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Il più grande e pericoloso peccato per ogni cristiano

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Paul Freeman - Il Cattolico - pubblicato il 17/06/19

Di fatto l’ateismo sano e sofferto è veramente raro.  Se è vero che una certa immaturità affettiva può portare alla religiosità è anche vero che quasi sempre alla base di un approccio ateo alla realtà c’è una persona infantile e narcisista, incapace di equilibrio affettivo che pone in sé il principio del sé.  Il che, alla luce di una ragione che ragiona, è empiricamente impossibile.

Il danno spirituale

Tuttavia il danno più profondo della superbia avviene a livello spirituale. Infatti la dimensione psicologica fornisce una parziale risposta su questa cancrena che coinvolge i livelli più profondi del cuore dell’uomo, della sua personalità, della sua libertà e delle sue scelte. La natura competitiva della superbia ne fa un vizio che non si placa mai e che impedisce radicalmente di conoscere Dio.

Come si spiega allora che alcune persone appaiono religiosissime e sono invece superbe? La risposta è relativamente semplice, costoro non conoscono Dio ma adorano un dio immaginario costruito a propria immagine e somiglianza. Quando la vita spirituale dà la sensazione di essere buoni e di essere a posto per le nostre forze e non per dono di Dio significa che il vizio della superbia ci ha permeato.

Nei fatti da cosa si vede? Dalle prove che ci fanno scontrare con il nostro senso del limite!

Le prove infatti obbligano sia la nostra psiche che il nostro spirito a smontare l’immagine di Dio che ci siamo costruiti e siamo chiamati ad andare oltre e a crescere. Così è avvenuto per ogni uomo di Dio.  Pensiamo per esempio ad Abramo, padre nella fede, che è stato chiamato sempre oltre.. prima ad uscire dalla propria terra, poi a credere che Dio gli avrebbe dato un figlio in tarda età e poi a credere che Dio è il Dio della vita e che resuscita dai morti.

Solo nel dramma del sacrificio “del figlio unico” ogni proiezione, pur buona di Abramo, crolla per far spazio a ciò che Dio rivela di se stesso  e solo così Abramo conosce infine anche se stesso, il proprio limite e in definitiva la propria grandezza.

Ecco perché la superbia è il peggiore dei vizi, perché ha una natura totalmente spirituale.
A differenza degli altri vizi che sono di natura, per così dire animale, la superbia inquina lo spirito dell’uomo. Giustamente osserva C. S. Lewis: “Il diavolo se la ride.. è contentissimo che tu diventi casto, coraggioso e capace di dominarti, purché egli possa istituire dentro di te la dittatura della superbia; così come sarebbe felicissimo che tu guarissi dai geloni se in cambio gli fosse consentito di farti venire il cancro” (C. S. Lewis, “Il cristianesimo così com’è“).  Insomma il diavolo, con la superbia, fa un investimento sulla tua dannazione.  Preferisce che tu compi alcune cose buone purché te ne impadronisca cadendo nel veleno dell’avarizia e della superbia.

La superbia, nella sua natura competitiva, tende a distruggere tutto il buono possibile e a non gioire della comunione e della comunione dei beni spirituali.
E’ infatti la superbia che porta competitivamente ad affermare frasi tipo:

“il mio cammino spirituale è migliore”“si prega meglio con il canto in lingue che con i canti neocatecumenali”, “questo è un cammino più fedele alle radici del cristianesimo”,  “questa è la Messa di sempre”, “Qui c’è la tradizione”, “qui c’è il progresso”,”il concilio vaticano secondo è stato una rovina della Chiesa”“il concilio vaticano secondo è stato disatteso”,“la liturgia più corretta è quella in latino”“la liturgia corretta è quella della “concelebrazione”“noi siamo la voce cattolica che difende i luoghi sacri”“bisogna seguire queste rivelazioni private, la Chiesa non capisce”, “bisogna abolire il celibato”, e così via, solo per fare qualche esempio dei contrasti di sempre, intra-ecclesiali, che, alimentati dalla superbia, viaggiano nei gruppi ecclesiali, tra conservatori e progressisti, tra spiritualisti fanatici e devozionali e cristiani no-global; che minano la comunione ecclesiale.

