali, ma non ha smesso con la falegnameria. Continua a creare giocattoli, spera che con il passa parola questa sua attività possa crescere.

Finora ho usato il legno del riciclo: se vedo una tavola, dei mobili vecchi li prendo dai cassonetti e li porto nel mio laboratorio, li trasformo in giocattoli. Già quando vedo questi pezzi buttati, insomma ho un’idea nella testa, vedo i miei giocattoli.

La potenzialità dello scarto è qualcosa di più fecondo della mera campagna sul riciclo. Quanto ciascuno di noi avrebbe bisogno di imparare questo sguardo anche sulla propria persona, e sugli altri: vedere germogli nei punti più cedevoli e accantonati del proprio io, tendere la mano a ciò che troppo frettolosamente si è giudicato inutile. Che meraviglia l’occhio intuitivo, creativo, geniale che inventa, cioè trova dentro, nella materia inerte la meraviglia di un’ipotesi nuova; così fu per Michelangelo davanti al blocco di marmo, così è per Sait tra i cassonetti di Roma. Così è per ogni uomo di buona volontà che si porta addosso la scintilla divina del Padre, creare: sarebbe ben miseranda un’umanità che abbandonasse questo verbo splendido – quando genera azioni come lo stupirsi, l’accogliere, l’adoperarsi – per ridursi a fare il girotondo su verbi come selezionare, perfezionare, misurare, ridurre.

Il laboratorio di giocattoli di Sait si chiama DAY, acronimo che raccoglie le iniziali dei nomi dei suoi figli, ma che certo significa anche «giorno»; ha scelto infatti come simbolo il sole che nasce. In effetti, tutto il bello di essere qui, di avere una voce, una libertà, un’attesa infinita cominciò quando il buio fu separato dalla luce e l’ipotesi di un mondo vivo ebbe inizio.

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