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Cane cacciato dal funerale a Torino: don Palumbo ha sbagliato, capiamo bene perché

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Le nostre gioie. (San Tommaso d'Aquino, 1225-1274)

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 28/05/19

Alla vigilia del giorno in cui il “Partito animalista” (nel cui programma si segnalano vere e proprie aberrazioni) si sarebbe imposto all’attenzione nazionale con un capitale di consensi tutt’altro che trascurabile, espresso dagli italiani alle votazioni europee, a Torino un prete s’è reso protagonista di un evento altrettanto insostenibilmente sbilanciato su posizioni “speciste”. Spesso gli errori del mondo prendono piede nei campi abbandonati dai profeti del Popolo di Dio. Alcune considerazioni.

Qualche anno fa nel paesello abruzzese dei miei genitori c’era un cane bianco di cui nessuno ha mai conosciuto l’origine e il proprietario (ammesso che ce ne sia mai stato uno): era un bel pastore abruzzese, dal pelo che tendeva a ingiallire senza però apparire mai sporco. Lo si trovava quasi sempre lungo quell’unico viale che – a guardare il paesello dall’alto – costituisce quasi una spina dorsale dello stesso: socievole e buono con tutti, aveva attratto e meritato la benevolenza degli abitanti. Faceva compagnia agli anziani, giocava coi bambini… e andava a messa.

Un cane fedele… per antonomasia

Sì, quel cane aveva questa particolarità: non appena sentiva il rintocco delle campane – e non quello che scandisce le ore, bensì proprio il richiamo delle funzioni liturgiche – si alzava ovunque fosse e trottava verso il gioiello romanico incastonato nell’abitato. Saliva i gradini del sagrato, ristava un poco sulla soglia, poi entrava e si metteva seduto lì in fondo a osservare la funzione, oppure avanzava lungo la navata fino al limite del presbiterio (e nessuno ricorda che abbia mai osato accedervi). Quando la funzione finiva usciva compostamente con i fedeli oppure restava qualche minuto da solo in chiesa prima di scivolarne fuori. Nessuno più si stupiva che il cane partecipasse alle processioni, anche se quando le campane suonavano a morto qualcuno si commoveva a vedere il pastore abruzzese che si univa al corteo funebre, spesso dietro la croce più che dietro il feretro. Ricordo che una volta l’allora parroco stava quasi indugiando a cominciare perché il quadrupede tardava ad arrivare.




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I comunistacci del paese – bravi diavoli che si fanno vanto di bestemmiare “i santi capitalisti” e di onorare “i santi proletari” – avevano dato al cane il nome di “Fidél”, ammiccando insieme a quella che nell’animale sembrava un’attitudine religiosa e al rivoluzionario cubano che nel loro santorale occupava un posto d’onore. Ora molti di voi staranno forse ripensando al racconto di Giovannino Guareschi “Il battesimo”, ma per senso di giustizia e di equità mi corre l’obbligo di precisare che quella è terra di Silone, non di Guareschi: sarebbe ormai inappropriato chiamarli “cafoni” (in senso rigorosamente siloniano, si capisce), ma neppure si coglierebbe nel segno figurandoseli come “cattocomunisti”.

No, il “cattocomunismo” è un’eresia da regioni rosse, difatti don Camillo e Peppone vivono in un non meglio precisato paesino della Pianura Padana (ricordiamo che Brescello è un’invenzione cinematografica, non la creazione di Guareschi): quelli che avevano dato al cane il bel nome di Fidél sono soltanto dei poveri cristi che non mancherebbero una processione del Venerdì Santo neppure se perdessero le gambe, ma che per un bizzarro moto di protesta assolve al precetto festivo giocando a carte e tenendo un occhio alla chiesa dai tavolini del bar dirimpetto. Il quale appunto fu la postazione dalla quale si avvidero della costanza religiosa del cane, che meritò al cane il nome di Fidél.




