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Anne-Gabrielle è serva di Dio: la Curia di Tolone apre la causa di canonizzazione di una bambina di 8 anni

© Éditions du Sacré cœur
Anne-Gabrielle Caron.
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Mons. Dominique Rey, vescovo del capoluogo francese, ha aperto la fase diocesana del processo della piccola Caron. Coetanea di Noa Pothoven (entrambe classe 2002), la francese è stata travolta da un cancro fulminante all’età di 8 anni, dopo aver vissuto la malattia come vera via di ascensione spirituale.

La procedura in vista dell’eventuale beatificazione e canonizzazione della piccola Anne-Gabrielle Caron (2002-2010), deceduta all’età di 8 anni, è stata ufficialmente aperta nella diocesi di Fréjus-Toulon, dove la bambina è vissuta con la sua famiglia (fonte, Famille Chretienne). Il postulatore della causa, confermato da mons. Dominique Rey il 17 aprile, è Pascal Barthélemy, cristiano impegnato, imprenditore e padre di famiglia. L’indagine diocesana richiederà diversi mesi, prima di essere trasmessa alla Curia Romana. «Ci vuole tempo per raccogliere e mettere in ordine le numerose testimonianze che non cessano di arrivare», spiega mons. Rey.

Mentre il continente è scosso dal brivido che casi come quello di Noa Pothoven gli danno – un “fallimento di tutti”, in cui l’Europa si scopre sterile e non più madre – è refrigerante la notizia di esperienze che si mostrano capaci di conferire un significato denso e bello a prospettive come quelle della malattia, del dolore e della morte. Se già, infatti, tali prospettive sono eredità comune di tutti gli uomini, il fatto che questa luminosa pagina di Santorale l’abbiano scritta lo Spirito santo e una bambina offre una risposta sublime (e di certo non è la prima) alla straziante domanda sul dolore innocente. Che Anne-Gabrielle e Noa siano entrambe nate nel 2002, poi non basta certo a trarre grandi conclusioni sociopolitiche, eppure accostare come due sorelle queste figlie della nostra civiltà non potrà lasciarci indifferenti.

Colpita da un cancro, la terribile prova di Anne-Gabrielle è stata occasione di un’impressionante ascesa spirituale. Secondo mons. Dominique Rey, vescovo di Tolone, Anne-Gabrielle Caron ci dà una magnifica lezione di speranza. Così ha detto ad Aleteia il presule:

Era una bambina che ha vissuto la sua malattia a immagine della Passione di Cristo. Ho pregato per lei e ho potuto vedere questa personcina che – nel cuore della sua sofferenza – riceveva la vita come un’offerta per il Signore. Anne-Gabrielle era testimone di Dio. Era segno di Dio.

Di fronte alla malattia e alla morte

Sorridente, serena, disponibile a occuparsi lietamente dei suoi tre fratelli e sorelle e felice delle attività scout alle quali partecipa regolarmente, Anne-Gabrielle Caron si trova a confrontarsi brutalmente con la malattia e con la minaccia della morte. È nel corso del suo settimo anno di vita che si lamenta sempre più di un dolore che le viene dalla gamba. Sei mesi più tardi arriva la diagnosi: Anne-Gabrielle soffre di un cancro molto raro – il sarcoma di Ewing – che l’ha colpita alla tibia. Subisce una chemioterapia per otto mesi all’ospedale de La Timone a Marsiglia. Tutta la vita della famiglia è sconvolta… Un grande sostegno logistico e spirituale viene messo in cantiere grazie agli amici e agli infermieri dell’ospedale. Malgrado diversi trattamenti, il cancro torna è recidivo e si propaga in tutto il corpo della bimba, attaccandone tutte le ossa. Sotto morfina, Anne-Gabrielle sopporta a stento il peso del proprio corpo.

Eppure, dall’alto dei suoi pochi anni, la bimba ci offre una magnifica lezione di speranza, poiché sulla scorta dell’esempio di Cristo la sofferenza può diventare una preghiera. Unita a quella di Gesù, essa è capace di entrare nell’ordine dell’amore e di ricadere in grazie per gli altri.

