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No, la prostituzione non è libertà. Lo dice la Corte Costituzionale

Prostituée, traite humaine, esclave
© Shutterstock - Dmitri Ma
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Di nuovo, meritoriamente, la Corte mette al centro della sua azione la dignità della donna

Lo scorso 5 marzo la Corte Costituzionale aveva ribadito che la Legge Merlin, ancora dopo 61 anni, abbia una sua ragionevolezza. agevolare» la prostituzione, anche quando questa sembra esercitata consapevolmente e in piena libertà, resta un reato. Da questa considerazione era partito il rifiuto del ricorso portato avanti dalla Corte d’appello di Bari nel corso del processo sulla vicenda delle cosiddette escort presentate nel 2008-2009 all’allora premier Silvio Berlusconi dall’imprenditore Gianpaolo Tarantini, ma ora sono arrivate le motivazioni della sentenza, ed è ad esse che bisogna fare riferimento anche per legiferare in futuro:

Con la sentenza n. 141 depositata oggi (relatore Franco Modugno) la Corte spiega che queste incriminazioni mirano a tutelare i diritti fondamentali delle persone vulnerabili e la dignità umana. Una tutela che si fa carico dei pericoli insiti nella prostituzione, anche quando la scelta di prostituirsi appare inizialmente libera: pericoli connessi, in particolare, all’ingresso in un circuito dal quale sarà difficile uscire volontariamente e ai rischi per l’integrità fisica e la salute cui ci si espone nel momento in cui ci si trova a contatto con il cliente.

È dunque il legislatore, quale interprete del comune sentire in un determinato momento storico, che ravvisa nella prostituzione, anche volontaria, un’attività che degrada e svilisce la persona.

La Corte d’appello di Bari aveva sostenuto che l’attuale realtà sociale è diversa da quella dell’epoca in cui le norme incriminatrici furono introdotte: oggi vi sarebbe infatti una prostituzione per scelta libera, volontaria, qual è quella delle “escort” , espressione della libertà di autodeterminazione sessuale, garantita dall’articolo 2 della Costituzione, che verrebbe lesa dalla punibilità di terzi che si limitino a mettere in contatto la “escort” con i clienti (reclutamento) o ad agevolare la sua attività (favoreggiamento).

Al contrario, la Corte costituzionale ha osservato che l’articolo 2 della Costituzione, nel riconoscere e garantire i “diritti inviolabili dell’uomo”, si pone in stretta connessione con il successivo articolo 3, secondo comma, che, al fine di rendere effettivi questi diritti, impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici e sociali al “pieno sviluppo della persona umana”. I diritti di libertà – tra i quali indubbiamente rientra anche la libertà sessuale – sono, dunque, riconosciuti dalla Costituzione in relazione alla tutela e allo sviluppo del valore della persona, e di una persona inserita in relazioni sociali (Repubblica)

E’ chiaro che da questo punto di vista la dignità della donna è un tema centrale per l’attuale corte costituzionale, se ad esso aggiungiamo per esempio il pronunciamento del dicembre 2017 a proposito dell’utero in affitto:

«offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane» nella sentenza un principio di etica sociale molto importante che ribadisce dunque la legittimità della Legge 40 (Aleteia)

Leggi anche: La prigionia infinita della prostituzione

Ne deriva che il legislatore deve avere particolare cura dei diritti e della dignità della donna, che la tutela della libertà, anche economica, non può sopravanzare quella dell’integrità della persona che è tale in virtù dei legami personali duraturi e non è riducibile a mero individuo che agisce nella sfera del mercato. In questo si vede il peso del personalismo cristiano nella nostra Carta Costituzionale, un vantaggio per chi si batte per una società giusta ed equa. La sentenza ha un peso politico preciso visto che il vicepremier Salvini ha più volte ribadito l’intento di abrogare la Legge Merlin e di riaprire le cosiddette “case chiuse”. A questo tipo di proposte risponde l’Associazione Papa Giovanni XXIII fondata dal compianto don Oreste Benzi e oggi guidata da Giovanni Paolo Ramonda che così commenta la sentenza:

«Da ora in poi se qualche politico italiano volesse regolamentare la prostituzione, allora dovrebbe prima abrogare la nostra Costituzione. -continua Ramonda – Questa sentenza va di pari passo con quanto dichiarato dal Capo dello Stato lo scorso 8 Marzo, il quale aveva definito la prostituzione come “un’infame schiavitù del nostro secolo, alimentata da uomini, di ogni età e censo, che approfittano di queste povere donne”».

«Oggi è una grande vittoria per quanti si battono per la liberazione delle ragazze vittime di tratta. Una battaglia iniziata dal nostro fondatore, Don Oreste Benzi, esattamente 30 anni fa, nel 1989. – conclude Ramonda – Oggi rivolgiamo un appello al Parlamento e al Governo: non restate sordi a questa sentenza, rendete più dure le pene per i magnaccia e introducete sanzioni per i clienti che sono corresponsabili di questa schiavitù».

Leggi anche: La battaglia di Don Gianfranco Feliciani per le 300 prostitute del Canton Ticino

E anche fra chi non è contrario alla legalizzazione della prostituzione, il primo pensiero è come evitare efficacemente lo sfruttamento, posto che il tema della tratta di esseri umani e la sottrazione del fenomeno alle mafie non viene mai realmente affrontato, così come non viene affrontato il fallimento del modello tedesco che è molto simile a quello che vorrebbe implementare Salvini. A mettere a tema la questione del traffico è la dottoressa Giorgia Serughetti, ricercatrice di sociologia presso l’Università Bicocca e autrice di interventi sul tema come Uomini che pagano le donne. Dalla strada al web, i clienti nel mercato del sesso contemporaneo (Ediesse), che a Linkiesta dice chiaramente che:

«Dovrebbe iniziare un bel dibattito su come prevenire le forme di sfruttamento da soggetti come trafficanti e mafie. Ci concentriamo sulla prostituzione ma non parliamo mai di come evitare concretamente che le persone — tutte — finiscano dentro reti di sfruttamento e di coercizione. L’unico modo per evitare questo tipo di rischio, alla fine, è aprire le frontiere. Stiamo parlando, infatti, di conseguenze di migrazioni impossibili che costringono a stringere patti di profonda soggezione, che generano sfruttamento. Poi certo, ci sono anche molte questioni culturali ancora da affrontare, come il rapporto tra i sessi e il dispositivo di potere tra cliente e prostituta, ma se non preveniamo questa distorsione che è conseguenza di migrazioni impossibili, non ne usciremo mai.» La politica dovrebbe quindi lavorare per prevenire violenze, sfruttamenti, le moderne tratte degli schiavi non, come pensa qualcuno, chiudendo, ma aprendo. «Ma su questo tema non vedo interesse: è molto più semplice perseguire la punizione del cliente o proporre — come fa la Lega — la riapertura delle Case Chiuse in chiave pro-decoro e pro-ordine pubblico.» In che senso? «Al centro delle proposte di Matteo Salvini non c’è la tutela della persona, ma la tutela dell’ordine pubblico. L’idea di creare degli spazi chiusi, fuori dallo sguardo delle persone, crea paradossalmente un problema perché si ha in mente non solo un tipo di clientela, ma anche un tipo di prostituta: bianca, europea, con permesso di soggiorno. Tutte quelle che non entrano dentro questa idea, che non hanno permesso di soggiorno e non sono regolari, non faranno altro che stare per strada, diventando ancora più illegali e favorendo ancora di più le dinamiche di favoreggiamento e sfruttamento.»

Leggi anche: La legalizzazione della prostituzione ha fallito?

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