Spesso, infatti, la superbia va a braccetto, nei credenti, con una radicale mancanza di senso di chiesa. Il senso di chiesa, infatti, si fonda sull’umiltà e sui calli alle ginocchia.  Mortificando volentieri, non solo affettivamente, ma effettivamente, quella parte di noi che crede di essere così importante, così decisiva per il bene della Chiesa e dimentica la logica del seme che muore per portare frutto. Dimentica la logica del Triduo Pasquale.

Tutte le volte, con la condizione previa, non di fare verità, ma di sentirci giustificati agli occhi dell’immagine di Dio che ci siamo costruiti. Di rassicurarci nelle nostre categorie. La superbia a volte è sottile e a livello ecclesiale si sviluppa su cose non dette ma che fanno da motivo sotterraneo del nostro giudizio.

Insomma, spesso i prodromi di una eresia sono frutto di una mormorazione costante e solipsistica, di un relativismo coltivato da anni e che spacca le comunità.  Le allontana da Pietro e dagli Apostoli creando delle monadi impazzite.

San Paolo, memore della sua esperienza pastorale alle comunità di Corinto, scrisse, per questo motivo, il paragone del corpo (1Cor. 12). Proprio per questo motivo la superbia è il veleno della divisione. E’ probabile che con un pochino di superbia in meno non ci sarebbero state (e non ci sarebbero) tante eresie e correnti ad intra ed il cammino ecumenico viaggerebbe spedito per il suo culmine in Pietro.

Quali rimedi dona la Chiesa? Innanzitutto la radicalità di una vita di preghiera sulla Parola di Dio e sulla autenticità del cuore.

E’ lo Spirito Santo che “convince” al peccato e che fa verità nel tuo cuore, è lo Spirito Santo che ti dona di stare in ginocchio, dentro di te prima che fisicamente.

Nel contempo una robusta vita sacramentale, vissuta con coscienza e serietà gioiosa.

Nello stesso tempo una robusta vita ecclesiale fatta di confronto per essere veri e autentici. Tra i mezzi che abbattono il veleno della superbia c’è il consiglio Evangelico dell’Obbedienza che non è solo per i religiosi o i sacerdoti ma per tutti i battezzati, in diverso ordine e grado. Un altro mezzo che la Chiesa, nella sua sapienza propone, sottolineiamo la direzione spirituale. Qui un breve accenno.

Se non sei capace di ascoltare e sottometterti  – indipendentemente da quello che la tua ragione può cogliere in quel momento – significa che in te c’è prepotente il veleno della superbia.
Si sottomette e si umilia solo chi ha carattere e personalità; chi riposa totalmente fiducioso nelle mani del Padre.

La falsa umiltà

C’è però anche una falsa umiltà, che è una superbia mascherata.

L’avversione ai complimenti ne è una dimostrazione. I complimenti quando ci sono, come gli apprezzamenti, sono una cosa buona, lo sbagliato è appropriarsene e non riconoscere la carezza che Dio ci fa attraverso il fratello e la comunità.

Ecco perché l’avversione ai complimenti sono una specie di truffa, sotto la scorza dell’umiltà mascheriamo ciò di cui abbiamo vitalmente e narcisisticamente bisogno, cioè l’apprezzamento.

Segno non solo di disistima ma del sentirsi a posto davanti alla proiezione di dio che ci siamo creati, una sorta di ladrocinio velato del consenso che si esprime con gesti facciali chiari e posture lampanti.

Su quanto una falsa spiritualità si sia fondata su questi atteggiamenti di sottile superbia potremmo a lungo continuare…

Altra falsa umiltà è generata da alcune maschere che ci creiamo ad hoc per “apparire” migliori.

Tra queste le più evidenti sono le maschere devozionali e quella del “primo della classe”.

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peccatisuperbia
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