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Michela Marzano: un figlio non può essere un desiderio egoistico

MICHELA MARZANO

Tv 2000 | Youtube

Annalisa Teggi - pubblicato il 28/05/19

Dovendo descrivere l’attesa di un figlio – e dovendo introdurre un discorso intimamente sincero su un’attesa mancata – il pensiero emotivo di Michela Marzano si orienta sull’immagine di sua madre che prepara un corredino. Non mi sognerei mai di accusarla di aver ridotto la donna a stereotipo; la ringrazio di averci offerto questa radice familiare che ci accomuna tutti.




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Mica i figli li si fa per sé, no?

Aprire una ferita fa male, eppure porta a una chiarezza di cui solo il dolore è capace. Ne è testimone il cielo che attraversa la tempesta. Con altrettanto disarmante candore la Marzano confessa:

Perché io, di figli, purtroppo non ne ho avuti. Nonostante per anni abbia evitato di parlarne – soprattutto con mamma, arrabbiandomi ogniqualvolta tirasse fuori l’argomento – nel mio caso, infatti, non si è trattato di una scelta deliberata. Anzi. L’anima in pace per questo figlio mai nato non me la sono ancora messa, e talvolta immagino ancora che, prima o poi, un bimbo arriverà, basta aspettare, essere pazienti, ti pare che non divento mamma? (da Il Foglio)
Shutterstock

Grazie, allora, una volta di più: per aver detto chiaro e tondo che questa vocazione alla maternità c’è. Non è una schiavitù imposta alla donna; non è una trappola per impedirle di perseguire successo e carriera. Certo, non deve essere un’imposizione; ma è un dato con cui si confronta onestamente anche chi fa scelte che non conteplano la procreazione. È un dato così profondamente presente che permette anche a una donna che non è madre di essere autorevole nel rispondere alla domanda delle domande: cosa significa avere un figlio?

Il vuoto ferito della Marzano le concede di entrare a gamba tesa sul tema della genitorialità. Abitare con dolore una mancanza significa misurare i passi, guardare bene, non affrettarsi su cose che qualcuno ha il lusso di dare per scontato. È giusto mettere al mondo i figli solo per perseguire un desiderio personale? Che cos’è questa paura di restare soli?

Quando la mamma di mio marito si è ammalata di Alzheimer, negli occhi di Jacques ho visto tutto quello che nessuno potrà mai provare nei miei confronti: quella tenerezza sconfinata che resta, anche quando nulla è più come prima. […] Chi ci sarà accanto a me se un giorno mi dovessi trovare al posto della mamma di mio marito? Mio marito, certo. Ma se lui non ci dovesse più essere o anche lui si ammalasse? Ma forse sono solo un’insopportabile egoista. Mica i figli li si fa per sé, no? (da Il Foglio)




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Già. Perché si fanno i figli? Se non devono essere una risposta al nostro egoismo, allora forse è più onesto dire che li si accoglie e non che «li si fa». È evidente che chi scrive quanto sopra sa che un figlio non deve essere un dono che ci si auto-regala, perché è una persona non un oggetto. Allora, non riesco a conciliare questa sua esperienza di vita con altre sue parole più astratte, che difendono la fecondazione eterologa con un ragionamento davvero esasperato, descrivendola come gesto addirittura più amorevole dell’adozione:

Nell’adozione, c’è sempre la storia di un abbandono. […] Ma quale abbandono ci sarebbe nel caso di chi è nato grazie ad un dono di gameti? La storia parentale, in questo caso, non è forse quella di chi, sterile, desiderava a tal punto avere un figlio che è ricorso a un dono di gameti? (da Michela Marzano)

Una procreazione che si fa meccanica, che a priori stabilisce l’assenza del padre o della madre, che si spinge a separare l’utero dalla madre, che prende gameti di qua e distrugge embrioni di là non è da “insopportabili egoisti”? Quel desiderio così grande di aver un figlio per non degenerare in dittatura egoistica ha bisogno di un abbraccio, che non arriva dal laboratorio.

E lei, signora Marzano, intuisce molto bene una via più ardita e coraggiosa. L’ipotesi della fecondità non è preclusa a chi non è padre o madre biologico; ed è ancora una volta la vita vissuta a suggerire indicazioni preziose: l’accenno al rapporto fecondo coi suoi studenti è un esempio autentico del fatto che lì dove ciascuno è può offrire lo sguardo, la parola, l’abbraccio di una vera madre,

Perché il vuoto che cerco di tenere a bada è sempre lì, e basta un niente affinché si spalanchi di nuovo. Poi cerco di consolarmi – ho imparato, ci ho messo tanti anni, ma adesso ci riesco anche io – e penso ai miei studenti. Certo, non sono figli miei. Ma è a loro che posso trasmettere parte del mio amore, è con loro che posso attraversare i miei vuoti, è attraverso di loro che posso lasciare anch’io una piccola traccia di umanità.

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ideologia gendermaternitàutero in affitto
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