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Jovanotti: nell'era dei talent show vi dico che conta la vocazione (VIDEO)

JOVANOTTI, LORENZO, CHERUBINI

D-VISIONS | Shutterstock

Annalisa Teggi - pubblicato il 10/06/19

Allo sfruttamento mediatico (e mercantile) del talento, il Lorenzo nazionale replica con una proposta molto antica: l'arte è rispondere a una chiamata.

Quand’era il Jovanotti di Sei come la mia moto lo detestavo, più è diventato Lorenzo più ho cambiato idea su di lui. Al contrario di molti artisti che col passare del tempo si spengono, lui si è acceso lungo la strada; crescendo ha maturato una fame di vita sempre più intensa. Tante letture, tante relazioni; radicato a Cortona e in giro per il mondo; presente sul virtuale dei social e sudato per le pedalate molto reali a bordo della sua bicicletta. Sveglio, al modo in cui lo dice lui in Mezzogiorno:

E sogno dopo sogno sono sveglio finalmente
Per fare i conti con le tue promesse

Mica è poca cosa questa zampata sulla presenza della realtà come portatrice di promesse. Lorenzo Jovanotti è un uomo che si muove cogliendo ispirazioni ovunque e questo non lo rende un maestro di vita impeccabile per forza, ma gli porta in dote una virtù eccellente: non è un uomo singolare, è una persona disposta ad ascoltare e predisposta a ospitare; le sue parole sono come la voce che esce dopo aver ricevuto una spinta.


JOVANOTTI

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Il cantante riceve sollecitazioni e le restituisce con il filtro della propria sensibilità, è un’antenna più che un microfono:

Mi butto, mi getto
Tra le braccia del vento Con le mani ci faccio una vela E tutti i sensi li sento
Più accesi più vivi
Come se fosse un’antenna sul tetto Che riceve segnali Da un mondo perfetto (da Estate)

A un mondo abbagliato da personalità che stanno al centro della scena, registi autoeletti del dire e del fare, il caro Cherubini rimugina e vive un’alternativa più coraggiosa (… in realtà quel medievale di Dante la pensava già come lui, ma ci arriveremo) e ne ha parlato all’Università Statale di Milano qualche settimana fa.

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Vocazione, non solo talento

È indaffaratissimo con il Jova Beach Party, un tour estivo che comincerà il 6 luglio e animerà 15 spiagge italiane: una nuova idea di concerti, pensati come festa estiva a un passo dal mare. Eppure ha trovato il tempo per una chiacchierata con gli universitari di Milano; perché, anche se è stata definita una lezione accademica, non è nello stile di Lorenzo essere cattedratico e serioso. Soprattutto è nel suo stile stupire, cosa che non sempre ci si aspetta in un’aula universitaria. È stato invitato all’Università Statale ed è stato affiancato da docenti che hanno tratteggiato gli aspetti più tecnici della sua arte; ad esempio un professore ha raccolto statistiche sulle sue canzoni, desumendone una conclusione niente male:
Francesco Massara della Iulm, che ha analizzato duecento canzoni del cantante a caccia del suo carisma e del segreto del suo brand personale: su 2.288 parole i sostantivi prevalgono sugli aggettivi, 37,5 per cento a 15, grande segno di concretezza, e conclude che Jovanotti è idolo di nuovo conio. Non di tipo narcisista, astratto, distante (tipo Ferragni, Ronaldo o Beckham) ma a vocazione comunitaria, capace di relazionarsi e di vivere esperienze insieme ad altri. (da Corriere)




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E quando è arrivato il momento di cedere il microfono alla guest star, la parola «vocazione» è tornata come protagonista. Molte testate giornalistiche hanno rilanciato la notizia di questa bomba del Jova-pensiero, per dirla in sintesi: non conta il talento ma la vocazione. Ecco la trascrizione esatta del passaggio:

Oggi si parla molto di talento con i talent show, si celebra molto il valore del talento. E ci dimentichiamo di un valore molto più importante del talento. Io sono la dimostrazione che il talento non è tutto. La cosa ancora più importante del talento è un’antica parola che si chiama ‘vocazione’. La vocazione è la chiamata, ovvero quel tuo talento che si struttura in base a una chiamata. Oggi il talento può essere considerato un valore mercantile, se vogliamo, ma c’è qualcosa che è misterioso che è la chiamata, sentirsi chiamati da qualcosa e quindi inventarsi un talento per rispondere a quella chiamata. Quindi non sopravvalutate il talento, ma state attenti ad ascoltare la voce che vi chiama.

Per fortuna c’è il video, perché non tutti i giornalisti hanno digerito per intero il discorso: molti hanno saltato la precisazione che vocazione sia parola antica, altri hanno omesso di dire che il talento è un modo per rispondere. Mettiamo a verbale che «antico» e «rispondere» sono suoni percepiti come fastidiosi da certe orecchie; quasi da brividi come le unghie sulla lavagna. Moderno, avanti, nuovo sono aggettivi che piacciono molto; affermare, proclamare, sostenere sono verbi su cui si incentra l’azione. La prospettiva di una vocazione al fondo della realtà – descritta molto bene da Jovanotti – ribalta un po’ gli assi cartesiani dell’uomo faber.


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Immagino gli occhi sgranati dei giovani presenti al simposio del signor Cherubini, e le bocche sorridenti, spalancate. E non credo sia dipeso solo dalla capacità empatica dell’oratore; c’è anche il fatto che l’oratore ha pescato nel mare giusto e il metal detector dell’anima umana suona rumorosamente quando sente il vero. L’uomo non è fatto per l’egocentrismo, sfiorisce in fretta se segue solo le proprie fisse e intuizioni; la vanità di Narciso finisce in un suicidio. Il mercato dei talent show mercifica il germe buono del talento, trasformandolo nell’idolo della fama e del successo. La parabola artistica di Lorenzo Cherubini è quella di un talento vocale non certo pazzesco, ma di una voce che ha qualcosa da dire … ispirata, cioè sospinta da qualcosa.


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Essere chiamati è arioso come spalancare una finestra; implica novità che la nostra testa non può congetturare, ma ci sono; implica il soffio di un vento che rinfresca gli antri bui delle nostre ansie patologiche. Implica soprattutto una relazione: c’è chi chiama e c’è chi risponde. Questa è l’origine del mondo in cui la creatura uomo è stato catapultato: la realtà porta i segni inconfondibili di una voce che ci interpella, strattona, abbraccia, nutre. L’io è quando è in relazione.

Immagino che il medesimo pubblico sarebbe rimasto alquanto deluso se al posto di Jovanotti fosse entrato un professore e avesse detto: «Bene, ragazzi ora aprite il Purgatorio al canto 24». Facce cupe, schiene ingobbite e sbadigli. Eppure non ci sarebbe stato nulla di diverso nei contenuti: in quel canto Dante dice che la vita è una vocazione, negli stessi termini in cui lo ha descritto Jovanotti.

I’ mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo ch’e’ ditta dentro vo significando (vv. 52-54)

Non cominciamo subito con la lamentela della lingua antica; vocazione è una parola antica, no? Ecco, in soldoni, Dante afferma che Amore è un vento che spira e scrivere non è altro che rispondere alla spinta di quel vento: Amore dètta e si dicono cose sensate (significati) solo quando si ascolta quella voce. Forse il titolo giusto di questa notizia era: Jovanotti torna al Medioevo. Ma non sarebbe stato esatto; torna quasi al Medioevo.

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