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Spiritualità

San Sisinnio, il martire "invocato" contro gli assalti delle fattucchiere

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don Marcello Stanzione - pubblicato il 14/06/19

E' una credenza popolare della Sardegna, dove il sacro (ancora oggi) si mescola con il profano, tra streghe, malocchio, riti ancestrali

Nella tradizione popolare sarda le streghe sono indicate con diversi appellativi. Si definisce: Bruxia (o brùscia) la strega, la fattucchiera, o anche Ammaiadora, Majàxas, Axana. Sa compiere “faturas” (o “maias”) perché conosce le arti magiche tramandate dalla notte dei tempi. Spesso presenta la sua opera dietro compenso. In genere i suoi malefici consistono nel mirare la salute delle persone, oppure nel mandarle in rovina. Per raggiungere tali scopi, uno dei sistemi più comuni è quello basato sulla bambola di stracci (“pipia de tzapu”, “ligadora” o “punga”). Occorre costruirla con dei pezzi di stoffa appartenenti alla persona che si vuole colpire e battezzare segretamente con il suo nome.

Il rito della Bruxia

Pronunciando misteriose parole magiche, la fattucchiera, secondo queste leggende che mescolano abilmente sacro e profano, conficca degli aghi nel pupazzo: a ogni puntura corrisponde una disgrazia o una malattia. “Sa punga”, detta in sardo, deve poi essere nascosta nella casa del soggetto designato. Si ritiene che il male sarà maggiore se la persona passerà sopra la bambola, per questo motivo si preferisce seppellirla in un luogo di passaggio oppure, ancora meglio, legarla sotto il letto. Per salvarsi dalla magia occorre trovare la bambola e disfarla; ciò che non si deve fare mai, invece, è gettarla nel fuoco: in questo caso il maleficio non potrebbe più essere tolto. In alcuni paesi le bambole vengono fatte anche in sughero e per infilzarle si usano spine di fico d’india.

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Spesso le fattucchiere, per sprigionare le energie negative, compaiono anche dei riti nei quali si servono di una candela nera, di sale e olio. Per produrre malefici, inoltre, vengono bruciati indumenti appartenenti alla persona da punire e, mentre si compie tale operazione, vengono mormorate a mezza voce misteriose parole: Amen, Abrox, Adonay, Arabonas; Balaim, Delzafios, Eloym, Gazal, Jerablem, Murgas, Tarabulis. Ci si può accorgere dell’esistenza di una fattura dal fatto che i fiori e le piante presenti in casa iniziano improvvisamente ad appassire. Molto temuto è “s’oglu malu” (il malocchio), ovvero quell’insieme di cattivi influssi determinati dagli sguardi d’invidia di persone malvagie.

Come accertare il malocchio

Un semplice sistema per accertare se si è soggetti al malocchio, consiste nel perdere un piatto, mettervi dentro dell’acqua e tre granelli di sale e poi, con la mano sinistra, versare da un’oliera alcune gocce di olio d’oliva. Normalmente l’olio non dovrebbe mischiarsi con l’acqua, ma, se si ha addosso il malocchio, dicono queste leggende, le gocce andranno in soluzione, scomparendo immediatamente alla vista. In questo caso si ritiene utile bere il contenuto del piatto a brevi sorsi: a volte ciò può essere sufficiente a far venir meno le cattive influenze.


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Le Bruxas, come riportano queste leggende ormai entrate a far parte della cultura e della tradizione sarda, possono togliere i malefici compiuti dalle loro colleghe. L’annullamento della magia (“sculai sa maia”) si compie utilizzando particolari amuleti, preparati dalla stessa Bruxa, che l’interessato deve portare addosso. Adeguate protezioni sono rappresentate anche da oggetti in oro o da misteriose formule, scritte su pergamena, da portare sempre addosso.

Bruxa si diventa per eredità in quanto l’arte dei malefici viene tramandata da nonna a nipote (si salta sempre una generazione), oppure recandosi di notte in un cimitero dove canti sa Stria.

La Coga

Conosciuta anche con i nomi di Surtora, la Coga – altro personaggio centrale di questi racconti – rappresenta una sorta di versione sarda del vampiro. Anch’essa, infatti, succhia il sangue umano fino a uccidere la vittima prescelta. Si accanisce particolarmente sui bambini non ancora battezzati e sulle gestanti, ma la sua preda può essere qualunque persona che le provoca invidia o rancore. Divengono Cogas tutte le bambine nate alla mezzanotte del ventiquattro dicembre, nonché le settime figlie femmine. Esistono dei segni distintivi che permettono di riconoscerle con sicurezza: alcune hanno sulla schiena una piccola croce pelosa; altre sono dotate di una minuscola coda. A parte questi marchi del destino, il loro aspetto esteriore e perfettamente normale, solo in alcune notti, quanto avvertono l’irresistibile sete di sangue, esse mutano sembianze.