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Più volte mi sono chiesto se quel comportamento davvero singolare, e in un cane randagio di fatto adottato da tutta la comunità, per di più un cane pastore, non avesse per il paesello un significato particolare: del resto fin dal Pentateuco le Scritture raccontano di come Dio abbia voluto servirsi di un’asina per rivelare all’ostinazione degli uomini ciò che i loro occhi non riuscivano a vedere (Num 22) – e se Fidél (a quanto so) non giunse mai a parlare con alcuno, di certo il dubbio che vedesse più di noi venne a molti. Più di una volta il parroco, rimarcando la scarsa partecipazione alle funzioni, poté parafrasare il motto del Crocifisso di Guareschi al suo don Camillo: «Almeno non si potrà dire che non c’era neanche un cane».

Il caso di Pavel, cacciato dal funerale del suo padrone

Tutto ciò mi torna in mente oggi, con la forza delle cose malinconiche, quando leggo di don Danilo Palumbo che non ha sentito ragioni di sorta nell’estromettere dall’aula sacra Pavel, un labrador che sabato scorso se n’è stato a guaire sulla soglia della chiesa torinese dedicata a Pier Giorgio Frassati. Dentro vi si celebravano le esequie del suo anziano padrone, e l’animale aveva dato inequivocabili segni di voler starsene vicino al feretro in quel momento. Niente da fare: «Gli animali non entrano in chiesa – ha sentenziato don Palumbo –, lo sapeva pure San Francesco».


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Figuriamoci chi si sente di mettere in discussione l’autorità del Poverello (ma poi quando l’avrebbe detto? Dove starebbe scritto? [spoiler: da nessuna parte!])… però la decisione ripugna immediatamente al sensus fidelium, i quali sono stati distratti dal pianto dell’animale al punto da decidere di uscire dalla chiesa per consolarlo. La corda è tirata al massimo e la si sente già scricchiolare: si può lasciare una funzione sacra – in cui viene celebrato il divin sacrificio in suffragio di un morto! – preferendole il fare qualche coccola a un cane? Situazione paradossale, ma proviamo a porre una questione previa: davvero la presenza di quell’animale accucciato vicino alla bara del suo padrone avrebbe perturbato la sublimità dei sacri misteri? Quale «della terra e del cielo […] sacro dritto» (Lorenzo da Ponte) lo proibirebbe in maniera così categorica?

All’impossibilità di rispondere – «perché risposta non c’è / nelle parole» (Jovanotti) – si giustappone la muta eloquenza dell’evento, che sa essere di per sé profetico: se il ministro di Dio avesse avuto per quel morto un po’ della compassione che il cane (suo ancora nella morte!) stava mostrando, il funerale sarebbe stato stupendo. E invece il discernimento ecclesiastico (a quanto si può apprendere dai giornali) è stato svolto in maniera tanto grossa da spostare la chiesa di carne fuori dalla chiesa di pietra. Non si vuole con ciò dire che le cose siano andate bene così: il punto è che quando la coperta della giustizia viene strappata da un lato può rivelarsi “giusto” ristabilire il torto strattonandola in senso contrario… anche se ormai il bene possibile (nella fattispecie, un funerale ordinato e partecipato, nel quale il cane non avrebbe dato alcun fastidio) è stato dissipato a comun danno.

Il portato profetico della vicenda

Gli eventi, però, sono pur sempre strumenti in cui si manifesta il Maestro interiore (così Emmanuel Mounier), e quest’ultimo viene – il vecchio Simeone ce l’aveva spiegato proprio mentre i suoi genitori portavano per lui al tempio degli animali… – «come segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2, 34). Interpellato ancora sull’incomprensibile durezza della sua posizione, don Palumbo avrebbe finalmente risposto: «Questa è casa mia e decido io chi entra».


