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Stare con la testa fra le nuvole, non è sempre negativo… anzi!

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By wavebreakmedia/Shutterstock
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Recenti ricerche hanno rivalutato il “mind wandering”: lo stato della mente che ci permette di spaziare con maggiore libertà.

Sul nuovo numero in edicola di BenEssere, la salute con l’anima (giugno 2019) è apparso un articolo interessante sul mind wandering a firma di Alessandro Antonietti professore ordinario di Psicologia all’Università Cattolica di Milano.

Cos’è il mind wandering?

Distrarci da ciò che stiamo facendo, evadendo dalla realtà fattuale del determinato momento che stiamo vivendo, è un fenomeno comune che capita più o meno frequentemente a tutti noi. Avviene che la nostra attenzione si estranei dalqui ed ora”, dal contesto esterno che ci circonda e dagli impegni che vi sono implicati, come lo studio ed il lavoro, per vagare liberamente occupando la mente con i temi e i contenuti più diversi. La letteratura psicologica ha coniato diversi termini per rappresentare questo vagabondare : mind-wandering, daydreaming, stimulus-indipendent thought, task-unrelated thought, zoning-out, definizioni tutte che convergono sulla tendenza e capacità di sganciare l’attenzione dalla percezione senza una intenzionalità precisa, fenomeno studiato con il termine di “disaccoppiamento percettivo” o “perceptual decoupling” (stateofmind.it).

Il mind wandering: solo effetti negativi?

Non vi è nulla di patologico in questa dinamicità che si muove tra due opposte polarità: la concentrazione verso l’ambiente che ci circonda e i suoi oggetti fisici, e un’attenzione auto-centrata verso il nostro mondo interiore e le sue rappresentazioni mentali. Al mind wandering, che occupa circa la metà della vita psichica nella condizione di veglia, nonostante il suo carattere naturale e spontaneo viene imputata una mole consistente di effetti sfavorevoli sulle nostre abilità cognitive, inficiando le capacità di attenzione concentrata, memoria ed apprendimento con scadimento delle prestazioni intellettive. Secondo alcuni studi gli effetti negativi del mind wandering si estenderebbero anche alla vita emotiva, indipendentemente dai contenuti mentali positivi o negativi intorno ai quali la mente si troverebbe a vagabondare (Ibidem). La relazione tra mind-wandering e flessione del tono dell’umore appare di notevole entità e di tipo circolare, nel senso che una mente vagante predisporrebbe alla depressione e chi è depresso tenderebbe a farsi assorbire da questo “fantasticare” autoreferenziale. Nonostante queste evidenze, anche al non addetto ai lavori sorge spontanea una domanda: possibile che questa prerogativa della mente, universale e spontanea, non abbia anche qualche valenza positiva?

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Shutterstock/fizkes

I vantaggi del mind wandering: utile nel liberare la nostra creatività!

Effettivamente ricerche più recenti hanno messo in risalto che uno stato di mind wandering può fornire un vantaggio alleviando la sensazione di noia che proviamo durante l’esecuzione di compiti lunghi, meccanici e ripetitivi, grazie al fatto che la possibilità di pensare ad altro, invece di essere costretti al qui ed ora, attraverso questa modalità di “auto-stimolazione” permette al soggetto di percepire che il tempo sia trascorso più velocemente. Inoltre, quando nel cervello si determina questo stato, si attiva il “default mode network” (BenEssere), una rete di neuroni implicata nell’introspezione, nella memoria autobiografica (i ricordi relativi alla nostra storia personale) e nella pianificazione del futuro, stimolando modalità di pensiero in grado di potenziare la capacità di comprendere se stessi e di prospettarsi possibilità di gestione dei problemi non ancora prese in esame. In questo stato della mente, afferma il professor Antonietti, possono maturare delle intuizioni che portano ad acquisire una maggiore consapevolezza di situazioni critiche personali con conseguenti migliori prospettive di individuare soluzioni creative.

Come massimizzare i vantaggi?

Alla luce dei pro e contro connessi a questa nostra naturale tendenza a viaggiare con la mente, ci dobbiamo domandare se ed eventualmente come sia possibile massimizzare i vantaggi riducendo i costi di una attività mentale così potenzialmente preziosa e dannosa allo stesso tempo. La risposta potrebbe essere trovata nello sviluppo di forme di “allenamento” in grado di stimolare una maggiore consapevolezza e soprattutto di modulare il proprio stato psichico in linea con la situazione e le richieste dell’ambiente: attenzione concentrata che non ammette distrazioni quando ci si deve focalizzare su uno specifico compito ed obiettivo, spaziare e viaggiare con la mente laddove il contesto e le richieste lo consentano e possano addirittura avvantaggiarsene.

In ogni caso, lasciare ogni tanto vagare la nostra mente ci libera dalla pressione che talvolta blocca la nostra creatività, ci permette di prendere le distanze da abitudini e obblighi e ci può portare a vedere le cose differentemente. Sarà poi, usciti dallo stato di mind wandering, il pensiero attento e controllato che dovrà incaricarsi di trovare il modo per realizzare e portare a compimento ciò che abbiamo immaginato nel nostro “vagabondaggio” mentale. (Alessandro Antonietti, BenEssere)

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By pathdoc | Shutterstock

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