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Ragazzi e smartphone: possiamo trasformare una trappola in un’occasione?

GARASSINI, SMARTPHONE, RAGAZZI
Stefania Garassini - Shutterstock
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Stefania Garassini, docente dell’Università Cattolica di Milano, ci mette in guardia dai pericoli nascosti dentro lo schermo, ma rilancia una proposta positiva a noi genitori: vale la pena esplorare e non solo vietare.

Tristan Harris, dopo aver lavorato molti anni a Google, ha fatto presente il pericolo di questa deriva e l’ha paragonata all’immagine della slot machine: si aziona una barra e si attende la discesa delle monetine, ma non sappiamo quante ne arriveranno e neanche quando; sbloccando il telefono andiamo a cercare se ci sono commenti o like e se li troviamo ci gratificano, perciò vogliamo ripetere questa esperienza, ma non sappiamo quando arriverà. Il desiderio di essere gratificati non è sbagliato, il problema è cercarlo in continuazione e investire tanto tempo in questa attività.

A proposito di tempo. Lo smartphone riempie tutti quelli che un tempo erano tempi morti (attese piccole nel quotidiano). Stiamo perdendo il senso benefico dell’attesa? In molti propongono una nuova ri-educazione alla noia per i più giovani (attività che presuppongono la presenza di un vuoto buono da vivere, fatto di un riposo che osserva, ascolta, guarda “a tempo perso”). Tu sei d’accordo?

Sono d’accordo sull’idea di abituare all’attesa, cioè a momenti in cui devo inventarmi io qualcosa da fare e non c’è qualcuno che me lo propone. Un aneddoto personale: mi figlia aveva perso il telefono, è rimasta senza per due settimane e ha constatato che, nonostante qualche problemino logistico, era riuscita a finire di leggere un libro. Questo tipo di esperienza passa dalla limitazione dell’uso degli strumenti tecnologici ed è un aspetto fondamentale. Dobbiamo essere noi gli sponsor della vita online dei nostri figli.

PHONE
Goodluz - Shutterstock

Un tasto dolente, in merito all’affiancamento dei genitori: si leggono notizie di suicidi, ricoveri, gravi danni provocati da un uso fuori controllo dei videogiochi (es Fortnite), ultimamente ha fatto scandalo il caso della serie TV intitolata Tredici. Sono solo casi rari o è il momento che noi genitori ci diamo una seria svegliata sulla protezione dei nostri figli?

Il tema che riguarda le serie televisive è un continente enorme. Normalmente la fruizione di questi contenuti è: da soli, in camera. Tredici è una serie piuttosto impegnativa dal punto di vista emotivo, perché tratta del suicidio di una ragazza e di tutte le persone che hanno contribuito al dramma. In Nuova Zelanda, dove c’è un problema di emergenza suicidi, è stata emessa una direttiva in base a cui la serie non poteva essere vista da soli se si aveva meno di 18 anni e non si poteva vedere più di una puntata alla volta (per non fare binge watching, cioè un’abbuffata incontrollata di puntate). La storia alla base del telefilm è scritta molto bene, ma è cupa. Lasciare che un ragazzo veda da solo questa serie è rischioso, perché ciò che vediamo ci cambia. Attualmente, quasi tutte le serie esplorano zone emotivamente pesanti, manca la proposta di una speranza. Se proprio i nostri ragazzi ci tengono a vedere qualcosa del genere bisogna parlarne assieme, vietare senza remore dove occorre, e guardare insieme a loro almeno qualche puntata. È un impegno tosto, lo capisco. Ma vale la pena porsi questo obiettivo perché è in gioco la formazione della coscienza morale.

Questo attaccamento allo schermo non è anche un limite alla creatività personale? La fantasia e l’immaginazione sono a rischio estinzione?

Il discorso è complesso; se parliamo di un uso troppo precoce, sì. Perché lo smartphone ha il potere di essere un elemento protagonista, quando entra in scena il bambino si concentra solo su quello. Le linee guida dell’OMS dicono che non bisogna mai proporre uno schermo a un bimbo al di sotto dei 2 anni e per età al di sopra di questa soglia bisogna offrirlo con molta gradualità e per periodi limitati. Occorre evitare che la fantasia del bambino venga canalizzata e risucchiata dallo schermo. D’altra parte, invito anche a considerare che vale la pena conoscere le proposte del mondo digitale: ci sono dei videogiochi che hanno un’inventiva notevole, parlo di giochi per adolescenti. Il mondo digitale ha una grande dose di creatività, quindi spetta a noi saper valorizzare gli elementi che sollecitano positivamente l’immaginazione.

Mi ha colpito molto questo tuo rilancio in positivo, leggendo il libro. Tu definisci affascinante l’avventura educativa che spetta a noi adulti: siamo la prima e unica generazione chiamata a tracciare un percorso nell’educazione dei figli al web. Ci offri qualche spunto da cui cominciare, un incentivo per osare qualcosa di più sensato delle solite sfuriate domestiche?

Noi adulti siamo i primi a dover capire che il tempo davanti allo schermo non è tutto uguale. Dobbiamo stimolare, su di noi, e sui figli, un atteggiamento esplorativo e non passivo: piuttosto che aprire lo schermo e subire quello che mi viene proposto, posso essere io quello che si mette a cercare cosa mi interessa. Possiamo usare questi strumenti per nutrire le nostre passioni, ad esempio mia figlia è riuscita a imparare a suonare l’ukulele attraverso Youtube. Ecco, allora, quando i nostri figli vengono a dirci che hanno trovato qualcosa di interessante sul web, dovremmo cercare di reprimere il primo istinto negativo per sforzarci di capire cosa è per loro interessante.

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