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“Ti spedisco in convento”. Come proporre la fede al tempo dei reality

REALITY-NUNS-GIRLS
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L’idea è prendere alcuni giovanissimi, ossessionati dai selfie e dal piacere fisico, e scaraventarli in un universo “in cui l’edonismo viene soppiantato dall’umiltà”. Luci e ombre di questo esperimento televisivo inglese.

Come sottolinea suor Francis Ridler, preside della Sacred Heart e – presumo, a naso – direttrice di comunità, al di là di quella che può esser stata la resa scenica sul piccolo schermo, va precisato che le Figlie della Divina Carità non sono monache di clausura tagliate fuori dal mondo. A Swaffham, gestiscono un collegio da oltre cent’anni, sicché – come sottolinea la suora con delizioso humor – in comunità si è decisamente abituati alla visione di ragazze mezze nude che varcano il cancello con aria patibolare trascinandosi dietro un trolley. E, in effetti, le ragazze furono accolte dalle suore non tanto come consorelle o postulanti, quanto più come convittrici. In true school fashion, come dice suor Francis, alle ragazze venne chiesto di rispettare alcuni divieti: niente alcool, niente fumo, niente chewing-gum e silenzio dopo le dieci di sera. Per il resto: fate amicizia e divertitevi, chiaramente nel rispetto delle regole.

“Avevamo un progetto molto dettagliato per i quindici giorni di permanenza delle ragazze”, spiega suor Francis. “Ognuna delle suore si era offerta per seguire le ragazze nel corso di una meditazione, di una attività pratica o di un laboratorio creativo. Proprio come facciamo con le nostre studentesse, decidemmo di tenere occupate le ragazze quanto più possibile, perché, come diciamo spesso, il diavolo trova sempre il modo di sfruttare mani inoperose”.

E, in effetti, se andate sul sito della Sacred Heart, anche il motto della scuola echeggia questo concetto: Service before Self.

“Globalmente”, prosegue suor Francis, “le ragazze si mostrarono molto ben disposte verso la maggior parte delle esperienze che venivano proposte loro, anche se le ore di preghiera in cappella erano chiaramente molto lontane dalla loro comfort zone. Ammettevano di avere bisogni spirituali, ma non avevano mai avuto modo di coltivarli, o anche solo di familiarizzare con questo concetto. È un peccato che, in fase di montaggio, siano state scartate molte delle meditazioni tenutesi in cappella, perché sia le suore sia le ragazze ospiti hanno profuso molto impegno nella mezz’ora di preghiera quotidiana”.

Possibile che questa esperienza televisiva sia stata così idillica?
Beh: ad esempio, le suore dichiarano di non aver gradito il clima da Grande Fratello che si veniva a creare tutte le volte che la produzione prendeva da parte i singoli membri del cast invitandoli ad esprimere giudizi “sulle anime degli altri”, per citare un’efficace immagine di suor Francis. Solo in rare occasioni la troupe si mostrò invadente; nella maggior parte dei casi, se ne stava al suo posto lavorando con una certa discrezione, tanto che “dopo un po’, essere filmanti era diventata la norma”. Un certo divertimento, tra le righe, traspare nel momento in cui suor Francis fa notare come la troupe avesse “una certa fissa” per le immagini sacre, finendo col riempire di statuette e icone le stanze in cui si girava più spesso, al solo scopo di creare un ambiente più scenico (ma anche un po’ irrealistico).

Se l’interior design del convento venne un po’ stereotipato, altrettanto accadde al ritratto delle singole suore fornito dalla trasmissione. Solamente osservando il prodotto finito, le consorelle si resero conto che ognuna di loro si era inconsapevolmente trovata a impersonare un tipo umano: suor Thomas More (ehm sì, si chiama così) era diventata la nonna anziana e benevola; suor Francis, impersonava la preside austera; suor Linda era la zia affettuosa e un po’ mattacchiona. Suor Anna e suor Michaela, vista la giovanissima età, erano al tempo stesso antitesi e role model delle ragazze concorrenti.
Quanto ai rapporti tra suore e riottose ospiti, quest’ultime

“vennero a patti piuttosto facilmente con l’idea di essere amate incondizionatamente dalle sorelle, e capirono che lo scopo delle suore era che le ragazze stesse imparassero ad amarsi di più. Quindi”, spiega suor Francis, “un legame di fiducia si stabilì abbastanza velocemente. Ci furono alti e bassi e talvolta ci sembrò di essere sulle montagne russe, ma guardando indietro all’esperienza complessiva, fu un’esperienza di gioia e speranza”.

BAD HABITS, HOLY ORDERS
Channel 5 | Youtube

Non voglio spoilerarvi la trama del reality, ma suor Francis ci tiene a sottolineare come non ci fosse un copione dietro. Un grande punto di svolta nei rapporti tra le ragazze e le suore fu totalmente casuale (…o provvidenziale), legato a un evento privatissimo e personale accaduto alla ventitreenne suor Michela pochi mesi prima del ciak. “E in quel caso, davvero, fu la grazia di Dio, e non un copione, a toccare i cuori di queste ragazze” permettendo loro, forse per la prima volta, di empatizzare realmente con la donna al di là del velo.

“Non possiamo dire che, al termine di questa esperienza, le ragazze abbiano avuto una conversione, ma certamente sono diventate più consapevoli della loro spiritualità”, dice suor Francis. “Siamo rimaste in contatto con loro e le abbiamo viste prendere in mano le loro vite per cambiarle in meglio, e siamo tutte molto orgogliose dei loro risultati”.

Ma badate: non è stato un arricchimento a senso unico.

“Le ragazze ci hanno aiutate, come comunità, a cooperare per la maggior gloria di Dio. Il feedback del programma è stato incredibile, e da allora riceviamo tantissime telefonate e e-mail di persone che ci chiedono consiglio, aiuto, o anche solo preghiere. Siamo fermamente convinte che tutto questo sia opera di Dio, e che, partecipando alla trasmissione TV, la nostra comunità abbia, a suo modo, seguito le indicazioni della nostra fondatrice, madre Franciska Lechner, che più volte ha esortato le sue consorelle a rendere visibile l’amore di Dio”.

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