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Torna il virus dell’antisemitismo: che cosa possono (e debbono) fare i cristiani

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Roman Yanushevsky/Shutterstock
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Anticipiamo una lettura dell’articolo di padre David Neuhaus sul numero de La Civiltà Cattolica che esce domani: «“Ebrei” ed “Ebraismo” nell’insegnamento cattolico. Una rivoluzione dell’interpretazione». Vi si trovano chiavi ermeneutiche per comprendere meglio alcuni inquietanti fatti di cronaca… e per tracciare linee pratiche.

Da una settimana a questa parte le inquietanti recrudescenze di antisemitismo che si sono già miserabilmente segnalate in Francia conoscono una nuova acme in Germania. All’indomani del voto del 26 maggio l’incaricato del Bundestag per la lotta all’antisemitismo, Felix Klein, aveva reagito a svariati atti antisemiti con una dichiarazione (fortunatamente) destinata a innescare una grandinata di critiche:

Non posso raccomandare agli ebrei tedeschi di indossare la kippah in qualsiasi momento e in qualunque luogo della Germania.

L’impotenza dell’Europa di fronte al proprio sradicamento

Il messaggio che filtrava tra le righe è che lo Stato non è in grado di garantire la tutela dei diritti umani fondamentali, come la libertà di coscienza e di culto. Non a caso pochi giorni fa è stato Steffen Seibert a intervenire per gettare acqua sul fuoco:

Lo Stato ha il dovere di garantire la libertà di religione e ha la responsabilità di garantire a tutti di poter portare la kippah.

Ed è giunta nei medesimi giorni anche la presa di posizione di Horst Seehofer, ministro degli Interni del governo di Berlino:

Lo Stato deve assicurare che sia possibile esprimere il proprio credo religioso senza alcuna limitazione. Sarebbe inaccettabile se in Germania gli ebrei fossero costretti a nascondere la propria fede.

Il minimo sindacale, si direbbe sulla carta, ma se poniamo questo ambiguo quadro sociopolitico di fianco a quello francese – ove lo Stato è tentato non solo di proibire simboli religiosi “ostentati” in luoghi pubblici, ma pure di giudicare l’opportunità di croci al collo e di veli in testa – abbiamo in una specie di dittico il desolante panorama di un’Europa che inventa ogni giorno diritti inesistenti e si ritrova progressivamente impotente di fronte all’aggressione di quelli veri e propri.

Leggi anche: Quel nesso oscuro tra le profanazioni nelle chiese e l’antisemitismo recrudescente

Tutto discende – qualcuno potrà osservare – dall’ostinato rifiuto di inserire nella Costituzione Europea del 2004 il riferimento espliciti alle radici giudaico-cristiane dell’Europa. E c’è facilmente del vero in quest’osservazione, ma non tutto può dipendere da lì:

  1. sia perché la Costituzione Europea non è saltata fuori come un fungo, ma se mancano quei riferimenti è perché quanti avevano più vivo interesse a farli inserire non disponevano di sufficienti leve politiche alla bisogna;
  2. sia perché le stesse radici giudaico-cristiane dell’Europa, proprio in quanto tali, sono matrice di tolleranza religiosa (pagata nei secoli a prezzo caro e cruento), e dunque la pretesa di escludere l’islamismo dal novero è storicamente grottesca e politicamente miope.

Per quanto essa possa essere miope, la si vede affiorare ancora quando le analisi perdono d’occhio la visione d’insieme: il cristianesimo in Germania è poco più percettibile che nel Benelux, dunque è meno attaccato dell’ebraismo in quanto è a stento rilevato; in Francia, però, dove le profanazioni delle chiese cattoliche sono aumentate di pari passo con quelle dei cimiteri ebraici, è incredibile (e gravissimo) che non si considerino quei fatti come distinti momenti di un unico e preoccupante fenomeno articolato.

Le sorgenti teologiche di tanta confusione

Di tanto in tanto la cronaca e la storia giungono a dei tornanti in cui l’incidenza pratica delle questioni teologiche – che anche la migliore tradizione illuministica continentale, risalente a Kant, è di per sé portata a considerare “astratti teoremi celesti” – si fa palpabile: l’antisemitismo è una di queste. Dall’Affaire Dreyfus (in cui si configurarono gli orientamenti politici per la Francia dei decenni a venire) fino alla Shoah, pensavamo di aver inoculato nella cultura continentale un vaccino sufficiente a scongiurare la peste antisemita, e c’illudevamo che richiamini annuali come “La giornata della memoria” potessero essere strumenti acconci all’uopo. La vernice rossa di orrende svastiche nei cimiteri, quella gialla del marchio razziale sulle vetrine delle pasticcerie parigine, i pestaggi, le minacce e gli insulti incutono sulla spina dorsale del Continente un brivido pur troppo già noto.

