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Nessuno l’ha vista per 45 anni, muore in casa come un fantasma

WOMAN, BLACK, PROFILE
Rudy Bagozzi | Shutterstock
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Il cadavere denutrito di appena 30 chili di Luciana Simoncelli (59 anni) ha aperto un'inchiesta sulla sua vita. Questo dramma umano suscita una domanda: ci accorgiamo - davvero - di chi ci sta accanto?

Chi sei Luciana? Chi sei stata?

È questa la domanda che il pensiero ripete, leggendo la cronaca di una vicenda dai contorni sfumati, sbiaditi, quasi invisibili. A essere oscura è l’intera presenza di una donna, Luciana Simoncelli che è morta a 59 anni, nella provincia di Pesaro Urbino, in una frazione del comune di Apecchio abitata da appena 350 anime.

Ci si conosce tutti, in un posto così piccolo. Il più delle volte questo modo di dire significa che si spettegola, si conoscono i dettagli pruriginosi della vita altrui ma poi si ignorano i bisogni, le attese, le ferite dell’anima di chi ci è vicino. Si sbircia dalla finestra, ma si evita di entrare in casa. Quanto a Luciana, la cosa è diversa e ben più tragica: da quando concluse le elementari nessuno l’ha più vista e cercata. È vissuta chiusa in casa per 45 anni insieme alla madre e alla sorella nubile; si deduce che sia andata così perché neppure il medico di famiglia ha mai avuto la possibilità di vistarla.

Dice il dottor Valentini: «Ho chiesto spesso il perché di questa reclusione in casa ma la madre mi ha garantito che la figlia stava bene, che passava il tempo sbrigando le faccende domestiche, facendo l’uncinetto e guardando la TV. A lei bastava così. Non ne ho parlato con nessuno né con i carabinieri né con la procura perché non lo ritenevo necessario visto che era una libera scelta di una persona che delegava la madre a parlare per lei.» (da Il Resto del Carlino)

Il dottore stesso l’ha riconosciuta all’obitorio di Urbino pochi giorni fa e ha chiesto di eseguire l’autopsia per accertare le cause della morte, visto che il corpo era evidentemente denutrito e la donna pesava appena 30 chili.

Processi fuori dalla porta

Improvvisamente, dopo il tragico epilogo, la storia di Luciana si guadagna i riflettori della cronaca nera. Si parla di lei, di cosa poi? Ha vissuto da nascosta e invisibile, allora si dipingono tutti i possibili scenari: l’ombra non diventa un motivo di rispetto e prudenza, ma quasi un lasciapassare per liberare fantasie morbose. Sappiamo quanto siano diventate appetibili queste tragedie nel mondo delle trasmissioni che celebrano processi a porte aperte e trasudano competenze di criminologia da tutti i pori. Ci spingono, a nostra volta, a tratteggiare ipotesi e possibilità, a scrivere nell’aria truculenti romanzi gialli emettendo sentenze, condannando a priori. Se c’è un morto, vogliamo un colpevole.

Pixabay.com/Public Domain/ © shotput

È evidente che ci siano state delle ombre nella storia di Luciana, ma non sarà la nostra fantasia assetata di colpi di scena a tradurle in presenze.  C’è una porta oltre cui il nostro passo non è andato, e oltre cui il passo di molti non si è voluto inoltrare per quasi 50 anni. L’empatia ci ha raggiunto tardi, quando lei si era spenta. Ora siamo pronti a vederla come vittima, a tirar fuori dal cassetto la convinzione che senz’altro la madre e la sorella nascondono qualcosa di brutto, magari orrendo. Ci aspettiamo il peggio, le mille sollecitazioni mediatiche ci hanno spinto quasi a bramarlo. Non hanno accresciuto di una virgola la nostra compassione.

Non siamo altrettanto propensi, predisposti e fantasiosi nel dipingere uno scenario positivo: e se dietro la storia di Luciana ci fosse una storia di pietà e protezione? Non può escludersi. Ma neanche questo è l’orizzonte complessivo del discorso. Se la morte di Luciana Simoncelli può suggerirci qualcosa è che il nostro posto non è nella stanza dove si studiano le scatole nere; lasciamolo fare agli esperti.

Le forze dell’ordine e la magistratura esistono per adoperarsi a dare giustizia alle vicende terrene di una persona; capire cosa è accaduto. La gente comune – noi – ha un ruolo diverso dall’impantanarsi negli enigmi della cronaca nera, ed è quello di essere protagonisti della cronaca umana quotidiana dove il destino eterno di un’anima si gioca.

Tenersi d’occhio

Luciana mi ha ricordato quel personaggio pirandelliano che è la Signora Frola. Tutti smaniano durante il dramma Cosi è se vi pare di mettere un’etichetta sulla sua persona, buona o cattiva, ingenua o diabolica; quando arriva il momento dello svelamento lei dice di sé: “Io sono colei che mi si crede, e per me nessuna, nessuna”. L’ombra ha l’ultima parola.

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Andrey Zvyagintsev/Unsplash | CC0

Esistono i fantasmi, eccome; e indicano qual è una vulnerabilità di molti: il problema di non essere nessuno al di là delle chiacchiere della gente. Luciana era un altro tipo di fantasma: era una persona; si era nascosta dalla vita pubblica (o ci era stata costretta) e nessuno ha reclamato la sua presenza. Ora tutti vorrebbero sapere chi è Luciana, è la prima domanda che è venuta anche a me. Vorremo aprire tutte le porte e finestre di casa sua, magari anche gli armadi. E poi emettere una sentenza chiara su di lei. Questo istinto denota che avere un volto chiaro è la questione più urgente per ciascuno di noi, è il succo della vita. Nessuno vuole essere un nessuno. Ma non è compito nostro dire di un altro uomo che volto ha; siamo compagni di viaggio non creatori di anime.

Allora la mia domanda istintiva iniziale era giusta, ma imperfetta. Il dolore per la storia di Luciana può tradursi, anziché in uno spietato gioco di criminologia astratta, in una condotta di vita più vigorosa. Facile accusare i compaesani della povera donna, ma quante anime invisibili trascuriamo nel nostro recinto di vita? Le trascuriamo anche se parliamo sempre dei loro affari, se spettegoliamo senza avere un interesse umano.

Non è necessario essere segregati in casa per decenni per risultare invisibili e nascosti. Nascosto, comunque, il fondo della nostra anima lo sarà a tutti. È una faccenda enorme tra noi e Dio. Però, se c’è un modo virtuoso di accorgersi davvero dell’altro – che sia il simpaticone onnipresente sulla scena, o lo scorbutico semi-muto nell’angolo – è tenerlo d’occhio pensando che tutti si è in viaggio con una valigia dal carico entusiasmante e pensante: chi sono io?  La premura è che ognuno possa starci dentro questo viaggio, accorgersi di chi si è fermato, o se qualcosa gl’impedisce di camminare; stare a fianco con la coda dell’occhio all’erta (e la bocca non necessariamente sempre aperta).

 

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