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Nel cuore di Dio è scritta ogni parola del libro del dolore umano

MAN,WOMAN,HOSPITAL
Shutterstock
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Un missionario italiano che è cappellano in un ospedale cileno racconta: «Questa è la domanda che più mi viene rivolta: non tanto ‘Perché a me?’ o ‘Dov’è Dio?’, ma ‘Torni domani?’»

di Simone Gulmini (cappellano dell’ospedale Sotero del Rio, a Santiago del Cile)

Ci sono inquietudini che non si possono far tacere. Anche queste sono vocazione? Me lo domando perché, ad un certo punto, la sofferenza è diventata per me una inquietudine. Dico “ad un certo punto” perché non sempre è stato così. Quando all’università studiavo Scienze naturali e credevo che l’uomo fosse frutto del caso, la sofferenza non destava in me nessun sentimento. Ma quando sono tornato alla Chiesa, a 23 anni, tutto è cambiato. La scoperta che c’è un Dio buono dietro la realtà mi ha aperto alla meraviglia e mi ha reso le cose e le persone familiari, segni che conducono a questa presenza buona. La fede cammina più o meno bene fino a quando non ci si imbatte con il dolore innocente. Come conciliare tanta sofferenza con un Dio buono?

Non è un caso che la frase che scelsi per il santino della mia ordinazione sacerdotale, tratta dal salmo 56, riguardasse proprio la sofferenza:

 I passi del mio vagare tu li hai contati, le mie lacrime nell’otre tuo raccogli; non sono forse scritte nel tuo libro?

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Pexels | CC0

Come a dire: “A te Signore non sfugge nulla, tutto a te è presente”. Il salmista sa che la storia è piena di ingiustizie ma ha una certezza che gli dà una forza incrollabile nell’ora del dolore: egli sa che esiste un libro del dolore umano, che questo libro è il cuore stesso di Dio, che prima o poi verrà l’ora della verità e della giustizia. Fu così che decisi di immergermi nell’ambito che più mi metteva in crisi, quello della sofferenza. E prima dell’ordinazione diaconale chiesi ai miei superiori di trovarmi un posto tra gli ammalati. Ogni volta che mi reco in un ospedale, infatti, non posso fare a meno di capire qualcosa di più di questo mistero.

Il lavoro non manca. Potrei aspettare la gente nella cappella dell’ospedale, un vero e proprio porto di mare per pazienti, familiari e funzionari che entrano per chiedere e per ringraziare. Se poi incontrano un sacerdote, è l’occasione per conversare o ricevere i sacramenti.
Ma non tutti gli ammalati possono raggiungere la cappella. Così decido di entrare nelle camere, che contano fino a dodici letti. Entro molto discretamente, scrivendo i nomi di ogni persona perché pregare per loro è una delle opere di misericordia. Mentre scrivo, tutti notano che sono un sacerdote: alcuni mi ignorano o fingono di dormire mentre altri mi salutano. È l’inizio di un dialogo. Sono sorpresi di vedere un prete. Altre volte sono io a rischiare un dialogo con loro, magari partendo da un particolare: un sorriso, la giovane età del malato, un tatuaggio o un santino sul comodino. Tutto diventa occasione per iniziare una conversazione.
Ogni giorno la mia agenda si riempie di decine di persone da ricordare nella preghiera. A queste si sommano quelle che visiterò ancora, quelle con cui nasce un’amicizia, quelle che mi chiedono se domani torno. Perché questa è la domanda che più mi viene rivolta. Non tanto “Perché a me?” o “Dov’è Dio?”, ma “Torni domani?”, come se l’importante non fosse una risposta, una formula ma una presenza, un compagno di cammino disposto a fare un tratto di strada con te, come Simone, il cireneo del Vangelo che per un po’ porta la croce di Gesù. È per questo che ai volontari dico sempre che quello che facciamo in ospedale è un servizio di presenza, non una presenza di servizio.

Non si tratta di fare delle cose, si tratta di stare. Allora la nostra vita diventa grande perché si arricchisce di persone e la preghiera si riempie di nomi e di volti. La solitudine è vinta. La nostra presenza è il segno che al cuore di Dio, così come al nostro, nulla è estraneo.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO DA FRATERNITÀ SAN CARLO 

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