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Perché i cattolici celebrano la stessa Messa settimana dopo settimana?

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Jeffrey Bruno

David G. Bonagura, Jr. - pubblicato il 19/06/19

Nella liturgia il cuore parla potentemente, ma il pensiero a volte prende il sopravvento...

Anche se amiamo la Messa, la ripetizione del rituale, giorno (o settimana) dopo giorno (o settimana) può portare a un senso di noia. Alcuni cattolici hanno perfino abbandonato la Chiesa per partecipare ai servizi di adorazione più vivaci ed emotivi di alcune comunità protestanti.

I cattolici, però, continuano a valorizzare il rituale della loro Messa. Se comprendiamo la liturgia, possiamo a iniziare a capire perché.

Un rituale è una forma di adorazione fissata e ripetibile, ed è al centro del cattolicesimo perché ci ricorda che, con le parole di Joseph Ratzinger, quando si parla di Dio e di fede non siamo noi ad agire, ma accogliamo come dono.

Nessuna creazione o espressione di un’emozione generata dall’uomo può avvicinarsi al potere e alla sublimità della Messa cattolica, che è un dono ricevuto da Cristo stesso con l’obiettivo specifico di offrirci il modo più perfetto per onorare Dio.

La fede esiste perché Dio inizia un rapporto con noi. È allora idoneo che Dio abbia anche inaugurato la forma di adorazione che desidera da noi attraverso il sacrificio eucaristico di Sé nell’Ultima Cena e quello di Gesù sulla croce. L’emozione umana nasce quindi dallo stupore e nell’umile gratitudine per un dono così grande.

La Messa, come le altre tradizioni liturgiche dei sacramenti e dell’ufficio divino, deriva direttamente dal ministero di Cristo e dei suoi apostoli. Forme e parole specifiche sono variate nel corso dei secoli, ma indipendentemente dal luogo e dal linguaggio l’essenza di ogni celebrazione liturgica è rimasta costante, e ciascuna ci riporta alla fonte stessa della nostra fede.

Ratzinger spiegava che i riti liturgici eludono il controllo di qualsiasi individuo, comunità locale o Chiesa regionale. La loro essenza è l’assenza di spontaneità. In questi riti si scopre che ci si avvicina a qualcosa che non abbiamo prodotto noi, che si entra in qualcosa di più grande di se stessi, che alla fin fine deriva dalla rivelazione divina.

La decisione di entrare nella liturgia cattolica illumina sia il ruolo del sentimento nell’adorazione che quello del singolo adoratore nella Chiesa. Romano Guardini insegna che la preghiera è un’elevazione del cuore a Dio, ma il cuore dev’essere guidato, supportato e purificato dalla mente. La preghiera, diceva, apporta un beneficio solo quando si fonda sulla verità.

Come l’assenso ha priorità sul sentimento nella vita di fede, l’adorazione e la preghiera, che sono i modi in cui esprimiamo e manifestiamo la nostra fede in Dio, seguono lo stesso ordine.

Ciò non significa che il sentimento non abbia un posto nella liturgia, perché come diceva Guardini l’adorazione della Chiesa è piena di sentimenti, di emozioni, a volte perfino veementi, ma di regola è controllata e sottomessa. Il cuore parla in modo potente, ma il pensiero all’improvviso prende il controllo della situazione.

La liturgia ripete perlopiù le stesse parole giorno dopo giorno, anno dopo anno, secolo dopo secolo, e questa emozione controllata ci colpisce in modi diversi, e a volte per niente.

Non è però l’emozione che costituisce la liturgia: è l’azione di Dio stesso, e il nostro impegno nei Suoi confronti, piuttosto che i nostri sentimenti per Lui, a formare il cuore della liturgia.

Guardini ricorda che la liturgia non è una mera commemorazione di quello che è esistito una volta, ma è vivente e reale. È la vita di Gesù Cristo in noi, e quella del credente in Cristo, eternamente Dio e Uomo.

Nel Battesimo, Cristo ci ha resi parte del suo Corpo, la Chiesa, e così attraverso la liturgia incontriamo insieme il Dio vivente, non come entità individuali, ma come membri individuali dell’unico Corpo. L’individuo, continua Guardini, deve desiderare di far parte di questo corpo, e questo richiede un atto di umiltà da parte sua, sacrificando alla comunità una parte della sua autosufficienza e indipendenza.

Questo atto di sacrificio personale permette all’individuo di trascendere i suoi limiti per far parte di qualcosa di più grande, e nel far questo non si perde nella maggioranza, ma diventa più indipendente, ricco e versatile, perché il credente entra a più stretto contatto con la fonte della vita stessa nei termini di Dio più che nei propri. Pregare come membro della Chiesa è realizzare la promessa di Gesù: “chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato” (Matteo 23,12).

Per essere un membro forte e utile del corpo di Cristo, l’individuo deve sia partecipare alla preghiera liturgia assistendo alla Messa ogni domenica che pregare in privato. La preghiera personale è la nostra libera conversazione con Dio, con la quale mettiamo in pratica e sviluppiamo il nostro rapporto con Lui. Il Concilio Vaticano II insegna che la preghiera personale viene nutrita dalla preghiera liturgica, perché quest’ultima dirige il credente al cuore e al mistero della fede: la passione, morte, resurrezione e ascensione di Cristo, a cui ci riferisce collettivamente come Mistero Pasquale.

Il tesoro di preghiere della Chiesa, che include il Padre Nostro, l’Ave Maria e le tante altre che abbiamo imparato, è importante anche perché lega la nostra preghiera personale – la nostra fede soggettiva – alla fede oggettiva della Chiesa.

Oltre a nutrire la nostra fede, quindi, la preghiera liturgica impedisce che la nostra preghiera e la nostra fede implodano. Come dice Guardini, è solo la verità, il dogma che può rendere la preghiera efficace e dotarla di quella forza austera e protettiva senza la quale degenera in debolezza. Il pensiero dogmatico libera dal capriccio individuale e dall’incertezza derivante dall’emozione. Rende la preghiera intelligibile.

Nella pratica, la preghiera liturgica e rituale comporta il pericolo di diventare un’azione esteriore priva di significato. Dobbiamo però guardarci anche dalla tendenza di ritenere il rituale vuoto semplicemente perché è rituale. La presenza o l’assenza di sentimento durante i rituali è di secondaria importanza per il nostro assenso alla loro verità e la nostra decisione di condividerli al meglio delle nostre possibilità. La vera gioia del rituale non risiede nella nostra reazione alla sua esecuzione, ma nella nostra comprensione di quello che è e trasmette il rituale stesso.

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David G. Bonagura, Jr. insegna al St. Joseph’s Seminary di New York. È autore di Steadfast in Faith: Catholicism and the Challenges of Secularism (Cluny Media), da cui è stato adattato questo articolo.

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