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Le critiche ti spaventano? Nascondono un grande beneficio!

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padre Carlos Padilla - pubblicato il 06/06/19

La buona fama non mi aiuta, e invece i sospetti e le critiche, curiosamente, mi rendono più forte

Mi sorprende il potere che ha il sospetto. Dubito di una persona, giudico dentro di me. Interpreto i suoi sguardi, i suoi silenzi, le sue parole.

E non solo interpreto i fatti in base alla loro apparenza, ma vado oltre, creando teorie ed emettendo giudizi. Traggo conclusioni. Non taccio.

Il sospetto si estende come la nebbia, come le acque del fiume che straripa. Le mie parole creano realtà, e il sospetto diventa forte.

Diffido di quella persona per quello che fa, per quello che dice. Io stesso posso essere oggetto di sospetti. O far sì che altri cadano con i miei giudizi emessi a voce alta.

Penso a Gesù, che chiamavano mangione e beone perché mangiava con prostitute e peccatori. Egli stesso era oggetto di sospetto.




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Voglio mantenere integra la mia fama. E non è possibile, per quanto ci provi. Gesù è passato facendo il bene. Per quale delle sue opere buone è stato condannato? Per nessuna. Lo hanno condannato a morte perché sospettavano di lui.

Era ritenuto un possibile rivoluzionario. Con le sue azioni poteva porre fine al potere romano. Con le sue parole metteva in dubbio la sicurezza dei farisei.

A volte sono ferito. Perché non sono stato amato. O perché mi hanno amato male. E tendo a giudicare chi non mi ama come vorrei.

Espongo i miei sospetti e i miei dubbi. Creo una fama ad altre persone, in modo meritato o meno. Non importa. Una volta versata l’acqua è difficile raccoglierla.

Le voci corrono come piume portate dal vento. A volte posso essere nel giusto. Il mio giudizio, la mia interpretazione è stata quella corretta. Altre volte posso sbagliare.

Ma non vado dalla persona di cui sospetto per dirglielo, per aiutarla. Lo dico ad altri. Creo un’opinione. Pongo fine alla sua fama.

Devo vivere in verità. Vivere felice della vita che ho. Senza giudicare, senza condannare. Perdere la fama non deve inquietarmi tanto. A Gesù è successo così.

Ma mi spaventa. Ho paura che il sospetto entri dalla finestra della mia vita. Voglio vivere in Gesù e riposare solo in Lui. Solo Lui conosce il mio cuore. Non Lo temo. Temo un po’ di più gli uomini.

Le mie paure possono togliermi la pace. E allora smetto di essere me stesso. Non agisco più con naturalezza. Mi fa paura quello che pensano, quello che dicono. È come se volessi risultare gradito a tutti. È tutto tanto fragile e futile…

Sono di passaggio. Vorrei soprattutto passare facendo il bene. Lasciare, andandomene, una traccia sulla terra dei miei passi solcando questo mondo. La vita donata con pace. La vita che non vuole essere tenuta per sé. La paura di perdere. Non lo voglio.

Ho il cuore ampio, ma non abbastanza. Non ci entrano tutti. E mi piacerebbe. Si restringe senza che me ne renda conto. Per le ferite o i rancori serbati.

Devo perdonare chi mi ha ferito con le sue parole, con il suo disprezzo, con i suoi sospetti.

Non lo so. Non ho un cuore misericordioso come quello di Gesù. Ricordo le parole di padre Josef Kentenich: “Gli uomini possono essere molto grandi, ma Dio li può usare per i suoi scopi, per le sue opere, solo quando diventano piccoli” [1].


ZASMUCONA KOBIETA

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Non voglio essere molto grande. Voglio essere piccolo. E so che le umiliazioni mi rendono piccolo, debole, fragile. Non mi accade lo stesso quando mi adulano, mi lodano e mi considerano imprescindibile.

La buona fama non mi aiuta. I sospetti e le critiche, curiosamente, mi rendono più idoneo, più capace di essere un docile strumento nelle mani di Dio.

Mi può usare come vuole perché smetto di essere soggetto al mio desiderio, al mio volere. Mi rende un uomo piccolo che non sa amare abbastanza. Incapace di dare vita. E allora Gesù mi può usare.

Mi preoccupa troppo quello che sembra la mia vita agli occhi del mondo. Smetto di pensarci e penso solo a quello che sembra a Dio. Mi importa di più la sua opinione, il suo giudizio, il suo sguardo.

Guardo il mio cuore e mi chiedo se sto facendo tutto ciò che Egli vuole. Mi vedo tanto limitato e codardo… tanto legato alla mia vita… Ai miei sogni, ai miei desideri…

E inciampo. Cado davanti agli occhi degli uomini. Non sono quello che speravano. Deludo chi mi ama. E anche chi non mi ama.

Guardo di nuovo Gesù. Lui sì che mi importa. Il suo giudizio e il suo sguardo. Il suo abbraccio, la sua parola che sostiene la mia vita. Guardo Gesù. Senza sospetti, senza nubi. Cerco solo la luce di Gesù che illumina i miei passi, la mia vita.

Voglio imparare a confidare di più in Lui. Nel suo abbraccio, nel suo amore misericordioso. Mi guarda con pace, con gioia. Mi guarda sorridendo.

E il suo sguardo solleva i miei passi per sempre. Smetto di preoccuparmi tanto di quello che dice il mondo. Cerco nel mio cuore la pace di vivere come Dio vuole che viva. La pace della mia coerenza. La pace delle mie decisioni. Confido.

[1] J. Kentenich, 1957

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