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Anche Balaam era un ministro di Dio, un suo profeta, eppure il Signore si adirò con lui perché di punto in bianco gli venne lo sghiribizzo di profetare di testa sua, piegando il suo ministero ai desiderata dei Moabiti (i quali, per la cronaca, gli avevano commissionato una maledizione su Israele, alludendo alle “competenti mance” di cui non sarebbero stati avari nei suoi confronti). Così l’angelo del Signore – ma in questo passaggio il “malak” sta più per “il fenomeno teofanico” che per il referente di una “persona spirituale preternaturale”, insomma il lettore può intendere “il Signore stesso” senza errore – rimproverò il profeta che nel furore della sua ostinazione bastonava la propria asina e minacciava di ucciderla:

Perché hai percosso la tua asina già tre volte? Ecco io sono uscito a ostacolarti il cammino, perché il cammino davanti a te va in precipizio. Tre volte l’asina mi ha visto ed è uscita di strada davanti a me, e se non l’avesse fatto io avrei già ucciso te e lasciato in vita lei.

Num 22, 32-33

A don Palumbo è scappato dalle labbra – «la bocca parla dalla pienezza del cuore» (Mt 12, 34) – che considera la chiesa “casa sua”, così come Balaam s’era illuso di poter disporre della benedizione e della maledizione a prescindere dal giudizio di Dio; siccome naturalmente Dio rimprovera il profeta proprio perché al suo destino tiene più di quanto egli tenga a quello del suo animale, alla fine il Signore non proibisce a Balaam di andare da Balak, ma lo obbliga a pronunciare una (bellissima) triplice benedizione su Israele, invece che la maledizione commissionata, poiché «Dio non è un uomo da potersi smentire, non è un figlio dell’uomo da potersi pentire» (Num 23, 19).




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E quando il profeta torna docile allo Spirito di Dio la sua fiducia riposa proprio sul fatto che egli conosce il volere di Dio:

Io infatti conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – dice il Signore –, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza.

Ger 29, 11

Geremia sarebbe finito male, mentre Balaam avrebbe perso soltanto le prebende promessegli da Balak: don Palumbo e tutti noi dovremmo ricordare, invece, che «le anime dei giusti sono nelle mani di Dio e nessun tormento le toccherà, anche se agli occhi degli stolti dovesse sembrare che muoiano» (cf. Sap 3, 1). E la vita degli animali sta nelle mani di Dio quanto quella degli uomini e di tutte le creature: la sapienza scritturistica indica nella terra il comune elemento da cui traggono origine e le specie animali in genere e l’uomo in specie.

Sommessa nota teologica (scritta a matita)

Ciò che fa fare all’uomo il “salto ontologico” (così i filosofi) è l’insufflazione dello Spirito che si manifesta fenomenicamente come Parola, cioè la partecipazione esperienziale della vita divina a una creatura. Ma attenzione: Dio comanda all’uomo di custodire il creato, che resta il giardino del Signore, non di spadroneggiarvi come se l’uomo fosse “a casa propria”; dalla bocca di Gesù l’invito a imitare Dio nelle sue perfezioni diventa esplicito, e così comprendiamo che quando Adamo, per comando divino, dava i nomi alle creature egli stava subentrando insieme con il Creatore nella sua attività. Dare un nome proprio, poi, non comune, a una creatura, significa con-vocarla in un dialogo, costituirla come un “tu”. Se quando è l’Onnipotente a fare ciò si crea ex nihilo un’anima immortale, non sarà teologicamente imprudente ritenere possibile che – quando è la creatura immagine-e-somiglianza-di-Dio a fare lo stesso – avviene qualcosa di analogo. Ciò vuol dire che gli animali hanno un’anima spirituale e immortale? Non abbiamo elementi per spingerci a simili affermazioni, ma il senso illativo della fede ci orienta, nella fattispecie, a non stupirci troppo se sulla nuova terra e sotto il nuovo cielo, a far compagnia ai santi, troveremo l’asina di Balaam e il cane dell’anziano torinese vicino al suo padrone. Se rivedessi quel giorno anche il buon vecchio Fidél, che molti cristiani ha edificato, in nulla troverei incrinata la gloria dell’Altissimo.

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