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La dolce morte non esiste, la cultura dello scarto invece sì!

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By Halinskyi Maksym/Shutterstock

Il blog di Costanza Miriano - pubblicato il 19/06/19

Una cultura capace di farsi dittatura, con le stesse dinamiche degli orrori che hanno segnato il Novecento. Servirà coraggio, una montagna di coraggio, ma prima è necessario risvegliare le coscienze per scoprire che da questa gabbia si può uscire, che questa rotta si può invertire prima che sia troppo tardi.

di Giacomo Bertoni

Lavoro, palestra, apericena, casa, vacanza. Finalmente siamo liberi. Finalmente la nostra vita è veramente nelle nostre mani. Quali altre generazioni, fra quelle che ci hanno preceduti, hanno avuto a disposizione la stessa nostra libertà, unita alla stessa generosità di risorse che caratterizza il nostro tempo? Non possiamo solo sognare un lavoro di successo, possiamo anche provare a ottenerlo. E se non arriva in Italia, arriverà magari in un altro Paese.

Possiamo cambiare il nostro fisico, con sessioni in palestra per scolpirlo, integratori per potenziarlo e chirurgia estetica per trasformarlo. Possiamo cambiare città, lavoro, amicizie, relazione, possiamo ricominciare da capo più e più volte la nostra vita. È un po’ come rinascere, e spetta solo a noi decidere quando e come farlo. Certo, ogni tanto qualche lampo di consapevolezza abbaglia. Magari mentre in un’anonima palestra corriamo su un tapis roulant con le cuffie nelle orecchie e la musica ad alto volume: c’è sempre una piccola pausa fra una canzone e l’altra, e lì, a volte, la mente fa in tempo a lanciare qualche fastidioso interrogativo. Oppure mentre aspettiamo di passare da un impegno a un altro, da un’uscita a un’altra, in quei pochi secondi di vuoto le domande irrompono impetuose. Dove stiamo andando? È davvero questa la strada giusta per noi? E se il mio lavoro, la mia cerchia di amicizie, le battaglie per le quali sto combattendo in realtà fossero sbagliate? Chi mi vuole bene? Chi mi ama? Ma ecco subito un macigno di nuove stimolazioni su quei punti interrogativi che fanno tremare il nostro cielo di carta. Se non ci sono impegni vicini ci pensa una notifica sullo smartphone a riportare la testa sul solito tran tran.




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Non serve essere complottisti per intravedere un disegno dietro tutto questo: c’è qualcuno a cui fa comodo che siamo così concentrati su questa miriade di specchietti per le allodole da non sentire più la voce della nostra coscienza? Della nostra ragione, del nostro cuore? Qualcuno guadagna, in potere e denaro, da una società fatta di pedine efficienti, impegnate a lavorare tanto per soddisfare i nuovi padroni e poi, una volta in ferie, a spendere i soldi guadagnati nei marchi e nei negozi dei loro padroni? Persino una serata al cinema è diventato un passatempo raro. Meglio guardare un film a casa, da soli, con lo sguardo fisso sul proprio smartphone, piuttosto che stare in una sala con altre persone, sentire i loro discorsi, vedere i loro volti.

Se poi qualcosa va a incrinare il nostro senso di onnipotenza soggettiva, senso che dovremmo aver perso per sempre entro i 6 anni, allora quale miglior medicina del vittimismo, dell’additare un nemico esterno, crudele, scorretto? Se qualcuno osa ricordare che non sono i nostri desideri la misura del mondo, allora diventa un nemico da eliminare, un nemico da zittire, da cancellare dalla vita pubblica. Le dittature non devono essere per forza violente, soprattutto durante la loro genesi. Le dittature nascono nel torpore delle coscienze, sorgono all’alba, quando le sentinelle abbassano per un attimo la guardia dopo la tensione della notte. E i dittatori da subito trovano validi alleati nel mondo dell’informazione, dello spettacolo, della cultura e della comunicazione.

Qualcuno si allinea per paura, qualcuno per convenienza, qualcuno perché senza una propaganda da rilanciare non avrebbe nient’altro da dire. E così, articolo dopo articolo, canzone dopo canzone, talk show dopo talk show, il pensiero unico avanza, nutrendosi di aggiustamenti della realtà, ogni giorno un poco più grandi. Basta alzare lo sguardo verso l’Olanda di Noa Pothoven, il Belgio degli oltre 480 pazienti con problemi mentali soppressi, verso l’Inghilterra di Charlie Gard e Alfie Evans o la Francia di Vincent Lambert. Più paura di questa onda nera la fanno i discorsi di chi la giustifica, di chi la minimizza o cerca di farla sembrare luminosa. La dolce morte non esiste, la cultura dello scarto invece sì. Una cultura capace di farsi dittatura, con le stesse dinamiche degli orrori che hanno segnato il Novecento.




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Servirà coraggio, una montagna di coraggio, ma prima è necessario risvegliare le coscienze per scoprire che da questa gabbia si può uscire, che questa rotta si può invertire prima che sia troppo tardi. Ci sono verità da riscoprire, ferite da sanare, volti da riconoscere e vite da difendere. Ci sono giovani che, nonostante le ore passate ad ascoltare cantanti, youtuber e influencer allineati, anelano a parole di vera speranza. Ci sono ragazzi che si ritrovano a metà vita nella nebbia e cercano cartelli stradali sicuri. Ci sono famiglie che improvvisamente vengono lasciate sole davanti a una sofferenza e sperano che una mano amica si tenda nella loro direzione. Ci sono anziani abbandonati, visti e considerati solo come un costo, che ancora sognano di poter tramandare la loro esperienza. C’è solo da ricominciare tutto. Tagliando i fili dei burattinai, riaccendendo il cuore, guardando il cielo.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO SUL BLOG DI COSTANZA MIRIANO

Tags:
cultura della vitacultura dello scartoeutanasia
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