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Denis Mukwege racconta perché ha deciso di curare le donne stuprate

© United Nations Photo
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"Loro danno tutto per te, a confronto tu dai ben poco. Sono delle eroine", dice il Premio Nobel per la Pace 2018, che il 22 maggio ha incontrato Papa Francesco

Il dottor Denis Mukwege è conosciuto come “l’uomo che ripara le donne”, dal titolo del docu-film dedicatogli per raccontare che questo medico congolese vive e opera nel violenze sessuali. Nel 2018 è stato insignito del Premio Nobel per la pace, insieme a Nadia Murad – la giovane yazida come lui impegnata a combattere gli abusi sessuali.

Mikwege ha curato circa 50mila pazienti nella sua lunga carriera. L’ospedale in cui lavora è a Panzi, un remoto quartiere-baraccopoli alla periferia di Bukavu, nell’Est della Repubblica Democratica del Congo, città di 25 anni di guerre ma anche di miniere d’oro e coltan, di miseria ma anche di violenze inaudite.

“Non avevo mai visto cose del genere”

Questo ospedale, dice in un’intervista a Famiglia Cristiana (22 maggio), non l’ho costruito per curare le vittime di stupro, e non potevo immaginare che si sarebbe occupato di questo tipo di patologia. Ma ho dovuto constatare, dopo soli tre mesi dall’apertura, nel 1999, che avevamo già accolto 45 pazienti, tutte donne che avevano subito violenze».

Tutte raccontavano la stessa storia, ricorda il medico, «avevano subìto stupro di gruppo e torture di ogni sorta. Violenze tanto estreme che presentavano ferite, lacerazioni, vere e proprie devastazioni dei genitali. In alcuni casi avevano loro sparato, in altri dato fuoco. Non avevo mai visto cose del genere. Ho pensato che non era normale. Era una nuova patologia».

I numeri dei ricoveri

Per comprendere meglio cosa doveva fronteggiare il medico Premio Nobel, ecco i numeri dei ricoveri: una media di dieci donne al giorno, oltre 3 mila all’anno. «Poi», spiega il dottore, «per un certo tempo la situazione era migliorata: eravamo scesi alla metà. Ma a partire dal 2016, il numero è tornato a crescere. Oggi siamo a 2 mila l’anno, ma con un aspetto nuovo e terribile…».

Le bambine stuprate

Con una pessima “novità”. «Dobbiamo curare anche bambine e bambini. Da qualche anno le donne che vengono da noi hanno figli piccoli, e spesso sono anche loro, e persino i neonati, ad aver subito violenza sessuale. Un nuovo livello di atrocità».

I responsabili di questo scempio sono «gruppi armati e soldati dell’esercito governativo. Il problema è che vige un totale stato di impunità che, se finisse, porterebbe a una sensibile diminuzione dei casi».

“Sono delle eroine”

Famiglia Cristiana chiede a Mukwege perché ha deciso di “combattere” in un contesto così rischioso per la sua stessa vita. Il suo primo ospedale è stato distrutto durante la guerra civile, e lui ha subito più volte attentati.

La spiegazione è semplice, per uno come lui: «Se loro sono in Congo, se hanno bisogno di me, se loro non possono lasciare il Congo, non si può abbandonarle. Loro danno tutto per te, a confronto tu dai ben poco. Sono delle eroine. Quando doni molto e hai troppo, doni niente. Ma quando non hai niente, e dai quel pochissimo che hai, doni moltissimo».

Ci si può riprendere se c’è sostegno

Chi sopravvive ad uno stupro ha «il diritto al sostegno che li aiuti a riprendersi completamente, e non solo per l’aspetto medico». Secondo il medico che “ripara” le donne (così è stato ribattezzato), «ogni donna con cui ho avuto a che fare ha avuto in sé stessa una capacità di recupero incredibile per superare il trauma. Se sostenute, le vittime si riprendono pienamente. Non vuol dire che non vivano con dolore inimmaginabile ogni giorno. Ma sono forti. Alcune di loro sono diventate attiviste nelle loro comunità, nel Paese, e persino sulla scena internazionale. Sono straordinariamente coraggiose».

L’incontro con il Papa

Mukwege ora si trova in Italia. Il 22 maggio, al termine dell’udienza generale in Piazza San Pietro, è riuscito a fare un incontro davvero speciale: quello con Papa Francesco, che lo ha salutato calorosamente.

«È stato un incontro ricco», ha detto il medico a Vatican News (22 maggio)commentando il saluto con Francesco. «È un Papa che conosce molto bene i problemi del mio Paese e che si interessa alle persone svantaggiate, le persone povere e a color che hanno un’umiltà esemplare».

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