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Gabe Grunewald è morta a 32 anni ma resta una campionessa nella lotta contro il cancro

GABE, GRUNEWALD, RUNNER

RunnersWorld | Youtube

Annalisa Teggi - pubblicato il 13/06/19

"Metti un piede davanti all'altro" era il suo motto per i giovani colpiti come lei da tumori rari e aggressivi. La mezzofondista americana è morta l‘11 giugno, ma la sua storia detta ancora il passo nella corsa della speranza di molti.

Il mezzofondo è velocità e resistenza, è un’alchimia particolare di grinta e caparbietà: una giusta dose di rapidità, una giusta tenacia nel saper prolungare lo sforzo. Non è la corsa dei 100 metri che strappa gli applausi sotto mille riflettori, non è la maratona che commuove lo spettatore empatico con la forza sfinita dell’atleta. Il mezzofondo ha qualcosa a che fare proprio con l’essere in mezzo alle cose, allo sforzo di starci dentro tanto con energia quanto con pazienza. Il traguardo è lontano, ma non troppo lontano.

Qualcuno potrà dire di Gabe Grunewald che la sua è stata una vita a metà, o che il traguardo è arrivato troppo presto; direi che lei stessa ha proposto un’alternativa migliore:

Voglio vivere la mia vita, non importa quanto di essa rimanga. (da Runners World)

Il suo talento nella corsa le ha dato gli strumenti giusti per non soccombere all’impietosa diagnosi che l’ha raggiunta quando era un’universitaria poco più che ventenne. È rimasta nel mezzo della sua vita, permettendosi gli scatti quando è stato possibile e pazientando quando non si poteva fare altro.


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4 ricadute, ma quanti traguardi

Era il 2009, frequentava l’Università del Minnesota ed era un’atleta in crescita quando venne colpita da un carcinoma adenoideo-cistico. Più tardi gliene diagnosticarono un altro alla tiroide. Interruppe gli allenamenti per curarsi, le furono asportate la ghiandola salivare e poi la tiroide. Mise a fuoco, da capo, la propria tabella di marcia umana:

In quel momento oscuro ho cercato di concentrarmi sulle benedizioni che avevo nella vita, correre era una delle più grandi.
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Da quel momento la sua specialità diventa – metaforicamente – il mezzofondo a ostacoli: tante insidie date dalla malattia, altrettante sfide positive nella vita. Un primo riconoscimento arriva nel 2010: Gabriele “Gabe” arrivò seconda nei 1500 metri ai campionato universitari. Nel 2012 partecipa ai Trials per le Olimpiadi, l’anno successivo corre i 1500 ottenendo il record personale di 4′01″48 (questo risultato la piazza al dodicesimo posto nella classifica americana). Poi nel 2014 vince il titolo nazionale sui 3000 indoor.


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Nel 2016 una nuova prova, ancora più grave delle precedenti: le viene trovato un tumore al fegato e ha una recidiva del carcinoma tiroideo. Subisce un intervento che le asporta un tumore di 12 cm dal fegato. La sua ultima gara la disputa a Sacramento nel 2017 con un clima impietoso per il caldo, il giorno prima della competizione era stata ricoverata al Pronto Soccorso: arriva ultima al traguardo, le compagne di gara l’attendono e recitano abbracciate una preghiera.

Una sconfitta eccellente

E’ un’immagine potentissima, arrivare ultimi. Se fosse una storia scritta su un copione per la TV, il regista avrebbe concesso alla protagonista il premio di una vittoria prima della morte. Ma le logiche umane hanno ancora molto da apprendere sul valore potente della sconfitta, nella sua nuda e povera fragilità. Vivere un limite che non può essere tolto, dimenticato, sottratto con una bacchetta magica è una prova che allena alla speranza: in nessun caso Gabe poteva pensare per sé un corpo interamente guarito dalla malattia, ma continuare a correre con cicatrici fisiche ed emotive profonde le ha portato in dote l’ipotesi che riassume così: “Metti un piede davanti all’altro”.


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E’ diventato il motto della sua fondazione BraveLikeGabe che si occupa di finanziare la ricerca su tumori rari e aggressivi e di sostenere le persone che combattono la stessa battaglia di Gabe. Mettere un piede davanti all’altro è il passo umile della speranza vera, di chi sa non poter essere onnipotente e invincibile ma può affermare anche con un semplice passo che la vita c’è, finché c’è.

Due giorni fa Gabe è morta, aveva a fianco suo marito Justin che l’ha sempre ammirata per la tenacia e sostenuta (lei lo aveva pure dissuaso dallo sposarla, dicendogli “con me finisce male”; eppure lui s’è dimostrato pronto alla corsa insieme). Le scrisse una lettera da vero amante coraggioso:

So che la vita è spaventosa e so che abbiamo vinto la lotteria dell’incertezza e non è giusto, ma scelgo comunque la nostra vita di incertezza e a volte di paura, rispetto a qualsiasi altra opzione che potrei pensare. Ho imparato di più dall’averti come migliore amica e come moglie di quanto avessi imparato nel resto della mia vita insieme. So che ti è stato dato il compito più pesante della vita, il compito di essere coraggiosa, nonostante la sensazione di enormi quantità di paura. Il compito di sorridere quando la gola si riempie di dolore e gli occhi vogliono riempirsi di lacrime, ma io non penso di essere stato scelto per caso, e ancora una volta so che non è giusto, ma sei così incredibile nel sentirti ed è per questo che sento che Bravelikegabe è così speciale. Perché non c’è una parola nel dizionario per descrivere quello che fai o per quello che sei. Sei una corazzata coraggiosa rispetto a me me e a così tante persone là fuori che affrontano le più semplici e più stupide lotte nella vita quotidiana. (da La Stampa)


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Incrociando la notizia della scomparsa di Gabe è facile imbattersi in titoli che per i giornalisti partono quasi in automatico: “ha perso la sua battaglia”. Ecco, è come prendere il tempo di un atleta ad un certo punto del percorso, è una fotografia vera ma parziale. Gabe ha tagliato un traguardo, ma la sua battaglia non è stata persa, è stato il gradino che l’ha portata a protendersi a una meta in cui la vita vince sempre.  Chi più di lei può testimoniare con voce autorevole che il nostro passaggio sulla terra sia ciò che San Paolo scrisse ai Filippesi: “Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù”.

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