Leggi anche: Il dialogo con gli ebrei nel segno dei Papi

La teologia entra in gioco laddove noi cristiani siamo storicamente responsabili di un’elaborazione teorica dei rapporti con l’ebraismo che ha di fatto alimentato il mostro dell’antisemitismo (il quale, abbiamo scoperto con sorpresa, mangia la carne dei cristiani come quella degli ebrei): ci siamo sempre difesi definendo tale elaborazione “antigiudaica” e non “antisemita” – che cioè verteva su temi religiosi e teologici e non etnici e razziali – ma quell’elaborazione antigiudaica, ampiamente diffusa ma mai totalizzante, ricadeva tosto in acre antisemitismo non appena la sua effimera linfa evaporava.

Leggi anche: Nostra Aetate, un’alleanza mai revocata…per non cadere in “forme malate di religione”

Dottrine teologiche antigiudaiche come i fiori del male? In un certo senso, sì, e sul numero de La Civiltà Cattolica di domani giunge quanto mai opportuno il contributo di padre David Neuhaus, forse tra le persone più indicate al mondo a toccare un argomento tanto vasto e complesso: nato nel 1962 in Sudafrica da ebrei tedeschi, si trasferì in Israele a 15 anni, e undici anni più tardi abbracciò la fede cristiana. Divenne gesuita a trent’anni e dal 2009 al 2017 ha ricoperto il delicatissimo incarico di Vicario Patriarcale per i Cattolici di lingua ebraica. È docente all’Università di Betlemme e a lui si devono saggi divulgativi sulla Terra Santa, introduzioni esegetiche a molti libri biblici e introduzioni liturgiche e teologiche al cristianesimo (perlopiù in inglese, francese ed ebraico).

«Spiritualmente siamo tutti semiti»

Le quindici pagine del contributo del professor Neuhaus forniscono un succinto ma compendioso stato dell’arte dei rapporti “fra la Chiesa e la Sinagoga”. Il primo dei pregi dell’articolo, a giudizio di chi scrive, sta nel non tenere neppure conto della superficiale lettura di quanti si affrettano ad eleggere il Concilio Vaticano II come anno zero della “coscienza buona” del cattolicesimo: Neuhaus cita più volte il traumatico evento della Shoah come choc che ha costretto molti, dentro e fuori la Chiesa, ad aprire gli occhi. In tal senso mi piace chiosare – ma non è una critica, piuttosto una sottolineature – che ben prima della “Endlösung” Pio XI tenne lo storico discorso ai pellegrini belgi in cui pronunciò queste parole:

Ascoltate attentamente: Abramo è definito il nostro patriarca, il nostro avo. L’antisemitismo non è compatibile con il sublime pensiero e la realtà evocata in questo testo. L’antisemitismo è un movimento odioso, con cui noi cristiani non dobbiamo avere nulla a che fare. […] Attraverso Cristo e in Cristo noi siamo i discendenti spirituali di Abramo. […] Tutte le volte che leggo le parole “il sacrificio di nostro padre Abramo” [nel Canon Missæ, N.d.R.], non posso fare a meno di commuovermi profondamente. Non è lecito per i cristiani prendere parte all’antisemitismo. Noi riconosciamo che ognuno ha il diritto all’autodifesa e che può intraprendere le azioni necessarie per salvaguardare gli interessi legittimi. Ma l’antisemitismo è inammissibile. Spiritualmente siamo tutti semiti.

