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Pregare è gratis, non ha effetti collaterali e migliora la salute!

happy smiling woman
By Cabeca de Marmore/Shutterstock
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Uno dei motivi per cui siamo diventati consumatori cronici di prozac o simili è che abbiamo perso la preghiera.

Parliamo di preghiera.
Vi aspettavate qualcosa di meglio?
Pazienza, la vita è piena di delusioni.
Una persona che preghi seriamente fabbrica endorfine e le endorfine fanno stare benissimo e curano il cancro. Nelle miriadi di informazioni che ci arrivano, questa manca sempre.
Pregare è gratis e non ha effetti collaterali. Uno dei motivi per cui siamo diventati consumatori cronici di Prozac o simili è che abbiamo perso la preghiera.

Pregare, come qualsiasi attività umana necessita di allenamento. Se non siamo abituati non siamo capaci. Quindi eliminiamo le idee sbagliate. “Per pregare male tanto vale non farlo” è un’idea sbagliata.
Al contrario, se preghiamo male e non molliamo e continuiamo a farlo tutti i giorni dopo un po’ miglioriamo e riusciamo e tenere l’attenzione concentrata per diversi versi sul vero significato delle parole, dopo un po’ se non molliamo quelle parole le sentiamo cognitivamente per tutta la durata della preghiera e poi cominciamo a sentirle emotivamente. La preghiera è una forma di meditazione, intendendo per meditazione la capacità di tenere l’attenzione fissa su un determinato oggetto (le parole della preghiera e il suo significato) che è difficilissimo. Il nostro pensiero tende costantemente ad andare in giro e a pensare agli affari nostri. È così che funziona la mente.

Quindi per cercare di pregare avete pregato da schifo con la mente che andava in continuazione da “dove è la giacca nera, vuoi vedere che l’ho portata in lavanderia e non me lo ricordo” a “forse per la prossima settimana perdo un chilo”. Bene.
Dal punto di vista teologico vale moltissimo: vuol dire che abbiamo fatto un grosso sforzo, cioè un sacrificio, per dire la preghiera mentre la nostra mente voleva andare in giro. Sacrifico viene dal latino e vuol dire sacrum facere, fare sacro.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO DA SILVANA DE MARI

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