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Prendersi cura dei più piccoli e fragili. Un grande “Sì alla vita” nell’abbraccio della Chiesa

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Si è tenuto a Roma dal 23 al 25 maggio, presso il Centro congressi “Augustinianum”, il convegno internazionale “Yes to life!”, promosso dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita.

Anche Aleteia era presente, e sono decisamente grata di essere stata io a rappresentarla. Ne ho potuto godere in prima persona, sia come operatore media sia come mamma di 4 figli di cui uno gravemente disabile, “braccato”dalle diagnosi da prima che nascesse. Ho trovato, in entrambe le vesti, l’approccio più completo e umano che si possa desiderare. Sul fronte medico, scientifico, spirituale, pastorale. Quante voci ho sentito intrecciarsi intorno ad un tema come questo: “prendersi cura del dono prezioso della vita nella fragilità”, è questo il sottotitolo dell’appuntamento a cui hanno partecipato più di trecento persone, provenienti da tutte le latitudini (per esempio a me è capitato di fare amicizia con una religiosa messicana).

La scienza, la medicina e la fede sono naturalmente alleate per la vita

Verissimo, tante voci e nessuna discordanza. Il convengo Yes to life è stato di fatto un concerto e l’impressione che se ne deve ricavare è quella di uno sguardo intero all’uomo, uno sguardo competente e accogliente insieme.

Perché tutti coloro che si sono alternati sul palco dei relatori, dal Card. Kevin Farrel, Prefetto del Dicastero Famiglia, Laici, Vita, alla Prof.ssa Gabriella Gambino, Sottosegretario del Dicastero al Prof. Giuseppe Noia, alle storie di famiglie testimoni della vita in ogni sua condizione, hanno intonato il loro brano seguendo tutti i cenni del direttore d’orchestra: il bambino concepito. E’ lui il grande protagonista: il bambino, cioè l’uomo, fin dalla sua nascosta formazione (e ora lo è sempre meno!) nel grembo della sua mamma.

E come una buona notizia da far correre velocemente di bocca in bocca, premeva dietro ogni intervento l’urgenza di diffondere le grandi possibilità terapeutiche di cui oggi la medicina dispone in materia di terapie perinatali (pre e post nascita) e che, per una sorta di incuria scientifica, trascura o pospone a scelte tragicamente più facili da praticare e definitive (ahinoi) negli effetti.

Allora, si chiederà ad un certo punto con accoramento il Prof. Giuseppe Noia, chi ha così paura dell’embrione? E cos’é questa accidia intellettuale di tanti colleghi che preferiscono “suggerire” l’aborto come soluzione al problema di una diagnosi prenatale infausta?

Nessuno è mai del tutto incompatibile con la vita, lo dirà lo stesso Santo Padre nel saluto ai partecipanti il sabato mattina (me lo sono perso, che dispiacere!), nemmeno potesse respirare solo una volta, nemmeno uscisse alla luce già con gli occhi spenti: per il semplice ed eclatante fatto che ogni essere umano concepito è tale da subito. E che cos’è un uomo se non immagine splendente di Dio? Con un cordone ombelicale invisibile e non recidibile che lo lega a Lui fino alla sua nascita definitiva?

Allora non possono esistere diagnosi totalmente infauste, nemmeno nel peggiore dei casi. (I tempi infausti per l’uomo sono passati, siamo nel tempo della Grazia). Ogni vita ha in sé un programma mirabile di perfezione, cioè di compimento. Ogni vita comincia per riuscire, per giungere al suo pieno successo.

E questo orizzonte così largo e alto non ha l’effetto di stemperare i dettagli e le ferite di questa vita nelle tinte pastello dell'”andrà tutto bene”. Ottiene invece nella mente dei medici stessi che affrontano sfide terapeutiche complesse di aguzzare loro l’ingegno, moltiplicare la creatività, consolidare buone pratiche con dati e lunghe osservazioni cliniche (ci sono “feti” seguiti dalla gravidanza fino a 25 anni di età, riferiva Noia). Spesso la presa in carico intelligente di bimbi in gestazione con patologie a torto considerate sempre devastanti ha modificato radicalmente e felicemente la loro salute, la loro vita. Bimbi con megavescica, ad esempio, sono spesso candidati ideali per l’aborto o, come nel caso testimoniato al convegno, trattandosi di gravidanza gemellare, di feticidio selettivo. Il Prof. Noia invece propone un trattamento prenatale che significa spesso un radicale cambiamento della storia clinica del bambino: la rimozione del liquido che espande eccessivamente la vescica del bimbo passando per il ventre materno significa riduzione o eliminazione degli esiti disastrosi di tale condizione non trattata.