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L’acabadora

L’acabadora, invece, in queste leggende è considerata una donna dotata di occulti poteri che viene chiamata nelle case in cui vi è un moribondo perché ne affretti la fine. “S’Acabadora”, per prima cosa, ordina che vengono portate via dalla stanza tutte le immagini e gli oggetti sacri e toglie dal collo dell’agonizzante crocifissi e medagliette di Santi. Si pensa, infatti, che croci e simulacri impediscano all’anima di separarsi dal corpo. La donna pronuncia misteriose formule magiche e qualora anche queste non si sortiscano effetto, appoggia al collo del malato un giogo di aratro o di carro. Secondo alcune testimonianze, tra le pratiche compiute da questi sinistri personaggi vi sarebbe quella di mettere dei pettini sotto il cuscino del moribondo e di battergli il petto con “sa Matzoca”, una pesante mazza di legno.

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Hans Splinter-(CC BY-ND 2.0)

Il paladino che lotta contro le streghe

Il paladino delle forze del bene, nella lotta contro le streghe, era invece san Sisinnio, che, secondo queste credenze ben radicate in diversi comuni della Sardegna, combatteva le creature maligne in qualsiasi forma esse si presentassero. Il nome di Sisinnio non è venuto non è nuovo tra i martiri. La “Bibliotheca Sanctorum” ne conta dieci ( vol. XI, Roma 1968, coll. 1246-1253), tutti diversi da quello sardo, venerato da sempre nell’Isola. E’ festeggiato a Serramanna e a Villacidro. In questo secondo paese vi è una chiesa campestre dove si celebra la sua festa con molta solennità e concorso di popolo.




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La località si chiama Elène (Leni), ed alcune rovine attestano che nelle vicinanze della chiesa vi era un antico centro abitato. Il nome di Sisinnio è tramandato attraverso il culto in questi luoghi, ma non si hanno notizie su di lui. I suoi “Gosos” dicono che nacque ad Elène e vi ricevette il battesimo che visse religiosamente per tutta la vita. Predicava con entusiasmo fin dalla giovinezza con particolare carisma divino, diffondendo ovunque la virtù e la fede. Per il suo ardente zelo venne ordinato diacono, e con la sua voce incantevole convertì molta gente. Il tiranno, pieno d’ira lo fece arrestare e condurre incatenato al suo cospetto.. gli comminò severamente la pena di morte se non avesse sacrificato agli dèi. Ma egli non fece contro delle minacce, e accettò il barbaro martirio con lo spirito magnanimo. Dicono che Sisinnio fosse uomo di bell’aspetto, dotato di bellissima voce.

Le streghe di Villacidro

Il suo parlare armonioso era graditissimo a tutti; ed egli si valse di questi doni naturali per propagandare la fede cristiana. Cantava anche in mezzo ai tormenti del suo martirio. Alla fine venne decollato. Aveva 62 anni. Pare fosse l’anno I 80, durante il pontificato di papa Eleuterio, al tempo di Marco Aurelio. Si racconta che san Sisinnio estirpò da Villacidro le vere streghe, quelle che, per intenderci, possedevano le caratteristiche descritte qui all’inizio, ma consentì di sopravvivere alle piccole fattucchiere, quelle dai poteri troppo limitati per poter nuocere gravemente ai suoi protetti.




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Si racconta poi che sterminava le cavallette, quando a sciami si abbattevano sui raccolti e li devastavano, causando carestie. In certi casi viene attribuita a lui anche la liberazione di molte zone della Sardegna dal flagello delle mosche macedde, tant’è che ancora oggi, nel periodo della celebrazione del santo, si dice che nei pressi del suo santuario non si senta, né si veda, una sola mosca volare. Tuttora Sisinnio è assai venerato dai villacidresi.

Nemodus photos CC

Nella chiesa a lui dedicata si trova un antico quadro che lo raffigura in mezzo a una moltitudine di streghe doloranti: alcune arse dalle fiamme, altre trascinate via dal vento. In questo luogo, la prima domenica di agosto si svolge la festa campestre a lui dedicata. In passato è stata tra le sagre religiose più importanti e seguite dell’isola: si protraeva per quattro giorni consecutivi e attirava gli abitanti di molti paesi vicini. I Serramannesi, in particolar modo, erano molto devoti a Sisinnio. A questo proposito si racconta che in passato, anche loro esasperati dalla presenza delle streghe nel paese, siano stati protagonisti di una contesa con i villacidresi, per il possesso delle sacre reliquie del santo.




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