Come spiega Marie-Dauphine Caron, la madre di Anne-Gabrielle, in un toccante libro-testimonianza (Là où meurt l’espoir, brille l’Espérance [Lì dove muore la speranza brilla la Speranza, N.d.T.]), non c’è un “sì” alla sofferenza. Si tratta piuttosto di un “sì” all’amore che possiamo darci attraverso questa sofferenza. Al tempo stesso, una simile offerta è una prova di amore verso Cristo, una prova che prende in contropiede i peccati degli uomini. Anne-Gabrielle chiamava questo “consolare Gesù”. Diceva così:

Anche se non amo essere malata, è una fortuna, perché posso aiutare il buon Dio a far tornare a Lui la gente.

Quando la croce coabita con la croce

Nel corso della malattia, la vita di Anne-Gabrielle si articola nella coabitazione della croce e della gioia. Qualche mese prima della sua morte, ancora confidava alla madre: «Ho chiesto al buon Dio di darmi tutte le sofferenze dei bimbi dell’ospedale». E precisava: «Soffro così tanto che se loro potessero non soffrire…». Ne dà testimonianza sua madre: Anne-Gabrielle è determinata, desidera essere una grande santa, «come santa Teresa di Lisieux!». Un giorno lo disse con tranquilla sicurezza: «Ma io sarò santa…». E poco dopo confidò alla madre:

Di tanto in tanto, non spesso, mi dico che quando sarò morta mi dirò che in fondo non è affatto difficile fare il bene. È vero, non è difficile essere gentili, pensare agli altri, obbedire e non dare le botte ai fratelli e alle sorelle.

L’ultimo mese della sua vita è segnato da momenti di grazia. Anne-Gabrielel perdona quelli che le hanno fatto del male, come pure quanti hanno riso di lei. La bimba ha espresso la volontà di domandare perdono a tutti quelli che ha potuto ferire, ed è tornata a dire il suo amore verso i genitori, il fratello e le sue due sorelle. Tenendo davanti un’immagine di Cristo in croce, esclamò: «No, è troppo! Gesù ha sofferto troppo…».

Le sue preghiere assunsero un tale valore che delle persone prossime andarono ad affidarle le loro intenzioni. Alcuni fra loro testimoniano di essere stati esauditi poco dopo. Monsignor Dominique Rey si ricorda di un giorno in particolare. Le aveva appena portato la comunione. Per la prima volta in diciotto mesi di prova, lei gli aveva detto che la misura era ben colma, che tutto quello che viveva era troppo per lei. Era la vigilia della sua morte. Qualche ora più tardi la ritrovarono nella pace, e a quel punto disse i suoi addii: nacque al cielo la sera del 23 luglio 2010, dopo un’agonia di 30 ore nel corso della quale restò cosciente fino alla fine. «Vedere Anne-Gabrielle era vedere Dio», disse un prete ai funerali.

L’intervista alla madre Marie-Dauphine

Sul numero 11 di Zélie, una rivista cattolica al femminile (luglio-agosto 2016), era comparsa un’intervista di Solange Pinilla a Marie-Dauphine, la madre della piccola serva di Dio. Ne riportiamo una traduzione per condividere il dono di grazia di questa esistenza eucaristica.

Solange Pinilla: Lei ha scritto questo libro [il già citato Là où meurt l’espoir, brille l’Espérance cf. supra, N.d.T.] cinque anni dopo la morte di Anne-Gabrielle. Che cosa l’ha spinta?

Marie-Dauphine Caron: Ho tenuto un diario per tutto il corso della sua malattia: delle religiose mi avevano consigliato di farlo e mio marito Alexandre, marinaio, poteva leggere questo “giornale di bordo” quando tornava. In occasione dei funerali di Anne-Gabrielle, padre Benoît Arnauld ci ha detto che nostra figlia era in Cielo. Avevamo patito tanto nel vederla soffrire, e avevamo bisogno che il suo sacrificio fosse conosciuto e riconosciuto. Sapevo che avrei scritto questo libro, ma ho dovuto sostenere la mia tesi in lettere classiche, che avevo cominciato quando Anne-Gabrielle era nata. Nel 2013 padre Daniel-Ange ha pubblicato il suo libro, Prophètes de la joie, il cui primo capitolo è dedicato ad Anne-Gabrielle. Le persone mi dicevano che volevano saperne di più.

Allora sono tornata a tuffarmi nel mio diario, ma è stato molto difficile perché quando la malattia era in corso noi non ci soffermavamo mai sulle brutte notizie per non crollare. Stavolta invece mi sono dovuta fermare di nuovo su quei punti. Mi ci è voluto un anno per poter scrivere questo libro, ma in fin dei conti questo mi ha permesso di vedere quanto Dio era stato presente durante la malattia, anche se noi sul momento non ce ne rendevamo conto.