L’esperienza della gravidanza tra pressione sociale e controllo. Un altro approccio è possibile

Prima di addentrarci nel merito abbiamo accolto il saluto e l’invito del Card. Farrel ad una vera accoglienza non solo del bimbo più fragile, ma anche di tutta la famiglia; che la Chiesa si faccia davvero vicina, che nessuno resti solo, che le madri non si trovino davanti ad una sola, tragica alternativa (ecco che torna, lo farà spesso, l’antieroe di tutta la giornata e di tante battaglie per la vita: l’aborto). E con Sua Eminenza abbiamo pregato, un’invocazione commovente e intelligente che riconosce a Dio il primato assoluto sulla vita e Lo ringrazia di averci reso suoi strumenti per accoglierla sempre, anche nel mistero della malattia e della morte.

La relazione della Prof.ssa Gambino è stata un lasciapassare formidabile per orientarsi in questo scenario così complesso e cruciale: ha offerto ai partecipanti, e a cascata ai tanti che saranno raggiunti dalle idee promosse nel convegno, le coordinate fondamentali e il riferimento ideale entro il quale mettere in atto ogni tipo di azione. Ci ha fatto capire quali siano le grandi sfide per le quali ognuno è chiamato a dare del suo meglio.

La Chiesa come Madre è la prima che deve accorrere e restare accanto a chi ha più bisogno. Rimanere è verbo mariano e cristiano per eccellenza.

Il convegno innanzitutto è risposta alla continua sollecitudine del Santo Padre nei confronti della vita e della famiglia, ricorda Gambino. E’ la voce della Chiesa, che parla, (e con un accento tutto femminile a mio modo di sentire): l’esperienza della maternità oggi è profondamente mutata; la diffusione capillare della diagnosi prenatale, separata con un profondo iato dalle proposte terapeutiche, esercita una pressione sistematica sull’esperienza della gestazione per quasi tutte le donne. Ci carica di pesi ingiusti e sproporzionati. E nella cornice deformante di quella che Papa Francesco ha chiamato “cultura dello scarto” siamo giunti al paradosso per cui sono diventati proprio i più bisognosi di cure a subire il trattamento peggiore fino all’eliminazione fisica, in una inumana logica di efficienza e produttività. Chi non è “funzionante” sia rimosso – questa la “circolare” che passa in tutti i reparti – per non diventare intralcio di una macchina sociale sempre più veloce e brutale. Eppure, dice con pacata e decisa chiarezza la Prof.ssa, la sofferenza, la menomazione vengono declassate, respinte, ridotte ad uno status di danno totalmente ingiusto, intrinsecamente non accettabile. Ma noi sappiamo la vittoria di Cristo! Ed è proprio dal trono della croce che ci ha insegnato e continua a mostrarci il valore misterioso della sofferenza (anche della disabilità. Mi viene in mente il paragone che ho sentito fare da un eccellente sacerdote che ravvisa nella forma eucaristica una sorta di volontaria disabilità di Cristo. Dipende da noi, in quella forma così minuta e fragile eppure è Tutto). Essa non è “nè accidentale né evitabile, ma co-essenziale all’umano” ed è carica di senso (dagli appunti presi ascoltando la Prof.ssa Gambino).

In questo contesto di vero e proprio controllo esterno e di pressione sociale sulla gravidanza ricordo la segnalazione di alcuni dati estremamente significativi: il 75% delle donne non è in grado di rifiutare indagini di diagnosi prenatale. Nei centri in cui la diagnosi è preceduta da adeguato counseling il 15% delle gestanti rifiuta l’indagine. Dove questo approccio manca, invece, la diagnosi di malformazione si traduce per il 75% in interruzione di gravidanza, percentuale che diventa ancora più elevata, oltre il novanta per cento, quando l’indagine rileva alterazione genetica.

 

Pensando all’esperienza magnifica della gravidanza non ci ritroviamo forse tutte -o quasi- nell’impatto traumatico “con questa cultura, che di fronte ad una qualsiasi diagnosi di malattia o solo di rischio di patologia, ci impone di confrontarci con la proposta dell’aborto dei bambini che portiamo in grembo”?

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