Era il 6 settembre 1938: Papa Ratti pronunciò le frasi sopra riportate in francese ed esse furono divulgate, sulle prime, soltanto dalla stampa cattolica belga. La Civiltà Cattolica e lo stesso Osservatore Romano temettero le reazioni del governo Mussolini, che proprio in quelle settimane sottoponeva alla firma di Vittorio Emanuele III le infami leggi razziali. Con l’occhio della mente rivolto a quel periodo, padre Neuhaus scrive:

Nel XX secolo, in particolare dopo la Seconda guerra mondiale e la Shoah, i cattolici hanno cominciato a rendersi conto che il loro insegnamento sugli ebrei, formulato nel corso dei secoli, aveva dato frutti raccapriccianti. Nel 1998, un documento della Chiesa non ha esitato a tradurre questa preoccupazione in una domanda pungente: «Ma ci si deve chiedere se la persecuzione del nazismo nei confronti degli ebrei non sia stata facilitata dai pregiudizi antigiudaici presenti nelle menti e nei cuori di alcuni cristiani. Il sentimento antigiudaico rese forse i cristiani meno sensibili, o perfino indifferenti, alle persecuzioni lanciate contro gli ebrei dal nazionalsocialismo quando raggiunse il potere?».

Commissione per i rapporti religiosi con l’Ebraismo, Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah, 12 marzo 1998, in David Neuhaus, “Ebrei” ed “Ebraismo” nell’insegnamento cattolico. Una rivoluzione dell’interpretazione, in La Civiltà Cattolica 4055, 417-431, 418

E segue immediatamente l’altra correttissima nota:

Già prima del Concilio pensatori cattolici come Jacques Maritain, Henri-Marie de Lubac e Edward Flannery avevano cominciato a rendersi conto del legame esistente tra il tradizionale insegnamento cattolico sugli ebrei e sull’ebraismo e lo sviluppo del moderno antisemitismo razziale. Tuttavia, fu solo dopo la guerra, quando si conobbe l’entità degli orrori dell’Olocausto, che le autorità della Chiesa decisero che il cambiamento nell’insegnamento cattolico sugli ebrei e sull’ebraismo era necessario per la coerenza della dottrina cattolica.

David Neuhaus, “Ebrei” ed “Ebraismo” nell’insegnamento cattolico, 419

Ecco il punto: la revisione non andava fatta anzitutto e soprattutto “come tributo a chi aveva tanto patito”, né per mania di uno (spesso banalizzato) “aggiornamento”, ma anzitutto per la coerenza della dottrina cattolica.

Neuhaus ravvisa giustamente i primi passi ufficiali del Magistero ordinario pontificio, in ordine allo smantellamento di certe ermeneutiche bibliche aberranti, alla Divino afflante Spiritu di Pio XII (30 settembre 1943), che incoraggiava la «ricerca linguistica, testuale, critica e storica nello studio dei testi biblici»:

Questo orientamento ha reso possibile respingere le letture tradizionali antiebraiche del testo, anche quando esse erano radicate nei Padri della Chiesa e nella tradizione successiva.

Ivi, 420

Insostenibile l’accusa di “deicidio”

È lampante a chiunque quale gesto di riforma autenticamente cattolica e – per inciso – squisitamente ecumenica Papa Pacelli abbia così promosso: il Magistero invitava la Chiesa a tornare alle Scritture come norma normans non normata, dunque se necessario anche scavalcando le tradizioni teologiche, per quanto solide e attestate, ove contrastassero con la Rivelazione. Neuhaus rende così lampante il fil rouge che collega i progressivi passaggi di Nostra Ætate (specie il numero 4) e dei Sussidi del 1985, mettendo in luce come anche un esegeta ligio all’affidabilità del testo come Benedetto XVI, nel secondo volume del suo Gesù di Nazaret, giudica che in Mt 27, 25 «Matteo sicuramente non esprime un fatto storico» (Joseph Ratzinger/Benedetto XVI, Gesù di Nazaret 2, 209):

Il sangue di Gesù parla un’altra lingua rispetto a quello di Abele (cfr. Eb 12, 24): non chiede vendetta e punizione, ma è riconciliazione (ivi, 211).

Neuhaus osserva come l’ecclesiologia della contrapposizione alla sinagoga abbia prodotto effetti culturali che si stagliano nello spazio e nel tempo della nostra Europa:

Lo si può notare, per esempio, nelle sculture collocate all’ingresso della cattedrale di Notre-Dame a Parigi. Una statua rappresenta l’ekklēsia, in posizione eretta, incoronata, che tiene uno scettro e guarda dritto davanti a sé, mentre l’altra statua rappresenta la synagogē, che sta a capo chino, la cui corona è caduta, lo scettro è spezzato, e lei non è in grado di vedere, perché i suoi occhi sono bendati da un serpente.

