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Michela Marzano: un figlio non può essere un desiderio egoistico

MICHELA MARZANO
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Dalle colonne de Il Foglio non parla come docente della Sorbona, impegnata a difendere unioni civili, stepchild adoption e utero in affitto; si racconta come donna che fa i conti con il non essere diventata madre.

Molto, moltissimo ci separa. Anzi sulle questioni che reputo più urgenti (vita, eutanasia, famiglia, affettività) siamo proprio su fronti opposti e fatico a rimanere serena seguendo i suoi contributi scritti e televisivi. Michela Marzano è docente di filosofia alla Sorbona e commenta temi sociali e di cronaca su Repubblica e Vanity Fair. La sua militanza politica nelle file del PD si è interrotta quando la legge sulle unioni civili fu decurtata della stepchild adoption a cui lei teneva. È, appunto, solo uno dei tanti temi in cui la distanza di pensiero è abissale: ha scritto un libro per screditare l’esistenza di una teoria gender; non condanna l’utero in affitto e difende l’idea di dono che esprime l’espressione “gestazione per altri”; proprio di questi giorni è la sua dichiarazione sul fatto che interrompere la somministrazione di cibo e acqua a Vincent Lambert sarebbe un gesto pietoso.

Sarei poco predisposta a confrontarmi con una persona così distante da me, ed è un mio limite senz’altro. Eppure qualche giorno fa, esattamente il 24 maggio, è uscito un suo contributo intimo e struggente su Il Foglio in cui, spogliata del ruolo istituzionale e semplicemente parlando come se stessa, ha condiviso alcune riflessioni sul non essere diventata madre. Non ho potuto non sentirmi vicina a quella voce, e ho pensato a una frase di Chesterton:

Un uomo vede solo piccole cose dall’alto di una montagna, ma le vede grandi dalla valle.

Fuor di metafora, quando una persona scende dal piedistallo dell’ideologia e abita la valle dell’esperienza mette a fuoco tasselli preziosi, che poi – guarda caso – restituiscono grandezza proprio a quei punti dolenti che il puro pensiero teorico vorrebbe ridurre. Ma anche io devo scendere dalla montagna che rimpicciolisce l’altro a «uno che non la pensa come me»; tento, allora, di passeggiare al fianco della voce che, così, a cuore aperto ha messo nero su bianco: «Non sono madre, non lo sarò mai».

Lì dove fa male

In una bellissima puntata di Soul Monica Mondo ha chiacchierato con Michela Marzano «mordendo» quello che è un osso (parola che prendo a prestito dal lessico di Montale) irriducibile della sua sensibilità: il valore buono e costruttivo delle crepe, delle ferite, della fragilità. A una grande carriera accademica, si accompagna una vita segnata da molto dolore che porta alla Marzano in dote un’intuizione enorme:

Il punto di forza di ognuno di noi è lì dove fa male.

Le ferite sono il nostro dono più prezioso da dare al mondo, perché sono aperture dolenti senza anestesia. La fragilità ci permette una vista autentica sulle cose della vita, perché ci sbatte a tu per tu con un’impotenza ultima. Non siamo il capo in comando del mondo e neppure del nostro cuore; il puro pensatore a volte si illude del contrario e ha molte frasi con cui tappare le buche dell’umano. L’esperienza, invece, ci dice che in quelle stesse buche ci s’inciampa e si grida di dolore per l’urto. Non sono a mio agio con buona parte del pensiero di Michela Marzano, ma quando parla della sua vita vissuta la sento compagna su una strada comune.

Mi ritrovo pienamente in un quadro umano fatto di domande più che di teorie, mi ritrovo pienamente nel racconto in cui mi sono imbattuta sul Foglio in cui la Marzano dona al lettore il suo volto di donna che riflette su quel figlio che non è arrivato.

Una mamma che fa la maglia: stereotipo o presenza?

Mamma ha ricominciato a lavorare a maglia. La sera si siede in poltrona, apre un cestino pieno di gomitoli, cerca i ferri, inforca gli occhiali, fissa il modello, conta le maglie, a tratti scuce sbuffando, poi ricomincia, concentrata e attenta, come quando io ero bambina, e il pomeriggio, mentre studiavo o leggevo, mi si sedeva accanto e sferruzzava o cuciva. Lavora spesso fino a tardi. (da Il Foglio)

KNIT WOOL
WIRACHAIPHOTO I Shutterstock

Potrebbe essere il ritratto di mia nonna. Potrebbe essere il ritratto di mamme e zie di tutti noi; è senz’altro un’immagine familiare che la Marzano fissa molto bene con le parole, riuscendo a esprimere tutta la premura di chi ha a cuore il nido domestico. Sceglie questo come incipit: una donna che lavora a maglia. E da lì dipana il tema di una maternità mancata. Perché confrontarsi con un’immagine così tradizionale, stereotipata, antica?

Intendiamoci non mi stupisce che l’affetto peschi nel vivo di una memoria vissuta; e tutte le volte che sono rimasta incinta io ho ripreso in mano i ferri. Mi colpisce che una come la Marzano, impegnata teoricamente a interrogarsi e a riscrivere i ruoli del femmile e del maschile, prenda le mosse da una scena così tradizionale. Dalle colonne del Fatto quotidiano scriveva:

E poi c’è il problema di immaginare un legame necessario tra differenze biologico-anatomiche e comportamentali. Un esempio? Le donne hanno un corpo atto alla gestazione, allora sono più portate alla cura rispetto agli uomini. Questa è fallacia argomentativa, perché non è la differenza anatomica che predispone alla cura. In realtà la cura non ha né sesso né genere: possiamo avere donne incapaci nel curare i figli come degli uomini. Smetterla di immaginare determinati comportamenti o attitudini siano legati alle differenze biologiche e genetiche sarebbe già un grosso passo in avanti. (da Il Fatto quotidiano)

Perché, se dobbiamo liberarci di questi stereotipi che legano la conformazione del corpo alla vocazione dei sessi, cominciare una riflessione sulla maternità da una donna che fa la maglia? Perché nell’ambito delle discussioni teoriche la donna-madre-accogliente è uno stereotipo, ma nella vita vissuta è una presenza. Questa guerra ideologica, che chiama stereotipi le presenze irriducibili della realtà, è un incendio violento che fa tabula rasa dei volti precisi di mamme, zie, nonne. Ma è confortante che, una volta scesa dalla cattedra, una donna intelligente e profonda come la Marzano ritorni con occhi limpidi nel posto in cui si dice che il ruolo femminile sia svilito, l’accudimento domestico.

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