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Mio figlio mi ha insegnato Chi è Gesù!

By Chubykin Arkady/Shutterstock
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Proprio oggi, mentre ascoltavano la Santa Messa nella stanza attigua alla Chiesa, Cigols, ha scritto un pensiero che mi ha colpito: Gesù è amore. E mi ha dato un’ altra lezione di vita.

Cigols non è uno dei miei figli programmati. Lannina era piccina quando io mi resi conto che c’era già qualcun altro in attesa di scendere alla sua fermata “Casa Bertoz”.
Mi resi subito conto che quel minuscolo patatino era un tipetto tutto speciale. Non avevo fatto in tempo a capire di essere in attesa, che prepotentemente capii che c’era un’incognita: un dolorino molto strano e piuttosto fastidiosetto si fece subito sentire. Era fisso. Noioso. E siccome ero già ostetrica e il proverbio dice che il calzolaio ha le scarpe rotte, non volli fasciarmi la testa con tentativi di far congetture sulla mia salute. Avevo alle spalle un cesareo, ma grazie al Dottorpaolo, già Lillo era atterrato seguendo le luci della pista d’atterraggio guidato dalla mitica Flora. Lannina era stata guidata dalla mitica Claudia. Sicuramente tutto sarebbe andato bene.

E invece no. Quel doloretto fastidiosetto non era un bel presagio.
Siccome il Signore fa cose misteriose, un giorno m’incontrai, su socialcoso, con una collega molto “ganza” che assisteva parti in casa in Trentino Alto Adige da anni. Si era presa una pausa per lavorare nel famoso © e, senza mezzi termini, mi disse di andarla a trovare. Parlammo a lungo di quel doloretto che per lei era legato al cesareo, così, cogliendo un momento di tranquillità, lasciammo il Trio (Figlia G, Lillo e Lannina) coi nonnidiparma e visitammo l’ospedale crucco. Innanzitutto ci piacque la dimensione: piccolo reparto di ostetricia sullo stesso piano con pediatria. All’ingresso una grande cicogna dava il benvenuto a mamme in attesa e visitatori, sotto di essa, legati con dei fili, tante uova con le foto e i nomi di medici, ostetriche e infermiere. Un modo carino per far capire chi fossero le facce che la donna avrebbe incontrato. Lungo il corridoio a destra le stanze della degenza, a sinistra un mobile con l’occorrente per tisane e il reparto delle sale parto. Bello, luminososo, affacciato sui monti. Ma una mamma cosa avrebbe potuto desiderare di più?

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Quando io e il Mari ci recammo lì per guardarci intorno, cogliendo l’occasione per fare la conoscenza di uno dei medici, ci facemmo fare una visita con l’ecografia. Che una placenta potesse creare una sorta di bolla – lui la chiamò così – non ne sapevo proprio nulla. Con professionalità ed umiltà mi suggerì di eseguire un’ecografia più approfondita una volta tornata a casa, ma lui non segnalava nulla di strano, a parte questa strana conformazione della placenta.
Tornammo a casa e, da brava neo-laureata, mi recai dalla supermegadottoressa che faceva le super-ecografie nell’ospedale dove mi ero laureata. Fu gentile, nulla di che, ma per lei bolla sulla placenta era una ‘boiata’ di un “Povero tedesco che non voleva imparare l’italiano”. Quello che ravvisò fu che il mio bambino era più piccino di quanto sarebbe dovuto essere e mi ricoverava seduta stante per un’amniocentesi da cordone poiché per lei era “ritardato”. Grazie ma col cavolo – dissi garbatamente. Gli specializzandi non avrebbero affilato gli aghi su di me e sul mio passerottino, “ritardato” – che termine cretino – o meno. Lei scrollò le spalle e il capo, e non la vidi più. Uscita di lì mi dissi che se il mio bambino fosse stato un tipo tutto speciale, tanto meglio. Mi limitai a scegliere il suo nome e mi fu d’ispirazione un compagno dell’asilo nido de Lannina con Sindrome di Down: un meraviglioso, simpatico casinista con il quale Lannina si diceva fidanzata. “Se deve essere speciale, beh, ovviamente possibilmente, Signore, come lui” pensai quando lo vidi per mano alla sua mamma.

