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Sader Issa: mio padre ha la sindrome di Down, siamo una famiglia felice

SADER, ISSA, FAMILY

Sader Issa | Facebook

Annalisa Teggi - pubblicato il 22/05/19

Da questo amore liberamente scelto, è nato Sader, perfettamente sano. Anche questa specificazione è sgradevole, ma va fatta per ribadire nero su bianco che la disabilità non è un ghetto e non è da ridurre a un ghetto.
Mio padre lavora duramente in una fabbrica di grano, ci lavora da 25 anni per 6 giorni la settimana. In inverno vende i prodotti raccolti in estate. D’estate è addetto alla macchina che macina il grano. Siamo una famiglia molto normale. Mia madre è casalinga, mio padre lavora fuori e io sono concentrato sugli studi in questo momento. (Ibid)




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Le statistische e le presenze

Lascia davvero attoniti che proprio in un paese così lacerato dalla guerra ci sia questa presenza così straordinaria: sono solo 3 al mondo i casi certificati di persone affette da sindrome di Down e non sterili. Oltre a loro, solo il signor Issa, che a quanto pare è un’altra scommessa vinta nelle fila delle meraviglie reali. Oltre alla gratitudine nei confronti del padre, Sader mi è sembrato molto impegnato nel compito che spontaneamente la sua storia gli ha consegnato: diffondere un messaggio sulla Trisomia 21, opposto al lugubre scenario di dolore e sofferenza che incombe in modo fraudolento.

Avere un padre con la sindrome di Down ha cambiato le mie relazioni in meglio. Molte persone guardano alla mia famiglia per ciò che mio padre ha conquistato. In quanto figlio cresciuto da un padre con la sindrome di Down, so benissimo quale grande purezza abiti nei loro cuori e tenerezza, ma so anche che hanno delle ambizioni e meritano una vita decorosa. Non meritano di essere abortiti. Ciò che mi rende più orgoglioso di mio padre è che non ha badato a chi gli diceva che ciò che desiderava era impossibile, ma ha lavorato sodo per mantenere la sua famiglia, affinché io potessi andare a scuola e studiare. (Ibid)

Nel breve scambio che abbiamo avuto, Sader ci teneva molto a diffondere quello che sta ricevendo: tante testimonianze di famiglie che lo ringraziano per il messaggio che sta diffondendo, spedendogli foto da ogni parte del mondo.

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Questa allegra truppa umana non ha cifre da influencer e non si vedrà sui grandi schermi, perché – per fortuna – possiamo incontrarla accanto a noi tutti i giorni. Sulle loro famiglie pesa ancora molto il pregiudizio di chi riduce la disabilità a ostacolo. Ma proprio la loro presenza, e non le statistiche, trasforma l’ostacolo in occasione: abbiamo bisogno di persone il cui sguardo, le cui ferite, le cui difficoltà ci richiamino all’essenza del nostro esistere, essere voluti e amati incondizionatamente innanziutto. Ed essere lietamente operosi nel donare la nostra presenza imperfetta. A quanto pare proprio da luoghi che saremmo portati a compatire o ad emarginare arriva un vento molto più fresco della stantia aria da civiltà morente che respiriamo nei nostri paraggi.

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famigliasindrome di downsiria

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