Ivi, 422

Non tutto il farisaismo è “farisaico”

I teologi sanno bene che la cristologia ha cercato di capitalizzare questi spunti magisteriali ed esegetici nella cosiddetta Third Quest (sul Gesù storico), che appunto valorizza ed enfatizza i tratti di continuità e discontinuità fra Gesù e il suo milieu giudaico del I secolo. Neuhaus ha in queste pagine il merito di ricordare, sulla scorta dei già citati Orientamenti, che

Così il Figlio di Dio si è incarnato in un popolo e in una famiglia umana (Cf Gal 4,4; RM 9,5). Ciò che per nulla sminuisce, anzi al contrario, il fatto che egli sia nato per tutti gli uomini (attorno alla sua culla si raccolgono pastori ebrei e magi pagani: Lc 2,8-20; Mt 2,1-12), e che sia morto per tutti (ai piedi della croce, si ritrovano ancora degli ebrei, tra i quali Maria e Giovanni: Gv 19,25-27, e dei pagani come il centurione: Mc 15,39 e paralleli). Egli ha fatto così, nella sua carne, di due popoli un popolo solo (Cf Ef 2,14-17). Il che spiega anche la presenza, in Palestina ed altrove, accanto alla Ecclesia ex gentibus, di una Ecclesia ex circumcisione di cui parla, ad esempio, Eusebio (H.E. IV,5).

I suoi rapporti con i farisei non furono né del tutto né sempre polemici, come lo illustrano numerosi esempi, tra i quali i seguenti:

– sono dei farisei che avvertono Gesù del pericolo che corre (Lc 13,31);

– alcuni farisei vengono lodati, come lo «scriba» di Mc 12,34;

– Gesù mangia assieme ai farisei (Lc 7,36; 14,1).

Gesù condivide con la maggioranza degli ebrei palestinesi di quel tempo, alcune dottrine farisaiche: la risurrezione dei corpi; le forme di pietà: elemosina, preghiera, digiuno (Cf Mt 6.1-8), e l’abitudine liturgica di rivolgersi a Dio come Padre; la priorità del comandamento dell’amore di Dio e del prossimo (Cf Mc 12,28-34). Lo stesso si può dire di Paolo (Cf, Per es., At 23,8), il quale ha sempre considerato come un titolo d’onore la sua appartenenza al gruppo farisaico (Cf ibid. 23,6; 26,5; Fil 3,5).

[…]

8. Si deve anche notare che i farisei non sono menzionati nei racconti della passione. Gamaliele (Cf At 5,34-39) difende gli apostoli in una riunione del sinedrio. Una presentazione solo negativa dei farisei corre il rischio di essere inesatta e ingiusta (Cf Orientamenti e Suggerimenti, nota 1: AAS l.c., p. 76).

Orientamenti 4-6.8

E dunque Neuhaus spiega:

Mentre il tradizionale insegnamento del disprezzo si concentrava sulla rottura tra giudaismo e cristianesimo, il nuovo insegnamento del rispetto ne sottolinea anche la continuità.

David Neuhaus, “Ebrei” ed “Ebraismo” nell’insegnamento cattolico, 424

Scendere con sempre maggior profondità nell’unica Rivelazione

Dunque – potrebbe chiedersi qualcuno – questo vuol dire che fino a oggi abbiamo creduto male? No, non vuol dire questo, e chiaramente una simile domanda è mal posta, esattamente come sarebbe insensato chiedere al meccanico che accusi la presenza di una candela fulminata nel motore “mi vuol forse dire che finora non ho potuto viaggiare?”. Certo, si viaggia anche con una candela fulminata, ma il motore perde almeno un quarto della sua potenza, ed è così anche con la dottrina: noi non “ritocchiamo” la dottrina per questioni di gusto, la fede non è “etichetta”; noi approfondiamo gradualmente la nostra comprensione di un’unica rivelazione che Dio ha dato e nella quale da sempre Dio ci accompagna a entrare sempre meglio.

Leggi anche: I papi che amano gli ebrei: tutte le bugie da Pio XII a Francesco

Nella fattispecie, le riforme degli studî biblici promosse a più riprese in tutto l’arco del XX secolo ci hanno permesso di capire che i testi del Nuovo Testamento:

  1. furono composti spesso in contesti di attrito con le limitrofe comunità giudaiche;
  2. dunque mai gli stigmi rivolti ai giudei hanno altro valore che quello di riferimento ai precisi e dati contesti, e dunque essi non possono essere addotti ad autorità bibliche normative.

