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Alle origini della «Mit brennender Sorge»

©CATHOLICPRESSPHOTO
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di Paolo Valvo

Il delicato e controverso intreccio dei rapporti tra la Chiesa cattolica e il nazionalsocialismo rappresenta da decenni uno dei temi per eccellenza del dibattito storiografico, che fin dagli anni Sessanta — complice una vera e propria “operazione culturale” quale la pièce teatrale di Rolf Hochhuth Der Stellvertreter (Il Vicario, 1963) ma muovendo anche da ricerche come quelle di Saul Friedländer, Günther Lewy e Giovanni Miccoli — si è soffermato sull’atteggiamento tenuto dalla Santa Sede nei confronti del totalitarismo hitleriano. Fin da subito l’attenzione si è concentrata sulla figura di Eugenio Pacelli, il quale prima come nunzio apostolico a Monaco di Baviera (1917-1925) e a Berlino (1925-1929), successivamente come cardinale segretario di Stato di Pio xi (1930-1939) e infine come papa (Pio XII, 1939-1958) più di chiunque altro è stato investito dalla responsabilità di gestire questo dossier. Anche le ricerche e le iniziative convegnistiche seguite all’apertura degli archivi vaticani sul pontificato di Pio XI (2006) hanno confermato questa tendenza, privilegiando soprattutto la fase dell’attività di Pacelli che va dalla redazione dell’enciclica sulla situazione della Chiesa in Germania Mit brennender Sorge (datata 14 marzo 1937 ma diffusa dai pulpiti tedeschi solo il 21 marzo seguente) alla morte di Pio XI (10 febbraio 1939): un periodo che, secondo una linea interpretativa ancora dominante, permetterebbe di individuare una divaricazione tra l’atteggiamento dell’ormai anziano Pio XI — orientato a una crescente intransigenza verso i totalitarismi fascista e nazionalsocialista — e la volontà di Pacelli di “gettare acqua sul fuoco” per non recidere del tutto il filo del dialogo con entrambi i regimi.

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Diversa è la prospettiva adottata da Alessandro Bellino, il cui volume Il Vaticano e Hitler. Santa Sede, Chiesa tedesca e nazismo (1922-1939) (Milano, Guerini & Associati, 2018, pagine 352, 28 euro) vede nella Mit brennender Sorge non tanto il punto di partenza di una nuova stagione di elaborazione teologica o di azione diplomatica, quanto piuttosto il punto di arrivo di una riflessione ultradecennale che coinvolge la Sede Apostolica nelle sue diverse articolazioni, in un dialogo costante con il complesso mondo del cattolicesimo tedesco. Tale processo giunge a maturazione passando per alcuni tornanti storici decisivi, che l’autore ricostruisce mettendo in dialogo le fonti archivistiche romane oggi disponibili — dalle carte della Segreteria di Stato a quelle dell’ex Sant’Uffizio, passando per la Congregazione dei Seminari e delle Università degli Studi (oggi per l’Educazione Cattolica) e le nunziature apostoliche, senza tralasciare l’archivio della Curia generalizia della Compagnia di Gesù — con la cospicua letteratura esistente, soprattutto di lingua tedesca. Centrale, nell’economia generale del volume, è l’analisi degli avvenimenti che si susseguono nei primi mesi del 1933, vero e proprio punto di non ritorno per la Chiesa tedesca che, dopo le condanne degli anni precedenti, decide di rimuovere i divieti che fino a quel momento hanno cercato di impedire l’adesione dei cattolici al partito di Adolf Hitler.

Sulle scelte dei vescovi tedeschi pesano indubbiamente le ambiguità dello stesso Hitler — il quale senza mai sconfessare le componenti più accesamente anticristiane del suo partito (una costante nell’atteggiamento del Führer che Pacelli, fin dagli anni Venti, sembra cogliere prima e meglio di diversi suoi interlocutori tedeschi) riuscirà a ottenere dai vescovi un credito temporaneo, ma determinante alla luce degli eventi successivi, dichiarando in occasione del voto alla legge sui pieni poteri (Ermächtigungsgesetz, 23 marzo 1933) di considerare il Cristianesimo come “l’incrollabile fondamento della vita morale del nostro popolo” — e la necessità percepita da ampi settori dell’opinione pubblica cattolica di costruire un fronte comune contro la minaccia del bolscevismo. Ma le preoccupazioni che più di tutte muovono i vescovi, sottolinea Bellino, sono di natura pastorale, e riflettono le crescenti simpatie di cui il nazionalsocialismo ormai gode presso i cattolici (in particolare i giovani), nel quadro di un tessuto sociale ormai sfilacciato e messo a dura prova dal prolungato stato di crisi economica e politica. All’inizio di luglio di quello stesso anno, lo scioglimento dei partiti cattolici (lo Zentrum e la Bayerische Volkspartei) conclude drammaticamente la fine della lunga stagione del cattolicesimo politico tedesco — verso le cui ragioni Pacelli si mostra tendenzialmente meglio disposto rispetto a Pio XI —, mentre pochi giorni più tardi il Reichskonkordat (firmato da Pacelli e dal vicecancelliere Franz von Papen il 20 luglio 1933) suggella una détente tra la Germania e la Santa Sede destinata a rivelarsi ben presto illusoria.

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Di notevole interesse è l’analisi dettagliata di tutti gli ambiti in cui a partire dal 1933 si svolge il confronto tra la Santa Sede e il governo del Reich, sia sul piano nazionale — dalla legge sulla sterilizzazione ai provvedimenti contro le associazioni, la stampa e le scuole cattoliche, passando per i processi ai danni del clero e degli ordini religiosi per reati finanziari (Devisenprozesse, che nell’ottobre del 1936 colpiranno anche l’ex nunzio a Monaco di Baviera mons. Alberto Vassallo di Torregrossa) e per reati sessuali (Sittlichkeitsprozesse) — sia su quello internazionale, che vede la diplomazia pontificia attiva nel contrastare la diffusione delle idee nazionalsocialiste nel resto d’Europa, dalla Spagna franchista all’Olanda. Il volume illumina alcune peculiarità del processo decisionale vaticano, che prende le mosse dal vaglio — non sempre agevole — delle informazioni che giungono oltretevere da una molteplicità di fonti (nunziatura di Berlino, episcopato, ordini religiosi, singole personalità del laicato cattolico).

A emergere, dalla ricerca di Bellino, non è quella tensione insanabile tra “dogma” e “diplomazia” su cui ha insistito parte della storiografia più recente, ma il convergere delle diverse competenze e sensibilità presenti nella Curia sulla valutazione della minaccia nazionalsocialista di volta in volta espressa da Pio XI e da Pacelli, la cui intesa di fondo — al netto delle differenze di temperamento e di impostazione culturale — appare confermata dalla documentazione a cui fa riferimento il volume.

 

Qui l’originale de L’Osservatore Romano

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