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«Violenze e social: ecco la società senza genitori»

CYBER BULLYING
Pixel Shot - Shutterstock
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Così lo psicanalista Massimo Ammanniti al Corriere della Sera

In una bella – e drammatica – intervista a cura di Antonio Polito sul Corsera di oggi, lo psicanalista Massimo Ammanniti incalzato dalle domande del giornalista spiega il suo punto di vista sulla crisi della famiglia in Italia, una crisi che ormai è diventata dramma, in cui i dati ci dicono che siamo fanalino dell’Occidente quanto a natalità e in cui si sono persi punti di riferimento essenziali come l’esperienza della fratellanza. Un terzo delle famiglie non ha figli, la metà di chi li ha, ne ha solo uno. Per Ammanniti il tema cruciale è il narcisismo. Siamo diventati – al di là dei problemi economici che pure vanno affrontati e non solo evocati in campagna elettorale – una società di individualisti votati all’edonismo e alla cura esclusiva di se stessi, sempre più incapaci di prendere il rischio della genitorialità e troppo spesso alla ricerca di una vita “child free” che sia agevole, comoda, senza pensieri e patimenti. Ma soprattutto senza impegno. Una situazione che si evidenzia nei suoi exploit più tragici, che non sono la norma, ma mostrano cosa sta ribollendo sotto la superficie:

«È andato in sofferenza l’asse centrale e cruciale della istituzione-famiglia, la sua legge fondamentale: la scelta della procreazione, l’impegno che comporta l’allevamento, le rinunce e i sacrifici, sembrano sempre più ostacoli alla ricerca della felicità individuale, alla cultura del narcisismo, che mette al centro della vita la soddisfazione dei propri desideri. Abbiamo visto, nel giro di poche settimane, nella periferia di Milano, nella provincia piemontese, in un paese del Frusinate, tre vicende di maltrattamenti e abusi nei confronti dei figli piccoli da parte di genitori in condizioni di grave marginalità sociale, con storie di droga e alcol, padri e madri irascibili e violenti o acquiescenti e complici, che hanno preso a botte i figli fino a farli morire. E perché? Perché piangevano, si lamentavano, davano fastidio, impedivano il sonno o l’intimità dei genitori. Avrà notato che si tratta sempre di bambini intorno ai due anni. È il momento in cui un neonato, che va solo nutrito e pulito, diventa un essere umano che si muove, cammina, ha caldo e freddo, fa richieste continue. Alla prima prova con il duro mestiere di genitore, queste persone non hanno retto. Sono solo la punta dell’iceberg. I dati sugli abusi nei confronti dei minori ci dicono che otto casi su dieci si verificano in famiglia. È lì che vive l’orco delle favole».

Ammanniti guarda ad Amoris Laetitia e dice “Il Papa ha ragione, c’è troppo individualismo”. La diagnosi è chiara per lo psicologo: una società che non fa figli si spegne. Non solo, una società senza figli e senza l’esperienza di famiglia, anche all’interno dei nuclei che li hanno ma che delegano a Youtube e agli smartphone l’intrattenimento dei figli già a 8-9 mesi di vita per fare un esempio, abdicano ad alcune capacità fondamentali sviluppate dalla specie umana nel corso di migliaia di anni, capacità e abilità cognitive che se non alimentate nei primi anni di vita, si atrofizzano, lasciando sul campo una generazione incapace di relazionarsi positivamente col prossimo.

«[…] è un fatto indiscutibile che noi umani siamo dotati di un apposito sistema di care-giving predisposto dall’evoluzione nella corteccia orbito-frontale, e che serve a prendersi cura dei piccoli della specie. È una esigenza, diciamo così, biologica. Dal punto di vista sociale, poi, dobbiamo sapere che in una famiglia con figli è più agevole l’acquisizione di quella caratteristica cruciale dell’essere umano, il suo vero successo evolutivo, che chiamiamo “mentalizzazione”, e cioè la capacità di vedere il punto di vista degli altri, di capire che il comportamento dei simili nasce da stati d’animo simili ai nostri. Vale per i ragazzi, che se non fanno questa esperienza in famiglia poi arriveranno senza maturità all’incontro con il gruppo dei coetanei; ma vale anche per gli adulti, che diventando genitori imparano a vedere il mondo attraverso gli occhi dei figli, una singolare e travolgente esperienza di trasformazione. E la “mentalizzazione” è contagiosa, è una scuola di educazione al vivere in società».

Quante volte sui social si vede questa assenza di mentalizzazione? Di continuo, ogni qual volta gli interlocutori non sono in grado di empatizzare tra loro, di comprendere le ragioni, le emozioni e gli stati d’animo. Ma non è solo questo…

«[…] Succede che alla logica della società, che è inclusiva, si sostituisce quella del gruppo, o peggio del branco, che è esclusiva. Sempre più spesso anche il social network è un branco. In quella logica si è inclusi se si esclude il fragile, il goffo, il timido, il malato, il disabile, il nero, chiunque sia in una condizione di vulnerabilità. […] E la socializzazione malata, priva della educazione che avviene in famiglia, è spietata nel rifiutare la debolezza»

Escludere l’altro per sentirsi incluso. Questo è il contrario della socializzazione: è la tribù. L’esperienza del rifiuto è poi drammatica per chi la subisce. Ha conseguenze serie sullo sviluppo del carattere e genera stati d’ansia e di depressione. Ammanniti propone una soluzione: l’impegno e la solidarietà. Darsi uno scopo e farlo insieme, aiutare, prendersi cura, essere disponibili nella difficoltà è l’antidoto a questa epidemia di narcisismo psicotico.

«Ci può salvare l’impegno. L’etica della responsabilità. Un bene comune da perseguire. Ci sono milioni di volontari in Italia. Quella è la cura. Ci sono 150.000 scout, quella è la palestra. Ma l’impegno civile potrebbe vivere in mille altri modi.»

Prendere sul serio questi ragazzi alla ricerca costante di un esempio, di una guida e insieme di un limite che permetta loro di non debordare, di farsi solidi. I ragazzi sono spesso vulcani in eruzione, ma tutta quella energia distruttiva va incanalata, nelle regole, nei sì e nei no, i genitori-amici, i genitori accomodanti, non sono un soluzione, sono causa del problema

«[…] Le regole non possono più essere certamente imposte come accadeva quando eravamo ragazzi noi. Non è più il tempo per padri padroni, ma questo non vuol dire che non ci sia bisogno di regole. Discusse, frutto di mediazioni, costruite per quanto possibile con il consenso, ma servono. Sono gli stessi ragazzi, inconsciamente, a chiederci una guida. Altrimenti, senza una leadership, neanche la ribellione è possibile, e invece è la cosa più sana che possa succedere a quella età»

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