La pancia cresceva e l’inquilino si faceva sentire. Il dolore noioso lo stesso, ma sapevo che avrei partorito sui monti con la mia collega Superastrid, per cui ero abbastanza tranquilla. Lannina continuava a fare la poppa felice e per la prima volta mi stavo preparando per fare il tandem (non lo sapevo, allora, ma allattare due bambini fa superare meglio il timore di essere ‘declassato’ che alcuni fratelli maggiori mostrano all’arrivo di un fratellino).

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Venne il momento di traslocare sui monti e passammo delle belle giornate fresche in un agriturismo munito di paperi e capre. A un certo punto, visto che i tempi stringevano, ci vennero in aiuto i nonnidiparma che si dedicarono ai bambini più grandi. La Nobis, ancora molto in gamba, era in simbiosi con Lannina e cicalecciavano spesso tra di loro.
Una mattina sentii che le luci della pista d’atterraggio stavano per accendersi, così io e il Mari ci dedicammo un po’ a noi…. Ora, io non pensavo che le anziane signore vipiteniesi fossero abituate a scene come quella della quale mi resi protagonista: dondolavo come una trottola per la piazza centrale del paesino e il folto gruppo di gagliarde, con boccali di birra regolamentari, mi osservava annuendo e sorridendo. Quando feci cenno che non ce la facevo più a fare in su e in giù, mi salutarono cordialmente capendo che la direzione era quella dell’ospedale.

Il parto fu molto lungo e sicuramente il più doloroso che io dovetti affrontare. Grazie a Dio conobbi anche un’altra collega veramente in gamba (giovane e molto ‘quadrata’), Sara, che mi fu d’aiuto in modo anche a tratti brusco. Non ringrazierò mai abbastanza entrambe le mie ostetriche di aver assistito un parto come il mio senza fare una grinza, ma sapendo che c’era realmente qualcosa che non andava. Il primario, un austriaco molto silenzioso e assolutamente negato con l’italiano, rimase tutto il tempo fuori senza mai palesarsi, intervenendo solo al momento in cui loro lo chiamarono. Cigols era già nato (tra l’altro in acqua), la Astrid aveva già diagnosticato il frenulo linguale corto che è la causa del dolore fastidioso all’attacco del seno), quando la mia placenta decise che lei, di staccarsi, non ne aveva nessunissima intenzione. Il povero Mari, che si era appena ripreso dal parto (a un certo punto lo avevo visto catafalcarsi per terra stile moribondo), fu dotato di neonato per quello che abbiamo chiamato “pelle-a-peli”, perché il dottore mi portò in sala operatoria. Io ho un’ammirazione sconfinata per la mia collega Astrid, ma dovetti ammettere che superò se stessa: tranquillizzando me, parlava in tedesco col ginecologo e in italiano con l’anestesista e io scivolai nel sonno farmacologico.

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La mia placenta, quella con la bolla che in realtà sarebbe dovuta essere una stupidata, era adesia alla cicatrice del cesareo di dieci anni prima: persi un bel po’ di sangue, ma in tre ore i medici mi sistemarono. Il povero Mari credo perse dei chili ad aspettarmi fuori con il nonnoemilio arrivato in soccorso per lui. La degenza fu straordinaria perché mi fu data una camera matrimoniale.
Ora: Cigols non fu né abbandonato, né lasciato da parte in una culla, mentre io ero ‘occupata’. Tuttavia mostrò segni di un bisogno di attaccamento straordinariamente massiccio. Era un bambino molto normale (nessuna caratteristica particolare) anche se per la mia media era più piccolo, magrolino. Ciò che lo ha caratterizzato dalla nascita è stata una predisposizione all’essere fatto col velcro. Cigols, chiamato così perché da sempre quando piange cigola, posso affermare con certezza che sia nato verso i tre anni.

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