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Non badare a chi dice che vizi tuo figlio se lo consoli. I bambini vanno sempre ascoltati!

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Va data loro attenzione e va dato peso al bisogno di contatto e di ascolto. Questo per innumerevoli motivi, uno dei quali è la necessità che il bambino cresca sicuro di sé.

I bambini piangono.
Lo fanno molto prima che il loro pianto abbia un suono: tramite un’ecografia, ad esempio, anche un bambino nell’utero materno, si esercita aprendo e chiudendo la bocca. Non appena nascono, per lo più sono facilitati se succede dopo un travaglio e un parto naturali (le nascite un po’ burrascose, stancano anche i piccini) e se sono accolti con calma e rispetto, emettono i primi vagiti. Sputacchiando un pochino di liquido amniotico, aprono la loro bocchina e lasciano uscire il suono della loro vocina. I più forti e imperterriti, si sgolano ancora quando debbono finir di nascere, altri sono più rilassati e flemmatici, ma basta chiedere alla mamma per scoprire ch’ella custodiva già nel suo cuore, la consapevolezza del carattere del proprio bambino. Piano piano il piccino cresce e, poiché è l’unica cosa che può fare per acquisire attenzione, piange.

Ordunque immaginiamoci catapultati in un luogo desolato che non conosciamo. Non sappiamo come esprimere i nostri bisogni più fisiologici, non comprendiamo cosa accade nel nostro corpo e di cosa dobbiamo avere paura o meno. Sappiamo solo che il mezzo perché qualcosa accada e un minimo di attenzione ci venga fornita, è strillare. Questa è la situazione di un neonato: ci metterà per lo meno tre anni a capire che le persone che si prendono cura di lui, gli vogliono bene e desiderano educarlo e farlo crescere sicuro di sé.

Il neonato possiede alcuni bisogni fisiologici (occhio al termine perché è legato intimamente con anatomia e biologia, per cui non si può non averne rispetto): bisogno di contatto, innanzitutto. Da milioni di anni, tutti i bambini del mondo sono terrorizzati dalla solitudine e dall’abbandono. Il motivo è semplice: come fa un bambino a capire che non è stato abbandonato? Come fa ad attirare l’attenzione su di sé? Urla. Si dispera. Lui non sa di essere riparato in una culla. Lui è ancestralmente programmato come un neonato del paleolitico: e se ci fosse un leone, là fuori? (Si leggano Carlos Gonzales e William Sears)

Il bisogno di contatto è necessario poiché stimola la voglia di vivere. Non a caso i prematuri che reagiscono meglio sono quelli che stanno ben appiccicati alla mamma. Se il neonato sta pelle a pelle con mamma, sente l’odore, sente calore, sente presenza di colei che l’ha portato in pancia e gli viene voglia di vivere (mamma, intanto, produce ossitocina – ormone dell’amore – e prolattina), (Si leggano Ansley Montague e Vimala McGlure) I neonati con l’ittero fisiologico sono sonnacchiosi e vanno stimolati a ciucciare: la cosa migliore è massaggio e contatto. Il bisogno di contatto è anche notturno: uno dei picchi più forti della prolattina di mamma è la notte. E il dormire assieme (“coslippare” in slang mammesco, da “co-sleeping’ dormire vicini) è fisiologico. Bambini e mamme lo fanno da sempre (si leggano: William Sears, James McKenna, Alessandra Bortolotti). Solo all’indomani della diffusione della cosiddetta “pedagogia nera” si diffusero teorie educative discutibili e del tutto agghiaccianti, che si basavano sul negare contatto e ascolto ai bambini con l’unico scopo del crescere individui asserviti al genitore. Alcuni mortiferi strascichi di “pedagogia nera” (Si legga Alice Miller) sono giunti indisturbati sino a noi tramite opere piuttosto discutibili come quelle sull’estinzione graduale del pianto infantile: neonati e bambini imparano a dormire da soli, urlando e spesso autolesionandosi poiché esperti da bar suggeriscono ai genitori che il loro figlio, che altri non è che un piccolo mostriciattolo da domare e dominare, non ha il diritto di avere dei bisogni ed è solo un viziato: per tale motivo i genitori debbono imporgli delle regole ferree. I danni di questi metodi sono stati criticati da esperti di ogni genere e grado, ma basta vedere i filmati su Youtube per soffrire.

Torniamo al pianto. I neonati piangono. Piangono perché hanno paura. Ne ho visti moltissimi di neonati terrorizzati. Si disperano e urlano perché qualche buontempone ha suggerito a mamma di dar damagiare a orario, di non ascoltare il pianto durante alcuni orari, di non accontentare il neonato altrimenti si vizia e dopo si sa: togliere il vizio di baci e abbracci è durissimo. Grazie al Cielo ci fu la Teoria dell’attaccamento che spiegò molte cose: i bambini vanno ascoltati. Va data loro attenzione e va dato peso al bisogno di contatto e di ascolto. Questo per innumerevoli motivi, uno dei quali è la necessità che il bambino cresca sicuro di sé. Se io mi lamento del fatto che sto male e avrei bisogno di un abbraccio o di mangiare qualcosa, con la persona che amo di più al mondo, ma questa mi ignora perché altrimenti mi abituo ad essere considerata, io non maturo molta fiducia in me stessa. Se la persona che amo mi guida e mi insegna come comportarmi, ma nel contempo mi nutre e mi coccola, saprò di essere importante (Si leggano Alessandra Bortolotti, Giorgia Cozza, Neuborg Maté e altri).

Questa fase di rassicurazione e di primi rudimenti pedagogici, dura alcuni anni, dei quali i primi tre fondamentali. Ci vogliono tre anni completi perché il bambino raggiunga determinate competenze, questo non per cattiveria, ma perché la sua parte razionale deve maturare. Non è un caso che a tre anni molti bambini vadano serenamente alla scuola materna o inizino volontariamente a interagire con i coetanei.

Durante questi primi fondamentali anni, la personalità del bambino cresce e acquisisce tante di quelle informazioni, da riempire interi scaffali di libri. Non è un caso che adottare un bambino dopo i tre anni sia eroico e necessiti attenzione, dedizione, altruismo, cultura, sacrificio (no, non basta l’amore): ogni odore, sapore, colore, trattamento ricevuto, gesto subìto ed esperienza vissuta, è registrata nella mente del bambino. Nel bene e nel male.

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