Neuhaus ricorda (fra molte altre cose) due pietre miliari del magistero pontificio su questo cammino:

  1. il discorso di Giovanni Paolo II in cui il Papa recuperò la metafora paolina dell’olivo e dell’oleastro (Rom 11, 17-24) in riferimento a Israele e alla Chiesa (era il 1982);
  2. il discorso di Benedetto XVI alla comunità ebraica di Parigi, nel 2008, in cui per la prima volta un Papa citava il Talmud Babilonese, dichiarando con ciò per sempre voltata la triste pagina in cui qua e là numerose copie del Talmud furono bruciate da cristiani.

Vanno poi segnalati all’approfondimento del lettore due densi paragrafi sulla concezione ebraica della Scrittura e sull’irrevocabilità dei doni e della chiamata di Dio per Israele: si tratta di temi biblici, e alcuni di questi sono piuttosto noti (specie il primo, e almeno in genere per chi ha compiuto gli studi teologici negli ultimi decenni), ma chi scrive è del parere che tutti possano giovarsi del tornare a stupirsi di cose che forse oggi sembrano scontate (utinam…) ma che tante frizioni e tanti dolori sono costate.

Leggi anche: Papa Francesco: “L’antisemitismo è ancora diffuso, dobbiamo combatterlo insieme”

Neuhaus, nato giudeo da giudei sente sicuramente in modo più viscerale di noi la continuità tra la missione della Sinagoga e quella della Chiesa (spiriti magni come quello di Edith Stein lo fecero in modo eccelso, mentre altri come quelli di Simone Weil ed Etty Hillesum indugiarono alquanto sulla soglia delle Dimore): l’approfondimento di questa parentela è però connaturale all’essenza del cristianesimo, oltre che – noi con Paolo lo crediamo – a quella del giudaismo stesso.

Il popolo di Dio dell’Antica Alleanza e il nuovo popolo di Dio tendono a fini analoghi: l’attesa della venuta (o del ritorno) del Messia. Ma tale attesa è, da una parte, rivolta al ritorno del Messia, morto e risorto, riconosciuto come Signore e Figlio di Dio, dall’altra è rivolta alla venuta del Messia, i cui tratti rimangono velati, alla fine dei tempi: si ha un’attesa accompagnata dall’ignoranza o dal misconoscimento di Gesù Cristo.

Catechismo della Chiesa Cattolica 840

Nitot, Allegorie della Chiesa e della Sinagoga, Portale di Notre-Dame de Paris.

Riconciliarsi senza dissipare la memoria

Queste sono le due allegorie scultoree della Chiesa e della Sinagoga che, insieme a molte altre figure, adornano la facciata di Notre-Dame. Facilmente egli sarà pervaso da un suggestivo brivido, al pensiero del fatale incendio del 15 aprile scorso: la devastazione si abbatte sulle radici dell’Europa, sì, ma a questo punto serpeggia il dubbio che in tanta nemesi non manchi una parte di colpa, fors’anche solo morale e culturale: la Chiesa e la Sinagoga vengono minacciate insieme – e torniamo agli episodî d’odio in Europa – da fiamme devastanti perché non hanno saputo camminare insieme? Dunque che fare? Occorre picconare la statua della Sinagoga? La via della Chiesa, quanto alle colpe del suo passato, è sempre quella che fa la spola tra Memoria e riconciliazione, perché Ella sa che solo il perdono escatologico del Redentore potrà rimuovere senza più contraccolpi nefasti il ricordo della colpa (Ger 31, 34, Eb 8, 12), sanando così nella gioia senza fine “il male di vivere”.

Leggi anche: Ritrovato “il gallo” della guglia di Notre Dame: le reliquie all’interno sono salve

La Chiesa è cosa viva e vive sono le sue case: non c’è bisogno alcuno di abbandonarsi ad atti iconoclasti («poiché – sta scritto – l’empio s’illude con sé stesso / nel ricercare la sua colpa e detestarla» – Sal 36, 3), ma se un giorno l’autorità ecclesiastica competente volesse sostituire un elemento di una cattedrale con un altro, non sarebbero gli immancabili adoratori dell’immobilismo a fermarla…

A coloro che vi dicono: «Non siete nostri fratelli», rispondete: «Siete nostri fratelli».

Is 66, 5 (LXX)

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