S. P.: Come avete vissuto la malattia di vostra figlia, voi come coppia?

M.-D. C.: Questa prova ci ha enormemente riavvicinati. Sposandoci volevamo fondare una famiglia cristiana che avesse per modello Louis e Zélie Martin [i genitori di Teresa di Lisieux, N.d.T.]. Durante il cancro di Anne-Gabrielle, nessuno di noi due s’è rivoltato né ha dovuto sopportare la rivolta dell’altro, come talvolta avviene in queste situazioni. I nostri sostegni essenziali erano la fede, la preghiera e la speranza. Un giorno – in un periodo in cui dormivamo pochissimo perché Anne-Gabrielle e l’ultima arrivata, che aveva un mese, si svegliavano di continuo – ho reagito male a una riflessione di mio marito. Anne-Gabrielle s’è sciolta in lacrime: «Ho l’impressione che vi amiate di meno!». Abbiamo compreso che il suo equilibrio riposava molto sulla nostra buona intesa.

Dopo la morte di nostra figlia, ero destabilizzata dal silenzio e dalla sofferenza di Alexandre, che per tutta la malattia si era mostrato così forte. Un sabato mattina, rientrando da una passeggiata, lo vidi piangere mentre guardava le foto di Anne-Gabrielle sul computer. Per un anno è vissuto schiacciato dal dolore, ma non voleva parlarne con me. Di fatto, cercava di proteggermi. Si sentiva in colpa per non aver salvato sua figlia. Comprendere questo mi ha liberata.

S. P.: Che testimonianze avete ricevuto dopo la morte di Anne-Gabrielle?

M.-D. C.: All’inizio sono state soprattutto le madri delle sue amiche, che mi raccontavano come, sul suo esempio, i loro figli recitavano quotidianamente il Memorare, si sforzavano di essere più gentili con i loro cari, offrivano le loro sofferenze – talvolta pesanti, penso in particolare a un piccolo ferito in un incidente stradale. Poi fu la volta di adulti – talvolta neanche li conoscevamo – che l’hanno eletta a patrona personale affidandole intenzioni di ogni ordine: naturale (guarigioni, gravidanze, lavoro) o spirituale (conversione, guarigione del cuore). Claire, la madre di una bambina di 10 anni malata di leucemia, da mesi affida ad Anne-Gabrielel ogni nuova tappa difficile nei trattamenti, e le chiede di tenerla nella pace malgrado la difficoltà del quotidiano e le angosce legate alla malattia.

Dalla pubblicazione di questo libro in poi, le testimonianze sono sempre più numerose, in particolare per il fatto che Anne-Gabrielle ha fatto riscoprire il prezioso dono che è la Santa Eucaristia – parecchie persone si servono del racconto della sua prima comunione per preparare i propri figli alla loro – e il valore dell’offerta. Noi viviamo queste testimonianze come una grande misericordia di Dio che, per grazia, ci fa vedere fin da quaggiù i frutti del sacrificio di nostra figlia. Lei detestava che si parlasse di lei e che la si notasse: oggi deve rendere grazie, dall’alto dei Cieli, di come nella sua scomparsa può testimoniare la gloria di Dio.

S. P.: Cosa vi ha insegnato Anne-Gabrielle sul senso della vita?

M.-D. C.: Ci ha insegnato a cogliere l’attimo, “l’oggi di Dio”, come disse padre Arnauld ai funerali. Quando Anne-Gabrielle è caduta in recidiva ho messo in atto tutto quel che poteva contribuire ad accrescere il suo benessere, anche le cose più semplici come andare a una mostra o delle crêpes per cena. Ho imparato a non proiettarmi in avanti, perché non sappiamo di cosa la grazia ci rende capaci. Per noi era intollerabile l’idea di proiettarci alla sua morte: quel che ci ha liberati è stato l’abbandono a Dio. Vicino ad Anne-Gabrielle c’era una grande pace; eravamo portati dalla grazia, sentivamo che era Cristo che soffriva in noi. L’altra grande lezione di Anne-Gabrielle è che Dio non attende se non un infimo atto di volontà da parte nostra – poi pensa Lui a tutto il resto. E io ancora non capisco come ho potuto sopportare tutto questo. Di fatto, era Dio a essere là. Quale che sia la situazione, Dio ne trarrà sempre fuori un bene. Tutto è grazia.

[liberamente tratto dalla versione francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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